Siamo di Ruvo, abbiamo La Capagrossa

Elena Albanese

​Cooperazione, riutilizzo, ingegno, rinascènza. Sono solo alcune delle parole chiave delle otto giovani menti – e anime – del coworking nostrano

0 commenta

Della sua attività si è spesso parlato negli ultimi giorni, in concomitanza con il workshop fotografico sulla “Rinascènza” e la conseguente mostra inaugurata la mattina di Pasqua e visitabile nell’ex convento dei Domenicani fino al prossimo 23 aprile. «Una contaminazione di energia semplice e fresca, una moltiplicazione di occhi e di visioni, un incrocio straordinario di relazioni umane», l’ha definita l’assessore alla Cultura Monica Filograno.

Per l’associazione ideatrice dell’iniziativa, tali relazioni sono sempre state fondamentali e alla base dell’attività svolta spesso in ombra, lontano dai riflettori, ma con costante determinazione.

La Capagrossa Coworking è infatti una piccola – nelle dimensioni ma non nelle prospettive – fucina di idee quasi nascosta tra due palazzoni gialli e blu della periferia cittadina in espansione, ma ancora troppo spesso ignorata. Otto belle menti, ognuna con la sua peculiarità, insomma otto “teste grosse” orgogliosamente ruvesi, che hanno dato vita a una realtà che non stonerebbe affatto in una metropoli.

Attiva sul territorio già da tempo, ha recentemente vinto il bando regionale “Mettici le mani”, classificandosi al primo posto e ricevendo un contributo di 25mila euro (in parte già stanziati) per la realizzazione di un progetto di coworking che prevede l’allestimento di 12 postazioni di lavoro, ma anche di una reception, una sala di rappresentanza, una cucina con un tavolo da sei metri e molto altro ancora in via di definizione. L’idea è fornire un luogo completo e confortevole a chi lo utilizzerà, con il surplus della vicinanza e della collaborazione e l’eventuale aggiunta di servizi professionali. Sì, perché ciò che più caratterizza questi ragazzi è l’ingegno, oltre alla capacità di guardare avanti, spesso oltre il comune agire quotidiano, in un’ottica di cooperazione, ma anche di recupero e rivalutazione.

A partire proprio dalla costruzione degli spazi. «Comprare gli arredi ci avrebbe fatto spendere troppo e probabilmente i soldi non sarebbero bastati per tutto», dicono, mentre mostrano il lavoro fatto fino ad ora. E allora hanno deciso di acquistare i ferri del mestiere e le attrezzature e hanno costruito tutto da soli. O meglio, insieme alla gente che in questi anni ha cominciato a seguirli, prima con circospezione e non senza timore, poi con sempre più passione ed entusiasmo.

Come una novella maga, Valentina, responsabile dell’identità del gruppo, si è inventata “Tah-daah!”, una serie di tre laboratori (cacciavite, ago e matita), grazie ai quali sono nati tutti gli elementi che oggi compongono la grande sala, in un percorso inverso che è partito dalla manualità per portare alla progettualità.

Scrivanie gialle che spariscono in 20 minuti e in pochissimo spazio grazie a piccoli spessori e a geniali cavalletti a scomparsa, facendo largo a uno stanzone ideale per forum, incontri e laboratori. E poi ancora 56 coloratissimi moduli tessili realizzati a mano, che serviranno per molteplici usi: nascondere prese di corrente, poggiare oggetti personali, fungere da librerie…

«La conoscenza è magica, perché se la condividi aumenta» è il loro credo. E durante i laboratori di autocostruzione «la magia si è sentita davvero. Anche i più timidi si sono aperti e hanno raggiunto autonomia nelle scelte e nell’utilizzo delle macchine, di cui all’inizio avevano un po’ paura», dice Giorgia. Lei e Ivan sono gli architetti del gruppo, ma anche “tecnici del riuso temporaneo di spazi abbandonati”. Sono stati invitati anche a Milano, durante l’ultimo Salone del Mobile, per partecipare, insieme a molti altri da tutta Italia, a un confronto di idee sulla rigenerazione dei Mercati generali del capoluogo lombardo. Parte dell’area rischia di essere venduta per ricavarne una rendita fondiaria e immobiliare. L’associazione Tempo Riuso ha dunque chiamato a raccolta associazioni, creativi e studenti per ripensare a nuove imprese e start up che realizzino prodotti magari riutilizzando gli scarti.

E per i ragazzi de La Capagrossa «il riutilizzo è davvero una fissa». Molti loro manufatti nascono infatti proprio da materiale di scarto, che si fanno regalare dalle aziende. Così ottengono due vantaggi: le liberano di ciò che dovrebbero comunque buttare (sostenendo dei costi) e ne ricavano spezzoni di stoffa, legno, lana, scatole e tubi di cartone pronti per essere completamente reinventati.

La strada è ancora lunga, ma di coraggio ce n’è tanto. Prima anche i vicini li guardavano con sospetto, ora gli hanno regalato della lavanda che hanno piantato nell’aiuola che li accomuna. «Vogliamo uscire dai confini fisici di queste mura ed espanderci», dicono. E con la “Capagrossa” che si ritrovano siamo certi che questa colonizzazione fatta di fantasia e cooperazione sarà un successo.

avatar

Nessun commento ancora. Scrivi il primo!