“Quando a Ruvo scoppiò la rivolta contadina”, il contributo storico di Angelo Tedone

Copertina rivista “La Tribuna Illustrata”, 1908 (via Angelo Tedone)
Il direttore responsabile de Il rubastino, il periodico edito da Pro Loco Ruvo di Puglia, ricostruisce in un piccolo saggio gli avvenimenti che sconvolsero la città l’8 gennaio 1894
In un piccolo saggio storico, Angelo Tedone, direttore responsabile de Il rubastino, periodico edito dalla Pro Loco di Ruvo di Puglia nonché cultore di storia e lingua locali, ricostruisce i tragici avvenimenti che sconvolsero la nostra città l’8 gennaio 1894, 130 anni fa.
«All’inizio del 1894 (130 anni fa) – si legge – a Ruvo si erano acuiti i dissidi tra le due fazioni di cittadini (forkaiule e mariule) per la conquista del pubblico potere. L’intera società era segnata da profondi contrasti di classe caratterizzati dal dominio incontrastato di alcune famiglie di proprietari terrieri. In un duro scontro sfociato nel tumulto del 1894 vi fu una inaudita violenza.
Nella prima mattina dell’8 gennaio vi fu, infatti, una rivolta contro l’amministrazione comunale in carica, nei pressi del municipio a porta Castello. Vi erano uomini di entrambe la fazioni armati di rivoltelle, armi bianche e bastoni che animarono scene di ferocia con scambi di coltellate e bastonate circondati da proiettili vaganti
La guerriglia continuò per ore durante le quali il Comune fu bruciato da braccianti intenti a lanciare pietre, mentre si dirigevano verso la Fondiaria per aprire una cassaforte ormai vuota e dirigendosi, inoltre, verso il carcere per liberare alcuni prigionieri. Intanto, olio bollente veniva versato dai tetti delle case; una donna perse la vita mentre fu distrutta la villa comunale seguita dalla notizia della cattura di un riccone messo in un sacco e portato nella contrada Rogadeo.
Fautori della rivolta furono, quindi, i contadini trattati come schiavi da quei possidenti che accumulavano proprietà attraverso lo sfruttamento. Il motto coniato per l’occasione recitava “Il signore sta grasso e tondo e noi stiamo in profondo tugurio”. Il Comune fu quindi spogliato di tutti i suoi beni e l’unico mezzo di riappacificazione era quello di promettere in demanio la vaste proprietà comunali al fine di cancellare il rapporto di servilismo nei confronti degli agrari che opprimeva tante famiglie.
Seguì un processo contro i ribelli, durato oltre un anno, allorquando il 6 ottobre 1895 fu emanata una sentenza dal Tribunale di Trani che vedeva tra i principali imputati Nicola Boccuzzi, Federico De Venuto e i braccianti Domenico Basile e Francesco Siciliani. I primi due per aver istigato molti contadini ad usare minacce e violenze, impedendo i lavori del consiglio comunale; gli altri due per aver bloccato l’avvio dell’assise consiliare.
In una istruttoria veniva dichiarato che Boccuzzi e De Venuto aizzavano la plebe contro la maggioranza dell’amministrazione e che il tumulto fu provocato da loro dal momento che il De Venuto fu visto in piazza Municipio tra i contadini incitandoli all’intervento con l’obiettivo dell’appropriazione arbitraria del bosco. Un’azione dovuta ai continui rinvii del consiglio comunale di discutere sulla questione demanio. Con i quattro indagati furono processasti 153 dimostranti, 53 dei quali furono trattenuti, tra i quali il capo promotore Pietro Cervone. In particolare Basile e Siciliani furono accusati per aver gridato “porci, ladri, vogliamo che vi dimettiate” mente De Venuto e Boccuzzi risultavano capi istigatori. Il vice prefetto di Ruvo, Tommaso Ferrieri Caputi, intanto, sottolineò che alla base della sommossa vi era la questione demaniale.
Tante le prove di discolpa a favore di De Venuto e Boccuzzi come il sindaco Raffaele Cotugno che li apostrofò come “uomini del bene”, sottolineando che lo stesso De Venuto era stato a Napoli per la riappacificazione degli animi. Pantaleo Mastrorilli, invece, ricordava ai giudici la raccomandazione che i due imputati rivolgevano ai contadini dicendo “Se tutto volete ottenere, la calma deve regnare in voi”. I quattro imputati furono quindi assolti tra le grida “Viva il Tribunale, viva i giudici onesti”».
Commenti
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Per questo episodio dobbiamo ricordare il M° Michele Cantatore che musicò i ideò versi in vernacolo dialettale ruvese per gli avvenimenti della rivolta non ricordo l’anno che iniziava cosi: (scusate la descrizione del dialetto non sono pratico)…Curreit curreit uagniun ca sa va abbrsciot la cummiun avast avast deciaje la figlie de Peppein Nast, la crosce de mest achille sciaie a du fuc mezz a la villa e spaccain l’aru ad iun a iun …non ricordo più nulla ricordo che citava anche mons. Bruno e il detto che si diceva quando si versava l’olio sui alimenti..toritt benett e grium er re d’ugl saup a re maccariun
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ciao domenico, sono in possesso dell’intera filastrocca pubblicata nella mia ‘Grammatica della lingua rubastina’ per conto del Consiglio Regionale della Puglia_ Se la redazione lo vorrà posso pubblicarla anche con accenti scientifici ovvero comprensibile in altre regioni.
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se mi dai una copia tramite mia email domenico.amenduni@libero,it ne sono grato io ero nel coro per la rappresentazione dell’opera del maestro michele cantatore
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