Ripartire dalla cultura

Il Prof. Lovino ci spiega un punto basilare del programma dell’Unione a Ruvo
La bagarre elettorale ruvese entra nel vivo avviandosi alla conclusione verso le fatidiche date di fine maggio. Il paese si anima di volti sorridenti sulle plance mentre di notte si scatena il classico gioco dei manifesti. Le scelte dell’Unione cercano di portare avanti una campagna elettorale che si scosti dalla presenza esclusivamente visiva e porta avanti un programma fatto di punti ben precisi come la cultura.
La chiamata è stata quasi d’obbligo per il Prof. Rocco Lovino, da anni docente attivo nel formare una coscienza della società con il teatro organizzato nel Liceo Scientifico “Tedone” e chiamato a contribuire a risollevare il “declino culturale del Paese”. In un tranquillo confronto si sono affrontati i temi più disparati legati alla situazione politica e alla propria candidatura come consigliere nel partito dei DS a sostegno di Michele Stragapede.
Qual è il giudizio sul dott.Mario Volpe, commissario uscente dalla gestione del paese?
Senza nulla togliere alla qualità della persona, dal punto di vista amministrativo non è stato “impertinente”, ma si è adeguato alle circostanze. Il compito del commissario dovrebbe essere essenzialmente quello di portare a compimento le opere deliberate, ma auspicavo si rivedessero alcune discutibili per favorirne altre più necessarie.
In questo senso come si vorrebbe operare per una svolta nel paese?
Ciò su cui si vuole operare in maniera prioritaria è la rifondazione della cultura, non intesa come processo di ignoranza ma come processo di emancipazione. Riproporla e ravvivarla attraverso un nuovo spazio ai giovani: attività artistiche, culturali e di vario genere. Il progetto del partito è quello di far rientrare la forza giovanile abbandonata sul corso a sciamare e questo per invertire la rotta degli ultimi anni: abbiamo investito in mattoni e asfalto e ci siamo abituati ad una politica di interesse piuttosto che ad una politica sociale.
Questo è stato il discorso che mi ha accattivato e che mi ha spinto ad inoltrarmi nella politica: sono stanco di vedere l’utenza sociale, i miei ex-alunni, preda di avvenirismi e di promesse mai mantenute. Io ho rispettato i miei alunni nel corso degli anni senza mai plagiarli e ora voglio dimostrare loro che è possibile una politica attiva e partecipata oltre all’insegnamento ricevuto: dare, oltre alle conoscenze, la prospettiva del pragmatismo.
Qual è la funzione della candidatura del prof. Lovino?
Politicamente parlando il partito vuole investire in cultura e hanno scelto me come trait d’union per portare avanti una politica non di informazione ma di formazione. Il mio motto per la campagna è stato “io tra di voi”, dentro le mura e fuori, sviluppando associazioni per incontri artistici, pittorici, musicale, teatrali, produrre qualcosa di alternativo per i giovani.
Vederli trasmigrare su Corso Cavour è la pena della loro adolescenza mentre io voglio che si risvegli il ruggito che hanno dentro, voglio invitarli a produrre qualcosa dentro e fuori dalle mura. Come diceva Don Tonino parlando della cresima “la cresima è la festa dell’abbandono mentre vorrei diventasse la festa dell’inizio” , così voglio che riparta la politica e la cultura: dopo l’informazione dentro le mura, lo sperimentalismo fuori.
E i grandi?
Gli adulti per la prima volta sono diventati l’ostacolo dei giovani anche se i cinquantenni di oggi sono la generazione che ha fatto il ’68.
Parlo di un’68 sano, quello dell’idea piuttosto che della p38. Noi puntiamo sull’educazione e sulla cultura come strumento di cambiamento, guardiamo con atteggiamento pietoso i nostri figli piuttosto che invitarli a muoversi e farsi sentire. Piuttosto che dare un volto alla loro persona li abbiamo educati al “me la vedo io”, abbiamo scarnito la loro “aggressività giovanile” e li abbiamo indotti all’inettitudine.
Adesso, dopo averli persi ce ne lamentiamo dicendo che i giovani sono il nostro capitale da cui ripartire, ma abbiamo fatto in modo che questo capitale andasse perso. La situazione di oggi è la conseguenza del nostro modo di agire negli anni ’80 ne ’90: abbiamo voluto regalare loro un mondo caramellato ma li abbiamo resi inerti, li abbiamo invitati a rimanere qui ma senza la possibilità di fare qualcosa.
La ripresa adesso passa dallo sforzo anche di andare fuori affinché al ciò che hanno acquisito possa essere realizzato in loco con gli strumenti adeguati. Saper fare tutto ma poter anche fare tutto, è giusta una emigrazione culturale a patto che al rientro ci sia una collocazione lavorativa dignitosa: avere delle reali possibilità lavorative piuttosto che contratti di un giorno e precarietà.
La campagna elettorale dell’Unione si discosta dallo sforzo economico che sta portando avanti il candidato Paparella, come si spiega questa scelta?
Abbiamo firmato il Patto Etico sentendoci fieri di questa nostra diversità. Non sperperiamo energie economiche nella propaganda: rifiutiamo i manifesti eccentrici e di una campagna elettorale fantasmagorica. La propaganda elettorale non è uno strumento per promettere e per considerare l’elettorato come un mezzo facilmente strumentalizzabile e passivo, quando in realtà l’elettorato sta crescendo.
La gente si è allontanata dalla politica perché non crede più a questa politica “di costume” però non cede più alla forza anestetizzante delle promesse fatte e vuole una politica come servizio piuttosto che affare personale. Noi portiamo un patto chiaro e trasparente su ciò che si può fare rispettando la cittadinanza e l’intelligenza dell’elettore che deve misurare per la serietà della proposta. È un diritto e un dovere quello di scegliere con intelligenza e non con un colpo d’occhio.
I modi “giovanili” delle campagne elettorali che utilizzano una baraonda dell’immagine sono pericolosi: il soffocamento mediatico che presentiamo all’utente è causa di soggezione anche imbecille e non invita a dibattere e discutere. Noi non parliamo tramite i messaggini ma scegliamo di parlare direttamente alla cittadinanza. Il candidato sindaco non è il sindaco che si presume tale e che parla attraverso sms ma piuttosto chi ti parla guardandoti negli occhi.
Un ultimo giudizio sul suo ingresso nella campagna elettorale
Io penso che, giustificando il mio ingresso, l’uomo abbia bisogno di confrontarsi con l’altro uomo, il che significa avere fiducia nell’altro e in quello che l’altro può portare all’uno per definire insieme una linea d’intesa piuttosto che procedere per sopraffazione. Nella campagna elettorale cerchiamo di marcare gli orientamenti; dividere è la prova di non voler ammettere l’intelligenza dall’altra parte nella possibile gestione della città.
Non non siamo propensi alla chiusura ma all’apertura all’altro e dobbiamo guardare alla politica culturale delle regioni del centro-nord, dove l’incontro ha favorito l’emancipazione della società. Tornando alla mia esperienza di fare teatro, ho sempre preferito far partecipare i miei alunni alle rassegne perché è un modo di confrontarsi piuttosto che lasciarli scontrare per far prevalere la competizione.
Ho sempre considerato il teatro come emancipazione e formazione, per far uscire i miei ragazzi dall’inedia per alcune ore della giornata, renderli protagonisti dei loro orizzonti. Se continua la politica dello scontro noi saremo sempre emarginati perché portiamo avanti un’idea dell’avversario inteso come nemico e continueremo ad essere vittime di una decadenza morale, politica e civile.
Nessun commento ancora. Scrivi il primo!








Sanb, accertate tre violazioni per abbandono di rifiuti