La scure dei dazi sul vino. Torrevento: «Esportazioni ferme da un mese. Negli Usa una bottiglia costerà il doppio»

Sulle merci provenienti dell’Unione europea saranno applicati dazi del 20%. «Si stima una perdita di oltre 400 milioni, questa guerra commerciale non fa bene a nessuno» dice Francesco Liantonio, presidente dell’azienda vinicola coratina

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Mercati in fibrillazione, borse in rosso e futuro incerto più o meno per tutti. Seppur attesa, la deflagrazione causata dall’annuncio dei dazi decisi dal presidente Donald Trump ha comunque creato grande scompiglio nell’economia mondiale. Le nuove imposte pendenti su una grande quantità di prodotti esportati verso gli Stati Uniti sono pronte ad abbattersi come una mannaia su oltre 60 Paesi, Italia inclusa.

Così, mentre la politica valuta – tra grandi affanni – decisioni su eventuali reazioni, le aziende sono al lavoro per capire come assorbire – almeno in parte – i sovrapprezzi ed evitare ripercussioni troppo pesanti sul mercato, sia nel breve che nel lungo periodo.

In prima fila ci sono le imprese del comparto agroalimentare, tra le più colpite: per dirne una, gli Stati Uniti sono il primo mercato per vino e olio, tra i beni più preziosi della nostra terra. E, a sentire gli addetti ai ai lavori, stavolta il bicchiere appare più che mezzo vuoto.

«Prima ancora dei dazi – tiene a dire in premessa Francesco Liantonio, presidente della storica azienda vinicola coratina Torrevento – mi preoccupa il ragionamento che c’è dietro, ovvero la volontà di Trump di “liberarsi dal male”, visto che il presidente ha definito quello del 2 aprile il “giorno della liberazione”. Davvero non capisco questo pensiero, dopo che per oltre settant’anni il rapporto tra Stati Uniti ed Europa è stato sempre cordiale e costruttivo. Evidentemente ora prevale una diversa visione del mondo. I dazi non sono altro che l’estrema conseguenza di tutto questo».

Il presidente di Torrevento, Francesco Liantonio

I dazi applicati sulle merci provenienti dell’Unione europea, tra cui quelle italiane, saranno del 20%.

«Rispetto a quando si parlava di dazi al 200%, il 20% potrebbe sembrare un numero piccolo, ma non lo è» precisa Liantonio. «In seguito ai vari passaggi commerciali, infatti, negli Usa una bottiglia di vino costerà il doppio rispetto a prima. Una circostanza, questa, che determinerà un forte calo nei consumi a causa di un minor potere d’acquisto del consumatore americano. Se rapportiamo questi dati al fatto che il vino rappresenti il primo prodotto italiano venduto sul mercato americano in termini di volume, provate a immaginare a quanto ammonterà il danno».

Le conseguenze negative, però, non si vedranno solo oltreoceano, ma anche da noi.

«Si stima una perdita secca di oltre 400 milioni che non è cosa da poco. Tutto questo, tra l’altro, accade in un momento nel quale il nostro comparto sta già vivendo un calo dei consumi dovuto all’effetto dell’inflazione e all’attacco sul fatto che l’alcol sia considerato un prodotto pericoloso. Ma, ovviamente, è l’abuso e non il consumo a essere pericoloso».

In assenza di ripensamenti, occorre trovare soluzioni efficaci in grado di mitigare i dazi.

«Spero che, stabilendo alleanze tra le nostre aziende e gli importatori americani e assorbendo, per quanto possibile, buona parte di questi ricarichi, si riesca a contrastare questa guerra commerciale che non fa bene a nessuno, né all’Italia né all’America» prosegue il presidente di Torrevento.

«Intanto, in questi giorni siamo in procinto di partire per partecipare al Vinitaly (il salone internazionale del vino che si tiene ogni anno a Verona dal 1967, ndr) dove abbiamo in programma diversi incontri con vari importatori americani per capire insieme che tipo di accordi possano essere messi in campo per superare questo momento e riprendere la nostra presenza sul mercato statunitense. È interesse di tutti evitare che la situazione peggiori».

Una parte del danno, però, è già fatta.

«Anche la nostra azienda esporta in America e purtroppo già da un mese le esportazioni sono ferme» sottolinea Francesco Liantonio. «Sin dalle prime schermaglie sui dazi, quando Trump aveva parlato di percentuali al 200%, gli importatori americani hanno sospeso l’arrivo di vino da Europa e Italia per non rischiare che, a causa del tempo necessario per il trasferimento via mare, la merce arrivasse negli Stati Uniti con i dazi già in vigore. Ci sono quindi diverse spedizioni non partite che rappresentano il primo buco sul mercato».

La situazione è tutt’altro che rosea, ma l’ottimismo, pur flebile, non è del tutto svanito.

«È davvero tutto inspiegabile, per questo credo che dietro queste operazioni si celi una strategia geopolitica molto più complessa. Mi auguro – conclude Francesco Liantonio – che prevalga la ragione e tornino dialogo ed equilibrio. Anche perché non c’è una vera contropartita, in quanto il valore del vino che esportiamo non è compensabile a livello di dazi rispetto a ciò che importiamo dall’America di pari prodotto. Quindi non si capisce neppure perché venga tirato in ballo il comparto alimentare vitivinicolo che di suo porta del bene anche al popolo americano.

Occorre un compromesso che consenta a tutti di rivedere le proprie posizioni e di riprendere un percorso di serenità così come è stato per oltre settant’anni. Sono fiducioso che sapremo uscirne perché, comunque, il vino italiano, così come il made in Italy, conserva il suo appeal sia sul mercato americano che su quello globale»

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