Quando a masseria Sant’Eugenio si rifugiavano i briganti di Ruvo di Puglia

Nel saggio “Il brigantaggio a Ruvo di Puglia”, Angelo Tedone, cultore di storia locale e direttore de “il rubastino” della Pro Loco, parla di un fenomeno complesso che toccò anche la nostra città e dintorni

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Frontespizio della Legge Pica (da Angelo Tedone – cliccare sull'immagine per visualizzarla interamente)

Il brigantaggio meridionale, per l’economista e politico Francesco Saverio Nitti, era un fenomeno molto complesso, di reazione alla fame, alle ingiustizie sociali e di ribellione politica ai Savoia, all’indomani dell’Unità d’Italia.

Interessò anche la nostra città, come ci spiega, nel saggio “Il brigantaggio a Ruvo di Puglia”, Angelo Tedone, cultore di storia locale nonché direttore editoriale de il rubastino, il periodico edito dalla Pro Loco di Ruvo di Puglia.

«A seguito dell’Unità d’Italia – si legge -, nella primavera del 1863 (160 anni fa) il Prefetto di Bari promosse la mobilitazione di 500 volontari regolarmente retribuiti per le persecuzioni alle squadre di brigantaggio che cominciavano a rifiorire dopo gli eventi del 1808, allorquando teatro delle loro lotte in Puglia era il territorio tra il castello di Garagnone e la Murgia Franchini.  Questa volta i briganti erano ex soldati borbonici e garibaldini, vagabondi disoccupati e nostalgici del vecchio regime in cerca di vari bottini da portare in famiglia alla luce delle condizioni economiche della gente del Sud.

I braccianti più fortunati, perché titolari di una misera occupazione, mangiavano solo pane nero di orzo cucinato per due o tre volte ma per loro lo straniero da combattere non era solo l’austriaco o il Borbone bensì il massaro o il piccolo signore che insidiavano anche i parenti, negando loro anche il pane dovuto. Di qui l’arruolamento anche di tanti ruvesi tra i briganti che elessero loro capo storico il caporale Antonio Testino, potenziando un fenomeno che destava nel Regno sempre più preoccupazione di ordine pubblico al punto di far emanare il 15 agosto 1863 la “legge Pica”, tesa alla repressione del brigantaggio e che prescriveva la pena di morte rimasta in vigore per due anni.

Un periodo funestato da 10.000 fucilati, 2.500 morti durante vari conflitti, oltre 8.000 condannati. Intere famiglie venivano arrestate senza alcuno pretesto solo perché non rivelavano nomi di conoscenti legati a briganti. In Terra di Bari operarono 14 squadre di volontari (6 a cavallo, 8 a piedi) per la repressione di tale fenomeno tra cui i ruvesi Giuseppe Pellegrini (32 anni), Bartolomeo De Leo (26), Pietro Antonacci (28), Francesco Di Modugno (36) e Giovanni Petrarota (43).

La situazione si fece tanto allarmante da indurre il 12 maggio 1863 il Regio Delegato di Ruvo Luigi De Zio, vista la rinuncia delle truppe esistenti, a chiedere al Prefetto rinforzi militari che scortassero l’invio di viveri nella masseria Coppa per sfuggire a imboscate frequenti in tutta la Murgia da parte dei tanti briganti. Ma su questo servizio suppletivo gravava un ulteriore costo, peraltro non riconosciuto dal Prefetto che ordinò ai militari di “recarsi dove erano destinati” in quanto trattavasi di un servizio di Pubblica Sicurezza. L’11 agosto, presso la masseria S. Teresa al confine degli agri tra Ruvo ed Altamura, i cavalleggeri nel corso di un conflitto durato due ore uccisero quattro briganti appartenenti alla banda di Crocco, tra i quali il bracciante ruvese Giulio Lospoto.

Intanto tanti giovani sbandati girovagavano anche per le campagne di Ruvo, Bitonto, Giovinazzo avendo come punto di riferimento la masseria Sant’Eugenio, a otto km da Ruvo, dove si nascondevano oltre 20 persone con una età media di 26 anni, capeggiati da Pasquale Freda, un giovinazzese sorvegliato dalla polizia nonostante fosse stato insignito di una medaglia dopo i moti del 1848.

Il brigantaggio fu debellato definitivamente nel 1865 con una lotta che non fu considerata campagna di guerra bensì “operazione di ordine pubblico diretta e coordinata da autorità militari”».

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