Una due giorni dedicata alle badanti straniere e ai loro “orfani”

Spesso scelgono di andarsene di notte, mettendo a letto i bambini come tutte le sere e poi questi si sentono dire al mattino: “La mamma non c’è stamattina, è partita, qualche settimana e poi torna”
Oggi e domani, a Ruvo di Puglia, doppio appuntamento dedicato al tema della condizione delle badanti e dei cosiddetti “orfani bianchi”.
Si comincia questo pomeriggio alle 18 nella sala conferenze di alazzo Caputi, dove si terrà un incontro pubblico organizzato dagli Assessorati alle Politiche sociali e alla Cultura, in collaborazione con Nina Balan, Kuziba Teatro e Teatro Comunale.
All’incontro parteciperanno Silvia Dumitrache, presidentessa dell’associazione Donne romene in Italia ed esperta sull’argomento; l’autrice e regista Raffaella Giancipoli; il critico teatrale Nicola Viesti, giornalista del Corriere del Mezzogiorno, e Nina Balan, cittadina romena che vive con tutta la sua famiglia a Ruvo di Puglia e che ha curato la consulenza linguistica dello spettacolo che andrà in scena domani. Modererà l’assessore comunale alle Politiche sociali Monica Montaruli.
Chi sono queste donne che arrivano dalla Romania, dalla Polonia, dall’Ucraina, dalla Moldavia, cioè chi sono prima di essere badanti? Chi sono state? Cosa hanno lasciato a casa? Cosa immaginano per il futuro?
Sono donne che abbandonano la propria famiglia per occuparsi della famiglia di qualcun altro.
1.700.000 donne migranti: filippine, sudamericane, ucraine, polacche, moldave, romene. Grazie al passaparola tra connazionali sono incoraggiate a partire. Spesso scelgono di andarsene di notte, mettendo a letto i figli come tutte le sere e poi questi si sentono dire al mattino: “La mamma non c’è stamattina, è partita, qualche settimana e poi torna”. Le donne intanto arrivano in Italia, sole. Trovano presto lavoro e convivono con “la nonna” o “il nonno” fino a quando l’anziano muore. E tutto ricomincia, nella solitudine e troppo spesso nel dolore.
Un paradosso reso ancor più stridente dal conseguente e tragico fenomeno degli “orfani bianchi”: figli orfani di madri vive, madri partite, che vivono altrove, in case e in famiglie di altri mentre loro restano soli o vengono affidati a sorelle, zie, nonni o padri. Solo in Romania questi bambini sono 350mila, dal 2008 ad oggi 40 di loro si sono persino tolti la vita.
Fare la badante non è solo un lavoro, ma una condizione dell’intimità caratterizzata da una strutturale sospensione; una modalità dell’esistenza che porta a vivere una doppia vita: da un lato la vita di prima, quella nel proprio Paese, una vita in attesa di essere vissuta di nuovo, nella quale le donne migrate sono presenti attraverso regali, soldi, telefonate e pensieri; dall’altro lato la vita di ora, quella in Italia, una vita temporanea sì, ma vissuta in carne e ossa, ventiquattrore su ventiquattro. Ciò che più colpisce ascoltando le loro storie, guardando i documentari che le riguardano, leggendo libri che parlano di e con loro, è il grande paradosso di questa condizione: hanno dovuto abbandonare figli, mariti, fratelli e genitori, sradicarsi volontariamente dai propri affetti e dalle proprie relazioni per trasferirsi in Italia, dove il lavoro che le aspetta le chiama a dare affetto, a tenere insieme le nostre famiglie occupandosi dei componenti più deboli: gli anziani.
La pièce “L’estranea di casa” (di e con Raffaella Giancipoli), che andrà in scena domani sera alle 21 nel teatro Comunale, nasce proprio da qui, dall’improvviso risveglio dal torpore dell’abitudine, dalla necessità di fermare un attimo lo sguardo sulle donne che da anni attraversano vite parallele alle nostre senza essere viste veramente. O meglio, senza essere viste se non come badanti, una categoria che le spersonalizza.
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