Storia del “mai domo” Bosco di Ruvo

Scorcio del tratturello Canosa-Ruvo nel Bosco
Con questa nota storica, Angelo Tedone omaggia tutti coloro che vigilano per difendere i nostri boschi
Il contributo che questa volta Angelo Tedone, cultore di storia e lingua locali, condivide con le lettrici e i lettori di RuvoLive è un omaggio a tutti coloro che «ancora oggi stanno prodigandosi, attraverso un’accurata vigilanza, per la difesa del ‘Bosco di Ruvo’, un prezioso tassello della civiltà contadina locale.
Il ‘Bosco di Ruvo’ nell’Atlante delle locazioni del 1700 – Una guida per la dimora dei pastori abruzzesi transumanti (di Angelo Tedone)
Un Titano della mitologia greca fu condannato da Zeus a sorreggere sulle spalle la volta celeste. Il suo nome era ‘Atlante’, rimasto ad identificare una raccolta di tavole illustrate (poi carte geografiche) in forma di libro, pubblicato già dal 1500 e che ha rappresento in seguito un valido sussidio per l’ormai crescente spostamento tra diverse zone interessando anche gli operatori silvo-pastorali. Per questi ultimi emerse la necessità di una pubblicazione più dettagliata e ricca di segni convenzionali con itinerari relativi alle ‘locazioni’ agricole (distese di terreno per svernare), redatta nel 1700 e molto utile ai pastori transumanti che cercavano dimore anche nei boschi ruvesi.
Nell’Atlante delle locazioni (così definito) il territorio ruvese fu rappresentato con la tavola ‘Bosco di Ruvo’ attraversato dal tratturello Canosa-Ruvo, ancora oggi un grande polmone verde a difesa di un ecosistema finora mostratosi ‘ostile’ al fuoco nonostante l’infaticabile opera dei piromani.
L’esigenza di questi supporti di identificazione dei luoghi si avvertì maggiormente nelle zone del Tavoliere delle Puglie e di quella murgiana nel 1735 quando l’agrimensore della Dogana di Foggia Agatangelo Della Croce realizzò rappresentazioni pittoriche che raffiguravano a grandi linee zone con masserie, poste, jazzi, tratturi e vegetazione.

Dedicò quindi al giovane Ferdinando, figlio di Carlo III un ‘Atlante di piante topografiche’ ricco di 23 locazioni facenti parte del demanio fiscale della Puglia. In questo atlante non risultava però il demanio delle Murge bensì il ‘Bosco di Ruvo’ sito lungo il tratturello Canosa-Ruvo, riuscendo a dare la visione di un territorio, confinante con Grottelle, Lama d’Api, Matine di sopra, Pescara di S. Domenico e del Capitolo, ricco di erba vernotica che veniva acquistata – da settembre a maggio – da Ferdinando I d’Aragona dai Carafa, proprietari del bene feudale
Nell’opera ‘La ragion pastorale’ scritta nel 1731, l’avvocato Stefano de Stefano parlava di un bosco impenetrabile tanto da comunicare al marchese di Los Velez che ‘non solamente in nessun modo si gode ma non si sa ove egli sia e che è assai peggiore di quello descritto da Torquato Tasso per cui si negava l’ingresso a chiunque tentava di entrare’.

Purtroppo ai primi del 1800 quel bosco ricco di querce fu sottoposto a un taglio spietato detto ‘a testa di monaco’ tanto da apparire denudato al fine di ricavare una enorme quantità di legna che veniva venduta agli altamurani per essere ridotta in carbone.

Nel 1806 la casa ducale dei Carafa commissionò al compassatore Nunzio Michele della Rovere la redazione di una nuova cartina topografica caratterizzata dalle linee di orientamento come M (meridione), P (ponente). L (levante), T (tramontana). Al centro della cartina in alto spiccava l’immagine di Castel del Monte, fiancheggiato da Torre Antonio Ciano e Torre Ottavio Negro a segnare gli opposti confini. In basso si notava la cappella S, Magno sita lungo il tratturello Corato- Fontanadogna e il compasso con la firma Nunzio Michele.
Il nuovo atlante comprendeva, tra le altre, anche tavole dedicate ai Feudi di Canne, Minervino, Monteserico (Spinazzola), al demanio di Bisceglie e alla locazione di Andria. Con il Bosco, l’agro di Ruvo assunse notevole importanza perché era la sede, in contrada Colapazzo (sulla via per Altamura), di uno dei nove ‘riposi’ esistenti lungo il tratturo regio proveniente da L’Aquila dove le greggi abruzzesi sostavano per qualche giorno in attesa dell’assegnazione della locazione.
Nel visionare il ‘Bosco di Ruvo’ un messaggio lanciato dai Carafa lo si ricavava dall’immagine di due querce fuori scala rispetto al disegno, una vegeta e l’altra recisa a metà tronco ad indicare simbolicamente le opposte strategie che regolavano lo sfruttamento delle aree boschive. Spettava alla casa reale decidere il momento e il numero di alberi da tagliare, come anche l’uso di legname. Dal disegno emergeva poi che nel Bosco di Ruvo vi erano cinque jazzi fiancheggiati da trulli o pagliai per alloggio di pastori e bestiame.
Intanto anche durante la dinastia borbonica il taglio del bosco continuava, rivelandosi come un disprezzo per la popolazione di Ruvo. Bisognò aspettare il 1797 quando vi fu un giudizio ostile ai Carafa avviato dall’Università di Ruvo; i moti del 1799, poi, costrinsero la casa ducale alla riedificazione delle mura di Ruvo distrutte durante la rivoluzione partenopea, causando un enorme indebitamento.
Solo nel 1805 Francesco Carafa cercò di riavvicinarsi ai ruvesi restituendo all’Università grano e vettovaglie, pagando tutte le somme evase e rinunciando al credito di interessi arretrati. A spese della casa baronale si provvide al rimboschimento delle aree sottoposte a taglio abusivo obbligando per 12 anni a non far entrare nel bosco alcun forestiero né a legnare né a pascere l’erba estiva».
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