“Su al Sud” tra musica, passione e poesia

Nicolò Marino Ceci

Le due testimonianze emerse nel corso della serata di sabato scorso

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Le corde pizzicate del violino illuminano come fotogrammi il tenebroso atrio dell’ex Convento dei Domenicani. E’ così che è iniziato – sabato 24 settembre – il convengo “Su al Sud, l’Italia unita dalle mafie e dall’impegno civile”, organizzato dall’Associazione “Marlin” e con il Patrocinio del Comune di Ruvo.
Natalia Abbascià – candida e vergine nel suo sguardo preciso e puntuale – abbraccia con il suo violino le parole di Raffaella Anna dell’Aere che, di fronte a lei, legge con emozione la sua lirica dal titolo “I nostri nuovi piccoli – uomini”, dedicata agli ospiti della serata, Renzo Caponetti e Giuseppe Catozzella:

“Gestazione di vipere nel terreno che giace in sapiente attesa./ Squarcio di sporco potere, irradiato dal buio, che insano, scorre sulle mani dei bambini./
Bendati, i forti di paura, indossano carte e strutture mentali del poco in catene, cercano schiavi e ne succhiano sangue, di lacrime e vizio di ladro./
I deboli, devoti allo specchio del nulla, pregano e infettano di baci i confini di un Paese minore, manipolano e sgranano stracci di denaro, come liquefatta menzogna, da scolare, tutta in un fiato, per occultare la perversa verità./
Con occhi di stupore, credo nella nazione che non c’è, in quel territorio ombroso di luce e lontano, tanto da essermi accanto nell’orizzonte dei miei sogni, ambiti dal più feroce mezzo-uomo, che rivolta mare e stelle, intinte di fresco sapore d’aria, libertà e parola./
Accarezzatemi, nel mio essere più profondo, solcandomi le viscere con il sole delle idee e del coraggio, affinchè io non possa più udire nefandezze e liquame, nelle notti delle catene, nello spirito incollato alla paura di perdersi, nella deformità di putridi concetti da vendere./
Portatemi nel bagliore della bellezza che, tersa, irradia il mio spirito tra le mani del popolo sognante, vivo, trasparente, amico del potere dell’audacia, cronicizzato di libertà esplosiva, nel gioco di quell’unico cielo che ricuce mare e stelle, sulle mani di una terra che respira e trionfa, tra le pietre delle nostre case, profumate di voci e sorrisi dei nostri nuovi piccoli-uomini
.”

Al termine della performance, un bimbo paffuto porta tre palloncini colorati come il nostro tricolore alla poetessa e insieme li lasciano volare via nel cielo tenebroso. Un fragoroso applauso emozionato benedice il suggestivo incipit dell’assortito dibattito che subito seguirà.
Altro coup de theatre della serata è stata la testimonianza che un ragazzo di Gela – Francesco Lauria – ha voluto offrire alla platea presente per spiegare cosa sia questa città in Provincia di Caltanissetta, tanto triste, ma con una nuova alba all’orizzonte, forse. Ne riportiamo il contenuto:

“Vengo da Gela, ho 23 anni e vado all’università. Sono qui per raccontarvi qualcosa del mio paese, lo stesso che ha dato i natali a Renzo Caponetti.
Ho vissuto la mia infanzia abitando in via Crispi, nella periferia gelese. Sotto casa si sparava ogni giorno. Io e mia sorella, qualche anno più piccola di me, non potevamo giocare in balcone perché era rischiosissimo. Erano gli anni ’90 e le bande criminali si facevano una guerra spietata per contendersi il territorio. Non c’era ancora la pace tra le cosche mafiose che – silenziosa, ma non meno pericolosa – c’è adesso. Nella villa, sul corso principale di Gela c’erano anche lì sparatorie e non era difficile trovare morti ammazzati. Sembrava che tutta la città fosse così. Una persona è addirittura stata uccisa da una pallottola vagante.

Ho un ricordo vago di quegli anni perché ero molto piccolo e queste cose le so perché me le racconta mia madre.
Quindi ci siamo trasferiti in un quartiere nuovo perché speravamo di trovare un’aria diversa e per fortuna così è stato. Lì ho frequentato una scuola elementare dove mi son trovato bene, evitando altre scuole dove era facile imbattersi già a 7-8 anni in figli di mafiosi, bambini che l’italiano non lo parlavano neanche. E anche se non c’erano figli di boss, c’erano ragazzi che – non per colpa loro – crescevano in famiglie già rovinate. E’ così che s’inizia a ragionare e a vivere in modo distorto, ad esser violenti. A Gela già da piccolo devi esser attento, perché non sai mai chi becchi. E capisci che devi farti i fatti tuoi.
Alle medie molto è cambiato: ti devi “mischiare” per forza. Noi in classe avevamo due figli di mafiosi; uno non è mai venuto; l’altro ha cambiato classe. Si formavano così le bande e ti prendevano di mira – per diletto o per dispetto – in cerca di un pretesto qualsiasi per fare a botte. A ricreazione non potevi stare un attimo tranquillo perché bastava anche un’occhiata sbagliata per avere problemi. Non era un ambiente sereno, né bello. Una volta ad un mio amico hanno chiesto il pizzo: 5 mila lire al giorno; fino a quando non ce l’ha più fatta e l’ha d
etto all’insegnante. Io non sapevo neanche cosa fosse il pizzo, ma mi ha colpito il fatto che costringevano questo ragazzo a pagare senza motivo. Alle medie fregavano le bici e le smontavano nei meccanici compiacenti.
Alle scuole superiori rubavano i motorini e chiedevano i soldi per il riscatto, quando non li smontavano per rivenderne i pezzi. Ad una mia amica l’hanno rubato 4 volte.

Alle superiori si usciva tutti nello stesso locale, per moda. Una sera, io ero sul mio motorino e un ragazzo accanto a me si rivolse verso altri ragazzi fuori al locale, gridando ”cosa nostra, suca!”. Di colpo due ragazzi sul marciapiede di fronte iniziarono a lanciargli contro bottiglie di birra. Fino a che si fiondarono su di lui per picchiarlo. In quel momento, lì nei pressi c’era un ragazzo con le stampelle: i due tipi lo videro, senza batter ciglio andarono da lui per rubargliele e iniziarono ad usarle per pestare il ragazzo inerme a terra. Io ero impietrito e non sapevo cosa fare. Dopo dieci minuti di pestaggio, il ragazzo – malconcio e sanguinante – si è alzò da terra e se ne andò. Nessuno lo aiutò, tranne l’amico che era con lui. Niente ambulanza, niente polizia.
Fino ad alcuni anni fa le attività commerciali erano sempre soggette al pizzo; quelli più esposti erano forse i ristoranti, che venivano taglieggiati dalla mattina alla sera: non solo pagavano, ma quando i mafiosi andavano da loro, si portavano a cena tutta la famiglia e mangiavano a sbafo senza pagare. E con le festività, le richieste di pizzo aumentavano perché le entrate delle attività erano maggiori.

Adesso, a 23 anni vedo una città quasi più senza futuro. Vedo giovani della mia stessa età che vanno via. Non c’è lavoro e la mafia fa schifo; ma ciò che rovina di più questo posto è una certa mentalità collaterale che cresce e s’ingrassa. La stessa mentalità che sceglie la scorciatoia e la prepotenza. Non si riesce a vivere bene e i ragazzi che hanno voglia di fare sono costretti ad andare fuori in cerca di miglior fortuna; in cerca di un ambiente più vivibile. E così Gela si prosciuga sempre di più e chi rimane qui, resta solo.
A 14 anni i ragazzini conoscono tutte le famiglie mafiose e i nomi dei boss mentre invece ad esempio non sanno chi è Renzo Caponetti. Non c’è né paura, né ribrezzo nel parlare di queste persone: è una cosa normale. Alcune volte mi sembra che dalle mie parti la legalità sia sempre più un’utopia e la mia città sia avvitata su se stessa, incancrenita e marcia, arida e malata. E’ sporca, piena di incivili e vandali.
Caponetti è una persona che parla di mafia e a Gela quasi nessuno parla di mafia. Sono pochi i convegni per sensibilizzare al rispetto dei valori e dei diritti e il mafioso – nella mentalità comune – è considerata persona stimabile e rispettabile. Fino al capovolgimento perverso per cui chi combatte e cerca di opporsi a questo modo di fare vien visto con diffidenza e – a volte – anche disprezzo. Caponetti cerca di contrastare questo fenomeno. Quando ho iniziato a sentir parlare di lui, sapevo che fosse solo; lo Stato era completamente assente. Adesso invece, dopo le tante operazioni e i quasi 1000 arresti, qualcosa sta cambiando: grazie anche all’Associazione Antiracket la città si sta ripulendo molto. Sta forse iniziando un risveglio delle coscienze; ma la strada da fare è ancora tanta. L’alba non sembra più così lontana.
Diversi anni fa conoscevo un ragazzo – un bravo ragazzo – cresciuto nell’ambiente mafioso. Ha cercato di uscire dall’organizzazione; quindi l’hanno preso, ucciso e bruciato vivo. Il suo corpo è stato trovato in un canneto.
Potrei raccontarvi tanti altri tristi episodi come questo, ma vi dico solo: ”ragazzi, pensate con la vostra testa e non fatevi tentare mai. Siete fortunati a vivere in una realtà così tranquilla, siatene orgogliosi e lottate non per la legalità, neanche per il rispetto delle istituzioni o delle leggi, ma per voi, per continuare ad essere liberi, per il futuro e per il bene della vostra città. Non stancatevi mai e cercate sempre… per il vostro futuro.”

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