Ruvesi: vizi e virtù di ieri…e di oggi?

Elena Albanese

Ironia e punzecchiature non vengono risparmiate nel secondo capitolo, dedicato a “origine e lingua degli abitanti”

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Un compendio di pregi e difetti di Ruvo, di vizi e virtù dei ruvesi. Talmente ironico e pungente da suscitare, a suo tempo, le ire di molti. Talmente vero da diventare probabilmente vittima di una vera e propria “damnatio memoriae”. Ma talmente attuale da essere stato ristampato dopo quasi 150 anni dalla sua scrittura.
Si tratta della monografia “Ruvo di Puglia”, di Roberto Massone, ligure, capitato nel nostro paese nel 1869 per insegnare lettere nel Ginnasio Comunale. Fu proprio nell’autunno di quell’anno che si dedicò alla scrittura del breve saggio, pubblicato prima come appendice della rivista “Il Commercio di Genova” e poi edito nel 1871 dalla tipografia Santamaria.

Diviso in 5 parti, è un’analisi a 360° della città e dei suoi abitanti. Un vero e proprio reportage, lo definiremmo oggi, che, con l’arma della battuta e della satira, non risparmia nessuno. “Una storia spudorata, intrigante e veritiera”, la definisce un biglietto del 1948 di un tale Mauro Colajanni indirizzato al poeta Alessandro Valenzano. La missiva è stata ritrovata dal nostro concittadino Cleto Bucci ed è stata la spinta per mettersi alla ricerca del misterioso testo che, in effetti, dopo le due pubblicazioni, è stato perso, cancellato dalla memoria collettiva. Probabilmente perché molti ruvesi “ebbero a dolersi” di ciò che vi era scritto, forse perché colpiti nei loro punti deboli con la precisione derivante dall’obiettività di un osservatore esterno.
La prima parte analizza il territorio e il clima, mite d’inverno ma alle volte gelido in primavera. Specifica che la strada che parte dalla città verso sud-est non è la via Appia, come molti (oggi quanto ieri) erroneamente credono, ma la via Traiana. Parla della “bellissima pietra” dei nostri palazzi, ma (scandalo!) osa dire che “l’olio, tanto decantato dai ruvesi, è inferiore assai a quello della Liguria”. Accenna ai paesi limitrofi e si azzarda a scrivere che “Terlizzi, città più popolosa di Ruvo, è ad esso molto superiore sotto il rapporto sociale”.

Ironia e punzecchiature non vengono risparmiate nel secondo capitolo, dedicato a “origine e lingua degli abitanti”. Il Massone cita e apprezza il dialetto e la sua origine greca, prendendolo ad esempio per criticare “la presunzione di coloro che vorrebbero toscanizzare tutta l’Italia” a discapito di altre lingue e dei loro “bellissimi vocaboli”. In compenso però cita l’usanza, tutta meridionale, di “fare la guerra” all’uso dei verbi ausiliari (usando essere al posto di avere) e a quello “del modo soggiuntivo (l’attuale congiuntivo), il quale viene costantemente escluso nel discorso”. Tanto da far domandare all’autore se questo modo verbale “sia veramente necessario all’uomo per essere felice”!
Nella terza parte si fa riferimento a politica e amministrazione. Non sono pochi i sassolini nelle scarpe che lo scrittore decide di togliersi d’ora in poi. Pare infatti che già all’epoca non mancassero beghe e ritardi burocratici. In controtendenza la quarta sezione sull’istruzione pubblica, nella quale si elogia, per esempio, l’avvocato ruvese D. Paolo Valenzano, fondatore del ginnasio in cui il Massone lavora come insegnante. Egli ne approva e ne difende le scelte, ad esempio la divisione per materie e non già per classi, giudicandole “savissime”.

Dulcis in fundo, come un’amara ciliegina sulla torta, il nostro autore dedica la quinta e ultima parte del saggio agli usi e costumi nostrani. Leggendo della “religiosità esteriore” dei ruvesi, che sfocia “nella maggior pompa possibile”, sembra quasi di vedere le facce indignate dei nostri avi costretti a subire un tale affronto nelle proprie credenze più profonde. Impossibile impedire alle donne di offendersi di fronte all’accusa di “accoppiare una vita di libertinaggio colle credenze cattoliche”.
Definisce “indicibili” le spese delle Confraternite religiose ed “esilarante” la devozione a San Rocco. Come se non bastasse, conclude citando il peggior difetto dei ruvesi: l’avarizia. Pare che un funzionario governativo del periodo, interpellato in merito, abbia detto: “A Ruvo non vi sono partiti: il Dio dei ruvesi è l’oro”.
Questo e molto altro si trova nel libro, ristampato ad opera di Cleto Bucci con l’aggiunta dell’introduzione e del titolo “Un caso di damnatio memoriae”, presentato lo scorso 20 maggio.
Chissà se i ruvesi che lo leggeranno lo reputeranno un esercizio di stile dello scrittore o una scottante verità, una lettura attuale o datata, un modo per non prendersi troppo sul serio o per pensare che certe cose mutano, ma altre non cambiano mai. In questo secondo caso, senza dubbio, qualcuno “ne avrà a dolersi” nuovamente!

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Commenti

  • 79daisy (utente non verificato)

    Peccato per il prezzo…

  • leveria (utente non verificato)

    chi mi dice qualcosa su dove si può acquistare e quanto costa?

  • Elenalba (utente non verificato)

    Si dovrebbe poter acquistare presso la Pro Loco di Ruvo al prezzo di 10 €.