Processo 12 luglio 2016, i familiari: «Persa ogni speranza»

La delusione di Summo, Tedone e Bianchino, genitori di tre giovani vittime

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Se i vertici di Ferrotramviaria sono soddisfatti per gli esiti della sentenza con cui la Quarta sezione penale della Corte di Cassazione ha confermato quella della Corte d’Appello di Bari – condanna del capostazione di Andria Vito Piccarreta e del capotreno Nicola Lorizzo nonché assoluzione di Massimo Nitti e Michele Ronchi, all’epoca dirigenti di Ferrotramviaria, e della stessa società -, molto delusi sono i parenti delle 23 vittime del disastro ferroviario del 12 luglio 2016.

Come Nicola Summo, papà del giovanissimo Antonio, “musicista e sognatore”: «Noi in realtà non abbiamo mai creduto nella vera giustizia, era una cosa che immaginavamo già dall‘inizio – commenta -. Ci dispiace che abbiano avuto tutta la colpa solo due lavoratori che svolgevano il proprio lavoro in condizioni non ottimali, tenendo presente che c’erano diversi disagi tecnici. La responsabilità non era certo da attribuire solo a loro. In fondo, come dico sempre, il biglietto a mio figlio l’ho pagato a Ferrotramviaria e non agli operai, in quanto ritengo che la piena responsabilità sia prima di tutto dell‘azienda: già si era verificato un altro episodio per fortuna andato a buon fine (l’episodio senza conseguenze risale al 21 ottobre 2014 ed emerse durante l’inchiesta della Procura di Trani, ndr), ma l’azienda non aveva provveduto a risolvere la criticità, nonostante i fondi per la sicurezza».

Vincenzo Tedone, papà di Francesco Ludovico, una delle vittime più giovani, dice di non essersi aspettato altro. «Avevo perso da tempo la speranza che venisse fatta giustizia». Per questo ha scelto di non andare a Roma: «Non avevo voglia di assistere all’ennesimo stillicidio. Povero chi si trova a vivere vicende come questa». Tedone oggi prova a tenere il ricordo del figlio lontano dalle aule giudiziarie. «Penso a Francesco, a come voleva vivere, alle cose che avrebbe voluto fare. Mi circondo dei suoi amici e provo a creare qualcosa di bello con loro e per loro. È questo che mi dà la forza di andare avanti».

Parole dure anche quelle di Pinuccio Bianchino, papà di Alessandra. La requisitoria del sostituto procuratore generale Ferdinando Lignola, che aveva chiesto un nuovo giudizio per alcune delle posizioni assolte, aveva fatto sperare in un esito diverso. «Era quello che sostenevamo da tempo: secondo noi le responsabilità non potevano fermarsi soltanto al capotreno e al capostazione. Restava da approfondire il ruolo dei vertici», dice Bianchino. La decisione della Suprema Corte lascia invece spazio alla delusione. «Speravo potesse andare diversamente, anche se ormai avevo poche aspettative». Poi il bilancio di questi anni: «Sono cambiati giudici, sedi, pubblici ministeri. È stato un percorso lungo e difficile da comprendere per chi lo ha seguito dall’inizio».

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Commenti

  • amenduni francesco (utente non verificato)

    se io mi fossi trovato al posto dei parenti delle vittime, avrei preteso di cancellare immediatamente quelle targhe, di cambiare immediatamente il nome di quei piazzali e di dedicarli invece, con targhe e posa a mie spese, alla barzelletta mondiale della giustizia italiana. avrei rinominato quei luoghi così “Largo Vittime della Giustizia Italiana”

  • EMANUELE VALENZA (utente non verificato)

    C’è da dire che è vero che il responsabile effettivo è stato chi ha dato per secondo il permesso al treno di partire, perchè non ha controllato che l’altro treno era già partito. Però non si puo’ attribuire la responsabilità del risarcimento economico alla stessa persona che ha sbagliato. La si deve attribuire all’azienda di trasporto. Che risarcimento avranno i parenti delle vittime per il danno subito?

    • Filipponio (utente non verificato)

      Quantomeno in solido, sussistendo la responsabilità oggettiva prevista dall’art.2049 del Codice Civile. Ma la politica riesce dove a sviare il diritto.