Migranti e lavoro: «La moderna schiavitù del caporalato»

Incontro con Leonardo Palmisano, autore di “Ghetto Italia”, e proiezione di “Sangue verde” di Andrea Segre
É ufficialmente iniziato il percorso ideato e sviluppato dall’associazione La mancha sul tema della migrazione, con l’incontro di ieri nel Centro interculturale di via Romanello. Tutto nasce dall’esigenza di conoscere e sperimentare sulla propria pelle «un’esperienza che fa parte del tessuto empatico dell’uomo: migrare!». Ecco spiegata la scelta degli organizzatori di film più o meno noti, che faranno immergere il pubblico, almeno per un attimo, in una realtà così vicina a noi, ma troppo spesso incompresa.
L’iniziativa rientra nel percorso “Evoluzioni” promosso dal Comune e volto a «svegliare e attivare la comunità». L’assessore Monica Filograno ha evidenziato l’esigenza di «pensare ai migranti non come a qualcosa che ci affligge, ma a un’opportunità di crescita e a una potenzialità per il panorama italiano, che vede nelle comunità multietniche un esempio virtuoso e vincente».
Il primo appuntamento ha messo a fuoco la stretta relazione tra migrazione e lavoro, sviluppato in compagnia di Leonardo Palmisano, sociologo e autore del libro-denuncia “Ghetto Italia”. Una testimonianza scritta a quattro mani con Yvan Sagnet, che ha vissuto in prima persona la condizione dei braccianti stranieri nell’era del caporalato 2.0.
L’origine di questa condizione sociale, spiega Palmisano, nasce già nell’errata distinzione, puramente concettuale, tra immigrati politici e lavorativi. «É impossibile – prosegue – slegare due concetti così strettamente correlati: si fugge, si lascia un luogo perché vi sono politiche che negano la possibilità di lavorare».
Le persone giunte in Italia vengono inglobate in una realtà di vera e propria schiavitù, possibile a causa di falle nella nostra legislazione. «L’incapacità delle istituzioni di gestire efficacemente la questione migranti sta nei rimpallo di competenze». Ciò, secondo Palmisano, consente a caporali e a grandi aziende di sfruttare a piacimento uomini,donne e bambini.
«L’Italia é un sistema complesso, anche in una stessa regione esistono modelli esemplari di convivenza e integrazione, come il virtuoso comune di Riace, mentre a pochi chilometri, sempre in Calabria, a Rosarno, emarginazione e violenza sono all’ordine del giorno».
Secondo l’autore é essenziale bloccare questa nuova mafia che domina e controlla sempre più settori pubblici e privati. «Perché il caporalato non é solo agricolo, ma é un sistema ampio e “grigio”, in cui la legalità tende a macchiarsi, ingrigendosi appunto, mentre le organizzazioni criminali riescono a rafforzarsi sfruttando la mancanza di un pool specifico che indaghi e lotti per contrastarle».
“Ghetto Italia” offre una finestra su una brutale realtà che conoscono in pochi, taciuta dalle istituzioni e strumentalizzata all’occorrenza dai media. É la denuncia di un sistema criminale che va affrontato «non più con la politica dei piccoli passi, ma con l’estensione delle buone pratiche», spiega Palmisano, sottolineando la necessità di istituire un modello di accoglienza tutto italiano: «La risposta va ricercata nel passato, é essenziale ritrovare la nostra storia di migranti, basata sul legame con la terra e con il lavoro». L’elemento di unione, conclude l’autore, deve provenire dalla «memoria della fatica» sulla quale bisogna fondare un percorso che sia in linea con la morale democratica e sociale.
Quanto emerso dal dialogo con Palmisano si é fatto quasi tangibile immergendosi nella proiezione di “Sangue verde” di Andrea Segre, documentario in cui si ripercorrono gli eventi e le violenze di Rosarno, raccontate dai migranti che le hanno vissute e che sono testimoni e protagonisti di questa moderna schiavitù.
Nei prossimi appuntamenti, previsti ogni lunedì nel mese di settembre, si approfondirà un altro aspetto «dell’esperienza della migrazione» con la pellicola “In questo mondo libero” di Ken Loach.
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