Tammacco e Morpheus Ego in scena con “AbUliVia”

Il giovane grido di speranza del nostro sud presto a Ruvo
Dopo Castellaneta e Statte (Ta), la rappresentazione di Ab-Uli-Via, canto di un pensiero non potato, scritto da Francesco Tammacco per la regia di Matilde Bonaccia e che ha visto la presenza alle proiezioni video, alla regia e al montaggio di Michele Pinto e della sua Morpheus Ego, sarà presto a Ruvo
La casa di produzione ruvese ha preso così parte a questo dolente e ironico ritratto delle condizioni dei giovani del sud, alberi rigogliosi che poi vengono spiantati dalle nostre terre per essere venduti a ricchi dottori di Milano, una tragica metafora di ciò che vivono i giovani, linfa vitale di questa terra.
Protagonisti delle campagne politiche come bacino di suffragio, partono ancora oggi, vedendo svanire le promesse mai mantenute, vedendo sgretolarsi i castelli del desiderio di vedere rifiorire il proprio paese e non riprendere una triste tradizione di generazioni lontane, e salutano con un fazzoletto appesantito di rabbia e lacrime una terra amara, una terra che sembra odiare e impedire che si innesti qualcosa di buono, perché tale è la condizione che ci ha imposto il luogo comune.
Ab-Uli-Via suona come un grido di speranza, quello cui è sottoposta la “carne viva” della gente del mezzogiorno, a ricalcare l’epopea di un popolo nomade e orgoglioso come quello del sud, una narrazione che parte dall’ironia sul preconcetto che vede i contadini come costretti nell’ignoranza sociale e culturale, fermi nel sapere e nella crescita sociale e quando i giovani del sud, figli di quel preconcetto e di quei contadini, partono, portano con se una valigia piena di precarietà e inadeguatezza delle politiche sociali lasciando, dietro di sé, un vuoto incolmabile in un terreno difficile da coltivare e veder fiorire come la Puglia, che vede accrescere su di sé il proprio senso fallimentare.
Così, lo spettacolo è stato il grido del giovane qualunque che vuole soprattutto ammonire questo modo di pensare, vittima di un antico complesso di inferiorità per cui nessuno è profeta in patria; il giovane come l’ulivo: “se l’albero potesse parlare sarebbe certamente una delle voci dello spettacolo. La sua stasi naturale non riesce tuttavia ad impedirgli il coinvolgimento nel testo, l’ulivo infatti si presenta come testimone silente ma allo stesso tempo partecipe del tormento del personaggio, una specie di amico fidato al quale confessare la propria triste condizione e, perché no, strappare un abbraccio.
L’ulivo poi visto come icona sacra con i suoi rimandi alla passione di Cristo, rami che diventano croci, pesi da essudare, calvari esistenziali di cui il Sud in particolare è carico.”
Lo spettacolo presto sarà anche a Ruvo, per accompagnarci nella riflessione, per farci riprendere in mano una dignità colpevolmente toltaci, dove la scelta di tornare ad essere protagonisti del riscatto di questa condizione è solo nostra.
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