Un Mondo di Impegno, l’esperienza in Palestina di Rosa Mazzone

L'incontro aalla sede dell'Associazione "Un Mondo di Bene".
Rosa Mazzone è un concentrato di timidezza e determinazione, con un rossore sul viso che non la lascerà per tutta la presentazione e oltre.
Tornata da poco dalla Palestina, oggi sarebbe dovuta ripartire. Ma un cambio di programma l’ha costretta a rimandare. Così eccola destreggiarsi, non senza emozione, tra proiettore, l’immancabile powerpoint e un’assemblea di ragazze e ragazzi attentissimi – il futuro che avanza…;) – che riempiono la grande sala centrale della nuova sede dell’Associazione di volontariato Un Mondo di Bene.
Una bella sede in pieno centro. E una sala simbolica, quasi a immagine e somiglianza della Mission del gruppo, un mix di fatto e da fare, costruito e da costruire, restaurato e da restaurare, di affreschi e cemento bianco, dove si stagliano le foto del “viaggio” associativo e gli oggetti etnici che ricordano, indicano, a volte ammoniscono.
Non c’è un posto libero e qualcuno è in piedi. I ragazzi dell’associazione sempre gentili e sorridenti. La Presidentessa che sciorina i dati di un problema che ormai sembra far parte integrante del pianeta: più che cronaca, persino più che storia. Quasi essenza. Il rebus apparentemente insolubile su cui si scornano le diplomazie mondiali; posto che lavorino per risolverlo e non per complicarlo – come a volte si è tentati di credere.
Il buco del culo del mondo, per riprendere una delle definizioni che in Apocalipse Now si dava della guerra in Vietnam. Qui l’apocalisse è tutti i giorni. Non l’unica, neanche la più assordante per chi ode lo strazio infinito della Siria -ma la più quotidiana, la più cronica, la ferita purulenta talmente vecchia da confondersi col corpo, dove si combattono e si intrecciano diabolicamente gli aspetti peggiori dell’umanità formato XXI secolo, gli istinti bestiali e le logiche tribali, le paure, l’avidità, il fanatismo religioso, gli interessi economici, l’ancestrale schiavitù al possesso del territorio e della “roba”, l’opportunismo dei capibastone e dei signori della guerra locali- e se non bastasse, i giochi politici e geostrategici di potenze grandi e piccole, vecchie e nuove, ma sempre con la stessa cieca aridità umana.
Da un lato l’Onu e la logica dei vincitori. Dall’altro l’ostilità araba e il diritto all’esistenza di Israele (che a volte però, dice la relatrice, maschera un evidente espansionismo di tipo sionista). In mezzo, il popolo palestinese. Privo di Stato e di leaders credibili e unificanti. Schiacciato, spogliato del territorio e ridotto peggio che in riserve indiane; circondato da checkpoints che ricordano in ogni momento il dominio israeliano; violentato ogni giorno da una logica di apartheid di cui nessuno parla, da muri alti anche 8 metri (“il doppio di quello di Berlino”) nati per separare i due mondi.
A Hebron il muro passa dentro la cittadina, israeliani e internazionali da un lato, palestinesi dall’altro, con obbligo di camminare a occhi bassi perché sennò sarebbe considerato un gesto di sfida. Uno degli eserciti più tecnologici al mondo mosso dagli stessi pregiudizi medievali di sempre, di tutti gli occupanti.
Il racconto della presidentessa delinea un quadro che non contraddice quello già noto, ma lo arricchisce di dettagli e di esperienze, di un’esperienza viva, di una visuale dal basso. Non è una guerra di difesa, aggiunge citando il grande intellettuale ebreo-americano Noam Chomsky: è un genocidio deliberato, un’epurazione radicale, una pulizia etnica pianificata.
Bambini palestinesi massacrati da coloni israeliani per terrorizzare e spingere la popolazione alla fuga. Oggi ci sono i volontari italiani di Operazione Colomba, che li prendono, li accompagnano a scuola e li riportano sani e salvi. Ragazzi straordinari, per niente choosy, che rischiano la pelle in cambio di un sorriso e di una coscienza più pulita, che non cambiano lo spread e di cui il governo non si preoccupa.
«C’è ancora posto, per chi volesse affiancarli», aggiunge la relatrice provocando un brivido silenzioso in queste esistenze che si affacciano al mondo dei “grandi”, che ne saranno inevitabilmente risucchiate e che in gran parte – ahinoi – pressati dalle emergenze, curvati dalle necessità, modellati dalla società in cui dovranno farsi spazio, o sopravvivere o resistere, finiranno per ripeterne comportamenti, schemi ed errori. Non è profezia: è banale statistica. Fra trent’anni ricorderanno questa serata e probabilmente rideranno di se’ stessi, un po’ per simpatia per la giovinezza andata, un po’ vergognandosi della grandezza dei sogni che un giorno hanno osato coltivare. Come i loro padri, e i padri dei padri, su su fino all’inizio dei tempi.
Ma stasera no. C’è ancora spazio per la speranza e voglia di cambiare il mondo. Magari in piccolo.
«Senza fare una scelta così radicale, cosa possiamo fare, in concreto?» chiede una ragazza.
Beh, si possono fare tante cose. La prima, e forse la più importante per chi vive qui, è affacciarsi a questa Associazione e cominciare a parlare con questi ragazzi. E chissà che, tutti insieme, non si possano mandare all’aria le statistiche.
*www.ruvolibera.it
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