Schiavi cinesi a Trani, il commento di Ventola

Il consigliere regionale di Cor: «In un mondo globalizzato le regole del mercato e il rispetto della dignità umana devono avere la stessa lingua e le stesse norme»
Sul sequestro di un capannone a Trani, nel quale vivevano e lavoravano in condizioni disumane 30 cinesi, è intervenuto il consigliere regionale di Cor Francesco Ventola.
«Gli schiavi della porta accanto», li definisce in una nota. «E così finiamo per scandalizzarci, o per far finta di farlo, guardando i reportage che arrivano dall’India o dalla Cina dove operai sono costretti a condizioni di lavoro inumano e assurdo. E poi accettiamo che gli stessi operai abbiamo identiche condizioni di lavoro a casa nostra.
Dice che la scoperta non l’ha sorpreso più di tanto. «I calzaturifici del nord barese erano e sono il fiore all’occhiello di un’economia che dettava e detta non solo i numeri della produzione ma anche la moda in Italia. Molte grandi firme venivano e vengono a realizzare le loro creazioni in pelle nel nostro territorio.
Un territorio dalla doppia faccia: quello di instancabili e seri imprenditori locali che nonostante la crisi continuano a credere a investire in Italia e quello che oggi è oggetto di un’inchiesta della Procura di Trani.
Negli ultimi anni molte aziende hanno chiuso perché produrre in Italia non conveniva più, meglio farlo nel terzo mondo a prezzi stracciati rispetto ai nostri, anche grazie a una mano d’opera sottopagata. Oggi il terzo mondo è casa nostra. Il cambiamento è avvenuto sotto gli occhi anche dei sindacati che hanno inseguito un modello di organizzazione di lavoro non compatibile con le regole della globalizzazione e alla fine non solo gli operai ma anche gli imprenditori sono diventati cinesi, con il paradosso che spesso sono loro ad assumere gli ex proprietari italiani.
In un mondo globalizzato le regole del mercato e il rispetto della dignità umana devono avere la stessa lingua e le stesse norme se devono portare benessere globale, altrimenti avremo solo una disparità globale a scapito proprio di quegli imprenditori che, invece, nel Made in Italy ci credono ancora», conclude Ventola.
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