L’odissea turca di Pietro Pasculli. Il video

Elena Albanese

Il segretario di Rifondazione Ferrero: «La documentazione della verità viene considerata terrorismo internazionale. La questione politica non è finita con la liberazione»

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Si è tenuta ieri nella sede romana di Rifondazione comunista la conferenza stampa dell’attivista ruvese Pietro Pasculli, detenuto in Turchia per una settimana insieme a Claudio Tamagnini – in collegamento streaming – e a una cittadina tedesca.

Accanto a lui c’è il segretario nazionale del partito Paolo Ferrero, il quale esordisce spiegando che la vicenda non è stata subito resa nota per consentire una rapida liberazione; e per questa ringrazia il corpo diplomatico della Farnesina che ha lavorato «al massimo livello di disponibilità e professionalità».

I tre sono stati arrestati perché stavano documentando i massacri, gli incendi e la sistematica distruzione dei villaggi curdi – «ad occhio con mezzi della Nato», denuncia Ferrero – da parte del governo di Ankara.

«Siamo arrivati il 22 luglio», esordisce Pasculli. Nessun particolare controllo al confine, nonostante si sia in pieno post golpe fallito. Un visto sul passaporto e via. Prima tappa un’area montuosa nella quale vivono ancora solo poche centinaia di persone, vittime di costanti conflitti a fuoco e bombardamenti, uno dei quali visto di persona soli pochi giorni dopo, il 26.

Da lì, il 28, la piccola spedizione si sposta in una piccola città di frontiera appena uscita da ben 130 giorni di coprifuoco totale, in cui la situazione è particolarmente drammatica. Ed è qui che iniziano i problemi. Se il primo check-point della polizia non sembra destare preoccupazione, poco tempo dopo, racconta ancora Pietro, «lungo la linea del border arriva un mezzo corazzato con agenti in borghese e senza numeri di identificazione». Li portano in questura, gli controllano i bagagli e gli requisiscono tutto il materiale elettronico per tradurre e analizzare le loro conversazioni con l’Italia.

Gli interrogatori, condotti separatamente, diventano ben presto di carattere politico. Dopo sei ore la decisione: «Per questa sera sarete nostri ospiti». Una permanenza tutt’altro che piacevole in celle di isolamento sotterranee senza luce che si protrarrà per i quattro giorni successivi. L’assurda accusa è di terrorismo e spionaggio internazionale. Insieme al foglio che ne sancisce l’arresto, i tre attivisti ne firmano un altro che – sulla carta – garantisce loro il diritto ad avere un avvocato e a contattare l’ambasciata. In realtà il consolato viene avvertito solo grazie a un ultimo messaggio di Pietro alla sua famiglia, consentendo finalmente di dare il via a un processo farsa, «tutto in turco senza interprete, durante il quale abbiamo conosciuto il nostro difensore senza aver mai parlato prima con lui. Il dossier su di noi era di circa 100 pagine».

Ciononostante, il giudice li assolve e dice loro che sono liberi. Vanno in un albergo, pronti a ripartire il mattino dopo per tornare a casa. Ma nel Paese, dopo il tentativo di cacciata di Erdogan, vigono attualmente leggi speciali, che evidentemente consentono anche di ignorare le sentenze di un tribunale. «La polizia fa irruzione nell’hotel e ci dice che dobbiamo essere deportati, prima a Instanbul e poi da lì trasferiti a Roma». La macchina si ferma in una stradina e gli viene di nuovo sottratto tutto. Successivamente, vengono portati in un Cie – «pagato con i soldi dell’Unione europea», precisa Ferrero -, un centro di identificazione ed espulsione, nel quale resteranno altri quattro giorni in condizioni disumane insieme a numerosi migranti, anche minorenni. Trascorrono tutto il tempo in cella, mangiando cibo avariato che li fa stare male e senza uno straccio di cura medica. Per tornare in Italia, hanno dovuto pagare il viaggio «andata e ritorno» e lo stipendio dei poliziotti che li hanno scortati. Se non avessero avuto il denaro per farlo, molto probabilmente sarebbero ancora lì.

«La documentazione della verità viene considerata terrorismo – conclude Ferrero -. Ci si riempie la bocca di democrazia, ma se si cerca di accendere un cono di luce sulle zone d’ombra si finisce in galera. Oggi Erdogan è il “cattivo” perché si allea con Putin, ma la distruzione dei villaggi curdi è sistematica da mesi, quando la Turchia era alleata di Ue e Nato». Si tratta di circa 30 milioni di persone, una fetta non trascurabile della popolazione del Paese.

«La questione politica non è finita con la liberazione – promette il segretario di Rifondazione -, poiché è intollerabile il silenzio dell’Occidente sulla questione. La Turchia è uno Stato da boicottare e non con il quale stringere accordi commerciali».

È d’accordo Pietro Pasculli, che nonostante l’incubo vissuto, si dice soprattutto «contento di essere tornato per poter denunciare».

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Commenti

  • mina stalloe (utente non verificato)

    Io avrei solo una domanda, ossia se è proprio necessario inviare in quei luoghi giovani ragazzi temendo che facciano la fine di Regeni. Possibile che il loro sacrificio sia inevitabile? Cosa smuove questo sacrificio nel testimoniare cose già note?