Nella sera di 140 anni fa crollava la Torre del Pilota: un saggio di Cleto Bucci ricorda l’evento

Era il 18 febbraio 1881: la Torre si ergeva nell’attuale piazza Matteotti. Nello scritto di Bucci sono presenti note di storia, architettura e letteratura vernacolare
140 anni fa crollava a Ruvo di Puglia la Torre di Pilato, che si ergeva in piazza Castello (attuale piazza Matteotti).
All’avvenimento Cleto Bucci, già ispettore onorario ai beni artistici, storici e archeologici per il territorio ruvese, cultore di storia locale, una delle anime della Pro Loco di Ruvo di Puglia, dedica un piccolo saggio storico che proponiamo ai Lettori.
« “Or bene, nella notte dal 18 al 19, verso le ore 10, come immensa fiera che mette l’ultimo ruggito e spira, la Torre, piegandosi sulla base debole da me additata, con orribile scroscio piombò in frantumi. Non si ebbero vittime umane, ma fu miracolo di Dio, non previdenza di uomini; che senza quella notte oltre ogni dire cupa e burrascosa, senza quella notte dall’ultimo venerdì all’ultimo sabato di carnevale, in cui tutti cercavano un riposo alle veglie trascorse od un apparecchio alle veggenti, in quel sito di abituali convegni, chi sa quali sventure si sarebbero deplorate!”.
Così l’ing. Luca Passaretti, capo dell’Ufficio di Arte e Novazioni (leggi Ufficio Tecnico Comunale di allora) di Ruvo, descrive, con parole accorate, il crollo della Torre di Pilato avvenuta la sera del 18 febbraio 1881.
La Torre, monumento simbolo della città, fu per molti secoli baluardo di vedetta e di difesa della nostra comunità cittadina. Successivamente fu trasformata in carcere orribile e oscuro, sotto la dominazione di Casa Carafa, per fare poi una fine ingloriosa per calcoli errati, trasformazioni azzardate e omesse manutenzioni.
La Torre di Pilato sorgeva nell’attuale piazza Matteotti e, precisamente, sul settore occidentale di quella che fu la cosiddetta “rotonda”.
Una Torre di forma cilindrica, articolata in tre piani fuori terra e uno sotterraneo, era alta 32,70 metri con un diametro esterno di 13,10 metri e del diametro interno di 7,30 metri. Se ne deduce che lo spessore della muratura, a livello di piano terra, fosse di 2,90 metri, a livello del terzo piano di 2,60 metri. Tutto il manufatto terminava con una terrazza e una merlatura esterna.
I tre piani superiori comunicavano tra loro tramite un’apertura al centro delle volte; una scala detta a levatore permetteva il passaggio da un piano all’altro. Il locale del terzo piano, alto quasi 18 metri, era a sua volta suddiviso in due ambienti sovrapposti mediante un soppalco, che poggiava su enormi travi di legno infisse nei muri formando, così, un quarto piano.
Un rivellino, realizzato a scarpa, arrivava all’altezza del primo piano e circondava la struttura cilindrica originaria. Secondo Saverio Quagliarella era di forma dodecagonale; secondo Antonio Jatta era di forma ottagonale.
La Torre fu eretta come costruzione difensiva integrata alle mura della città, ma considerata la sua enorme altezza aveva soprattutto funzione di controllo su una vastissima zona del territorio circostante.
Non vi erano particolari motivi ornamentali, se si esclude una lapide di cm 75×50 collocata all’esterno, all’altezza del secondo piano, verso sud-ovest. La lastra, lavorata a bassorilievo ma di scarsa qualità, secondo alcuni presentava le armi della famiglia Wrunfort. Questa lapide fu probabilmente incastonata in tempi successivi alla costruzione della torre, in occasione forse di qualche restauro o della costruzione del rivellino. Al crollo della Torre venne recuperata da Carlo Lojodice e conservata nella Biblioteca Comunale di allora.
Diverse le opinioni sull’epoca della costruzione che generalmente si è fatta risalire al Tredicesimo o all’inizio del Quattordicesimo secolo. Per altri andrebbe sicuramente retrodatata e forse, più probabilmente, andrebbe fatta risalire all’epoca romana quale torre del Municipium.
La costruzione, per secoli, è stata sempre denominata “Torre di Pilato”: solo all’inizio del Novecento (quando ormai era crollata), il Bernich ritenne, in modo errato, che fosse più opportuno chiamarla “del Pilota”.
La struttura, per circa tre secoli, appartenne ai Carafa. Nel dicembre del 1811, il Duca d’Andria Francesco Carafa vendette la Torre al signor don Saverio Montaruli di Ruvo: per eredità passò alla figlia Cecilia e, per successione, alla principessa di Moliterno Antonietta Melodia.
Nell’agosto del 1878, il Comune, nella necessità di allargare e rettificare il Largo di Porta Castello, comprò dalla Principessa di Moliterno un comprensorio di fabbriche conosciuto sotto il nome di “Torre di Pilato”.
Non passarono tre anni dall’acquisto della Torre che il Largo del Castello fu effettivamente … “allargato e rettificato”!
Questo il De Profundis che i ruvesi cantarono alla Torre, così come lo riporta Raffaele Anelli nel suo opuscolo “Il vernacolo di Ruvo” e un poeta ignorato:
Inde u maise de febbrore
fo a Riuve nu fatte amore,
Nu spavinde, nu sgumiende,
La cadiute du monumiénde
Ca se chiamaje Torre de Pelote
Na memorje de l’andenote.
Nan ngè cé déisce, nan ngé cé fò
Nu hémme pérse l’andechetò».
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