Luisiana Lorusso e la sua musica. Una continua ricerca di emozioni e soggettività

Francesca Elicio

All’età di 24 anni si è trasferita prima a Milano e poi a Roma, dove ha collezionato diversi successi. Oggi è produttrice di un’etichetta discografica da lei ideata

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Un’artista, una musicista, una produttrice, una mamma. Luisiana Lorusso è uno dei tanti talenti che Ruvo ha sfornato, ha educato e forgiato e successivamente ha lanciato nel mondo. 

Classe ’74, Luisiana nasce in una famiglia di musicisti e amanti profondi della musica. E questo ha fatto sì che nelle sue vene scorresse più musica che sangue. La stessa famiglia che l’ha guidata all’età di 7 anni all’uso del violino; uno strumento che non la entusiasma, fino a quando non incontra il suo mentore, il suo primo maestro Alessandro Perpich.

Da sempre divisa tra il classico e il jazz, Luisiana prosegue i suoi studi fino a quando, all’età di soli 24 anni, si trasferisce a Milano grazie alla vincita di una borsa di studio presso l’Accademia della Filarmonica della Scala. Dopo i primi studi, le viene offerto un incarico di tutoraggio, scelta tra circa 90 ragazzi. 

«Dopo questo importante incarico ero davvero decisa di tornare a Ruvo» – ci racconta. «Ad un certo punto però un incontro fortuito con un’orchestra romana mi ha portata verso una nuova proposta di lavoro a Roma e sono partita senza pensarci due volte, con un biglietto di sola andata».

A Roma le prospettive erano diverse: lavori in studi di registrazione, tournèe lavori in ambito televisivo. 

Luisiana ci racconta che sono quasi 17 anni che vive nella capitale. «All’inizio la città brulicava di opportunità. Il mio desiderio di andare via dalla Puglia nasceva dal fatto di potermi misurare in altri ambiti musicali e con altre tipologie di musicisti. Avevo bisogno di aria nuova, di conoscere gente, vedere cosa succedeva altrove e ancora di avere stimoli e riscontri anche in altri ambiti artistici quali il teatro o il teatro-danza, per esempio. Piano piano a Roma mi sono fatta strada, pur non conoscendo nessuno. Ho iniziato in orchestra, poi sono diventata prima parte e poi ho intrapreso collaborazioni con interessanti musicisti italiani e stranieri. In ambito televisivo, il più importante contratto che ho avuto è stato sicuramente quello con Fiorello, “Il più grande spettacolo dopo il week-end”, in cui ero primo violino dell’orchestra e responsabile musicale della sezione archi: una bella responsabilità che mi ha dato tante soddisfazioni​».

Ma nonostante le diverse opportunità, il primo amore per il jazz non lo ha mai dimenticato. «Cercando una connessione tra violino e canto, ho continuato a studiare e frequentare seminari in ambito jazzistico. Fino a quando sono approdata a Siena dove ho frequentato, per due anni il “Laboratorio annuale di ricerca musicale” al seguito di Stefano Battaglia, in cui ho sperimentato l’improvvisazione radicale. Questo mi ha aiutata a trovare la mia strada, a riconciliarmi con me stessa, fondendo la mia formazione accademica col mio background musicale». 

In questo periodo è riuscita anche a sviluppare una vena compositiva. Adesso scrive canzoni e pezzi che rispecchiano se stessa, comunicando chi è e cosa vuole raccontare. «Il mio compito è ricercare». 

Adesso Luisiana ha fondato un’etichetta discografica, Wizeup, nata per produrre i suoi progetti dedicati alla ricerca e all’improvvisazione, lontana da ogni forma di commercializzazione. E da questa etichetta nasce anche il progetto in duo con Claudio Filippini, “My Billie’s blue”, omaggio a Billie Holiday. Il disco è uscito lo scorso giugno e ha subito lavorato in collaborazione con Terre des Hommes, un’associazione onlus di piccole dimensioni che lavora a contatto con i bambini. «Non riesco più a tollerare la drammatica situazione in cui versa la popolazione siriana; da cittadina europea mi sento molto responsabile e in dovere di fare qualcosa. Tutti nel nostro piccolo possiamo fare qualcosa. Così ho deciso di devolvere parte del ricavato della vendita dei cd, e di raccogliere donazioni volontarie durante i concerti di questo progetto, a sostegno delle famiglie e dei bambini profughi siriani nei campi di Erbil Basirma e Mosul, in Iraq​».

Ma su quale genere musicale si muove? «Non lo so, e neanche mi importa definirlo.  Non sono una commerciante, quindi non mi interessa etichettare la mia musica. L’etichetta è una comodità di scaffale, non posso partire col presupposto di fare un determinato tipo di musica, la faccio e basta».

Da sempre chi insegna musica è visto come qualcuno che non è riuscito ad arrivare ai massimi livelli. È davvero così?

«Io credo che insegnare sia una missione. A volte capita che persone frustate si rifugino nell’insegnamento, ma non vuol dire che chi non sa fare insegna. Io ho una grande ammirazione nei confronti dei didatti che ne hanno la vocazione, verso chi sa farlo e lo fa bene. E’ una grande responsabilità e ci vogliono specifiche competenze; insegnare arte è una concezione, uno stile di vita. L’insegnante spesso ti indica un approccio alle cose e alla vita».

Secondo te cosa è cambiato nell’ambito artistico dal 1998 ad oggi?

«Se parliamo di lavoro, noto differenze quantitative e qualitative sostanziali. Ma se dobbiamo parlare di arte, non credo sia cambiato molto. L’artista quello vero è quello che in solitudine cerca una strada, un linguaggio per esprimersi e comunicare determinate cose. La spinta di chi intraprende questo percorso, ieri come oggi è la stessa. In nessun momento storico è stato facile fare questo tipo di scelta, vivere di sola musica o di sola arte in generale. Sento però che oggi, forse più di prima, la gente ha bisogno di bellezza, di cose vere e autentiche. E penso che anche il pubblico meno preparato sia molto ricettivo rispetto a queste cose. C’è un grande bisogno di emozionarsi, di sorridere, di riflettere e commuoversi».

La Puglia adesso è cresciuta sensibilmente in ambito artistico. Credi che se la tua terra avesse avuto le stesse possibilità all’epoca avresti cambiato qualcosa?

«La quantità di talento in Puglia è enorme ed è giusto che tutti abbiano il proprio spazio. A me manca questa terra meravigliosa, mi mancano i suoi colori, gli odori, gli affetti che qui ritrovo ogni volta che torno. Spero che chi nasca qui oggi abbia la possibilità di restare e portare avanti il proprio percorso qui. Il partire o il restare, nel mio caso è dipeso e comunque dipenderebbe dalla curiosità che mi anima, oltre che dalle opportunità».

Un consiglio per i giovani musicisti.

«Se fate musica col solo scopo di accumulare ori e fama lasciate perdere: è una motivazione troppo sbilenca perché vi porti davvero lontano. E’ ovvio che tutti si augurano di fare soldi facendo musica. Ma succede a pochi davvero. È una questione di incontri e di fortuna. Mi sento di dire a chi invece sente davvero l’urgenza interiore di fare musica di mettersi comodi, tenere duro, studiare e non avere fretta. È una carriera che viene costruita giorno dopo giorno, tassello dopo tassello. Umiltà, occhi e orecchie aperte, per recepire tutti gli stimoli e imparare dagli altri. Munitevi davvero di tanta pazienza: il lavoro dell’artista è molto simile a quello di un artigiano. E soprattutto credeteci. Se tu per primo non credi in te stesso, non troverai mai nessuno disposto a credere in te».

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