Settimana Santa, Antonio Iurilli: «L’ “Atletica penitenziale” e il nostro tempo»

Il professor Antonio Iurilli offre ai lettori di RuvoLive una riflessione sulla ritualità della Settimana Santa nel Meridione e, nello specifico, di Ruvo di Puglia, partendo dalle origini

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Processione di Gesù sul Calvario a Malaga (cliccare sulla foto per visualizzarla interamente)

“L’Atletica penitenziale e il nostro tempo” è il titolo del saggio con cui il professor Antonio Iurilli offre ai lettori di RuvoLive una riflessione sulla ritualità della Settimana Santa nel Meridione e, nello specifico, di Ruvo di Puglia, partendo dalle origini.

«”Atletica penitenziale” – si legge -.  Così lo storico Bartolomeo Maiullari definisce icasticamente i riti devozionali che tre gesuiti compiono a Bitonto nel 1680 durante la loro missione tesa a rendere “tutta la città bramosa della Divina parola”.

La pur stravagante locuzione (“atletica penitenziale”), vistosamente barocca, del Maiullari concentra efficacemente, nel suo ardito accostamento fra parola ‘fisica’ e aggettivo ‘spirituale’, gli aspetti caratterizzanti della pietà meridionale, nella quale le forme interiori di penitenza collettiva si accompagnano a tensioni emotive, ad apparati scenografici, a gestualità teatrali, a lugubri, persino macabre figurazioni, fino a far coincidere lo sforzo spirituale della penitenza con lo sforzo fisico del penitente.

Chiunque, antropologo, etnologo, demologo, sociologo, abbia studiato questi aspetti connotativi della pietà meridionale ne ha dedotto il loro perfetto aderire alla domanda religiosa popolare. Di qui l’identificarsi di quella domanda col rituale penitenziale per antonomasia, la processione, che sacralizza il tempo scandendolo con la lentezza innaturale dei suoi movimenti, e lo spazio immergendo scenograficamente, con la stessa lentezza, il simulacro nel tessuto urbano della comunità. Il tutto nel segno di uno sforzo fisico, catartico proprio perché impone una sofferenza innaturale.

La capacità della processione di incidere profondamente nella sensibilità collettiva è poi rafforzata dall’apparato scenografico nel quale si alternano le emozioni visive prodotte dal contrasto fra la lugubre, misteriosa, angusta oscurità delle strade con lo sfarzo luminoso della statua; le emozioni olfattive dell’apparato floreale misto al profumo regale dell’incenso; le emozioni auditive del suono struggente, ancestrale delle marce funebri, prezioso patrimonio ‘audiotattile’ della comunità.

Sono ben note le matrici storico-culturali di questa secolare ritualità che ci appartiene del tutto. Essa si riconosce nelle strategie riorganizzative del consenso promosse dalla Riforma cattolica e irradiate nelle aggregazioni demiche del territorio pugliese (e più latamente meridionale) grazie al veemente impegno degli ordini religiosi, gesuiti in primis, padroni della enfatica religiosità spagnola, detentori assoluti delle nuove forme di comunicazione del sacro che, complice l’esuberante spettacolarità della civiltà barocca e il suo profondo permeare la cultura della nazione egemone, la Spagna, seppero imporre un volto inconfondibile alla religiosità del Mezzogiorno d’Italia.

Non è infatti difficile riconoscere nella ritualità quaresimale spagnola, soprattutto andalusa, gli archetipi, anche artistici, dei nostri riti quaresimali, mediati attraverso la capitale del Viceregno, Napoli, e irradiati nelle nostre contrade durante il tempo lungo della Controriforma in un clima di clericalizzazione della società civile, fino a innervarsi profondamente nel parallelo sforzo di riorganizzazione della pietà e della solidarietà popolare incarnato dalle confraternite, autentiche fiancheggiatrici delle istituzioni religiose ufficiali nell’immane sforzo di promuovere e controllare la religiosità popolare, attenuando, in nome della fede, le distanze sociali ed economiche fra i ceti.

E proprio le confraternite, sia pure spesso condizionate da un dialettico rapporto con il potere religioso, ma rafforzate dalla politica pontificia postunitaria intenta a contrastare la ‘deriva’ laica dello Stato liberale, hanno traghettato quella pietà popolare fino al nostro tempo, rendendola resistente, anzi antagonista delle ‘insidie’ della modernità e della crescente laicizzazione della società civile, sempre più impregnata di quelle forme di ‘liberazione’ che (è ormai il vissuto del nostro tempo) hanno generato indifferenza, se non renitenza, a qualunque forma di religiosità.

Quel che sorprende al cospetto di un mondo i cui turbinosi modelli sociali rendono fragili ed effimeri i sentimenti, è che quella religiosità popolare è riuscita a sfidare il tempo (un tempo, sappiamo, cinicamente crudele verso la memoria) facendo forza proprio su quella ieratica ritualità, anzi offrendola sotto un maquillage appena accennato, alla moderna civiltà dell’immagine che, notoriamente irriguardosa della tradizione, se ne è invece comunque impossessata, contenendo tuttavia la fisiologica deriva del suo consumismo frivolo e superficiale con l’istintivo rispetto che suscita la memoria ancestrale: costretta, dunque, quella civiltà dell’immagine, a conservare quei riti in deroga al suo codice genetico freneticamente mutevole e irriguardoso del passato. Un esempio per tutti: il suono, appunto ancestrale, della banda, rimosso in nome della modernità dallo spazio storico per il quale è nato (il melodramma e le feste patronali), e invece conservato con irriflessa emotività come ingrediente insostituibile della ritualità processionale, come legame profondo e incancellato coi sentimenti degli antenati.

Quel che invece sembra assai meno traghettabile nel nostro tempo sull’onda della fortuna ancora intatta dei riti quaresimali è la cifra profondamente etica che essi, al di là degli apparati scenografici, al di là della spettacolarità imposta da una religiosità alogica ed elementare, hanno sempre, comunque custodito. È il modo, proprio di quella religiosità, di porsi al cospetto del sacro avvertendo l’esigenza etica del pentimento, covando il senso della colpa e dunque dell’espiazione attraverso la sofferenza che rende possibile il riscatto: attraverso quella sofferenza che è sì ingrediente spettacolare, fino talvolta al grottesco e raccapricciante, dei riti quaresimali, ma che corrisponde comunque a un primigenio, incancellabile bisogno di catarsi.

Sta però di fatto che il pentimento è possibile solo in rapporto a un sistema di valori etici riconosciuti. È anzi il tentativo personale di ricomporre la violazione sia pure occasionale di quel rapporto. E dunque esso è praticabile, non importa se nelle forme penitenziali intime o nelle forme estreme dell’‘atletica penitenziale’ espresse dalla religiosità popolare, in un contesto civile che sia ancora capace di riconoscere i valori etici che appartengono a un codice geneticamente radicato.

Ora, che il pentimento sia condizione spirituale della coscienza del nostro tempo e quindi ancora praticabile con l’atletica penitenziale dei nostri avi, non può non suscitare dubbi al cospetto di una innegabile deriva di quei valori etici che fondano le società civili e le cementano in una concorde condivisione di quei valori: deriva cui i meccanismi attuali di produzione della ricchezza, l’assoluta religione del profitto, l’ormai flebile imperativo etico del pudore a tutti i livelli della vita sociale, la fragile resistenza dei diritti umani offrono una poderosa sponda quotidiana, rendendo evanescente la coscienza della violazione di quel sistema etico. Il nostro tempo, complice il perverso contagio di degradati modelli etici offerti dai mass media, ha dilatato a dismisura fino a non saperlo più riconoscere, il confine fra lecito e illecito, fra legge e illegalità, laddove pentimento e penitenza emergono per differenza dal consapevole possesso di un codice etico.

Ma, si sa: la Pasqua è rito di speranza e anelito alla rinascita. È la forma religiosa della natura che torna a primavera a far sorridere i nostri campi a dispetto delle devastazioni che l’uomo, insensibile persino alla sua stessa sopravvivenza, le infligge. È una millenaria utopia nella quale comunque, oggi più che mai, conviene ancora credere, anche continuando a godere con gli occhi e con l’anima la nazzicata delle statue dondolate dal suono ancestrale della banda fra le fronde turgide degli alberi di Giuda puntualmente fioriti per la Settimana Santa. E poi: la nostra Ruvo è o no il paese che riempie le sue strade di Quarantane, simbolo penitenziale per antonomasia, e le brucia in segno di liberazione dal peccato?».

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