Sciopero nazionale dei medici, le associazioni di categoria ne spiegano i motivi

Francesca Elicio

Sarà comunque assicurata la continuità delle prestazioni nei casi indispensabili

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Lo scorso 29 ottobre le associazioni di medici italiani proclamarono uno sciopero nazionale allo scopo di denunciare al Ministero alcune situazioni spiacevoli che la loro categoria sta vivendo. Iniziativa che ebbe però esito negativo.

Per questo, le organizzazioni sindacali di categoria hanno organizzato altre 24 ore di astensione dal lavoro il prossimo 16 dicembre, garantendo comunque la continuità delle prestazioni indispensabili.

In particolare, i medici italiani denunciano il definanziamento progressivo della sanità pubblica, che taglia servizi e personale e riduce l’accesso alle cure; un federalismo inappropriato; la proroga del blocco dei contratti di lavoro e delle convezioni, prevista dalla legge di stabilità 2016 sotto mentite spoglie; il blocco del turnover, che lascia al palo le speranze dei giovani e dei precari; l’uso intensivo del lavoro professionale e l’abuso dei contratti atipici che eludono gli obblighi previdenziali e riducono la sicurezza delle cure; l’assenza di programmazione nell’accesso alla formazione pre e post laurea; la mancanza di una riforma delle cure primarie che favorisca l’integrazione del territorio con l’ospedale e un concreto rilancio della prevenzione e la varietà di leggi e norme che impediscono al medico il libero esercizio delle sue funzioni, lasciandolo alle prese di una burocrazia sempre più invadente e oppressiva che sottrae spazio all’attività clinica. Chiedono al contrario una gestione dei servizi sanitari che rispetti l’autonomia, la responsabilità e le competenze professionali.

«Da tempo il Presidente del Consiglio insiste, a ragione, sul capitale umano, leva per risollevare le sorti del nostro Paese, “l’unico grande strumento con il quale l’Italia uscirà dalla crisi” – scrivono i rappresentanti delle sigle sindacali –. E, coerentemente, si implementano le risorse economiche a disposizione della stabilizzazione e della formazione del capitale umano impiegato nella scuola pubblica.

La sanità, invece, continua a vivere, o meglio a morire, fuori dall’attenzione della politica, se non come puro costo da abbattere, generatore di sprechi, lusso che non ci potremmo permettere. Se il cuore della #buonascuola sono gli insegnanti, il cuore della sanità migliore sono i suoi professionisti, e i Medici in particolare, che oggi sembrano essere solo costi da tagliare, prima e più di altri, macchine banali prive di ruolo sociale, pur essendo capaci, per le loro competenze e conoscenze, di fare la differenza tra la vita e la morte, la salute e la malattia. Oggi il capitale umano della sanità vale quanto le azioni della Lehman Brothers dopo il 15 settembre 2008. Impoverito, da un punto di vista quantitativo e qualitativo, è appena sufficiente a mantenere le attività di base e rispondere alle (continue) emergenze, lavorando in condizioni sempre più gravose, per la contrazione numerica e l’invecchiamento progressivo, e rischiose per l’esposizione a un crescendo insostenibile di responsabilità penali, civili, patrimoniali, oltre che professionali. Dal canto loro, i giovani stazionano in un limbo post-lauream, senza poter completare la loro formazione, sospesi tra precariato stabile, nuovo ossimoro della lingua italiana, e un caporalato 2.0.

Dimenticati dalle politiche del lavoro del Governo, emigrano a causa del disagio del presente e dell’incertezza sul futuro. Una fuga sestuplicata negli ultimi cinque anni. Un singolare caso di trasformazione transfrontaliera, per cui un capitale umano che vale quanto i titoli spazzatura nel proprio Paese, diventa prezioso appena valica il confine. Un regalo ai vicini europei, i quali non si prendono più la briga di investire in formazione medica. La “supplentite” senza fine produce la precarietà professionale ed esistenziale, ben conosciuta per la scuola, ma ignorata per la sanità, che rimane esclusa da ogni ipotesi di soluzione. “Bisogna assumerli i precari, per non consentire che uno prima ancora di arrivare in una scuola (nel nostro caso, in un ospedale o in un presidio territoriale) abbia già perso tutti gli entusiasmi”. Bisogna assumerli, certo, anche quando questi precari sono medici o biologi, psicologi, fisici etc. perché ferie, maternità, malattia sono un diritto di tutti coloro che lavorano. La sanità può contribuire a cambiare l’Italia, costituendo anche un formidabile volano per l’economia.

Non si tratta di inventare la Buona Sanità, quanto di restituire centralità alla sanità pubblica e di trattare con più cura chi tutela la salute dei cittadini»  , chiariscono, chiedendo in conclusione alle Istituzioni tutte «un confronto programmatico, in assenza del quale rimangono senza risposta le criticità sofferte ed evidenziate da operatori e cittadini, ed in letargo i processi, pur necessari e urgenti, organizzativi e culturali di cambiamento del sistema sanità, mettendone a rischio la tenuta. Anche per rispetto a una categoria che esercita la propria professione dopo un percorso formativo di lunghezza, complessità e rischiosità senza pari, superando concorsi pubblici e valutazioni periodiche, in condizioni sempre più difficili. Ed in considerazione della delicatezza della materia che tratta, la salute dei nostri cari e di noi stessi, il “capitale dei poveri”. Quella che, dicono, viene prima di tutto».

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