
L’erta di “strazzacappiedde” tra antichi racconti e ardue pendenze
L’erta di “strazzacappiedde” tra antichi racconti e ardue pendenze
Al cospetto di questa erta murgiana, i poveri cavalli non ce la facevano più, costretti a fermarsi, esausti, ed i contadini, nel tentativo di riprendere la marcia, compivano uno sforzo tale da portarli, per la disperazione, a stracciarsi il cappello
Due chilometri o poco più di ascesa, pendenza media che non arriva al 6% e massima che raggiunge il 12%, fondo stradale in asfalto, circondato da muretti a secco e due ali di rinfrescante vegetazione boschiva, in un crescendo che, dalla zona del Pedale, porta a scalare il gradino intermedio dell’altopiano murgiano, prima che il paesaggio si apra verso la piana di San Magno, con sguardo sull’Alta Murgia.
Descrivere, tuttavia, in maniera semplicistica una delle salite più celebri ed uno dei toponimi più evocativi ed iconici del territorio murgiano, con questi freddi numeri da ciclismo moderno, che ai più non dicono nulla, e con questa geolocalizzazione approssimativa, sarebbe davvero limitante, per quello che nell’immaginario collettivo locale rappresenta Serra Stracciacappello.
La Murgia, si sa, è ricca di toponimi particolari, le cui origini si perdono in tempi lontani, che però, fortunatamente, in alcuni casi sopravvivono, grazie ai racconti tramandati oralmente.
Racconti che attraversano le generazioni, che si trasformano, si modificano di voce in voce, di sensibilità in sensibilità, mantenendo intatta l’aura di autenticità popolare. Racconti che catturano inevitabilmente anche l’attenzione dei più piccoli, che li ascoltano, li rielaborano con la fantasia, si emozionano e, magari, si affezionano anche a determinati luoghi.
Immaginiamo quindi un bambino, buon osservatore e pieno di “perchè?”, che, passeggiando tra le querce, chiede lumi alla sua anziana nonna circa un nomignolo curioso, di cui ha anche un po’ timore: Stracciacappello, o, detto alla coratina che è più d’impatto, “Strazzacappiedde”.
Ed è così che la nonna apre il suo album di ricordi per chiarire questa sorta di onomatopea in immagini, ripercorrendo la sua infanzia, i lunghi “ritiri” nella campagna murgiana per la stagione della raccolta e i trasferimenti su traini e sciarabà, al seguito di tenaci cavalli. Non erano mica i cavalli dei motori delle automobili, sia chiaro! E anche l’asfalto non era ancora comparso a levigare e mitigare le strade sterrate… Giunti al cospetto di questa ripida erta murgiana, i poveri cavalli non ce la facevano più, costretti a fermarsi, esausti, ed i contadini, nel tentativo di riprendere la marcia e “spingerli” su, compivano uno sforzo sì tale da portarli, per la disperazione, a stracciarsi il cappello.
Che bellezza, che genuinità. I nonni, patrimonio inestimabile di saggezza e nostalgica reminiscenza di una fanciullezza ormai lontana. I tempi ora sono cambiati, con l’avvento della modernità non ci sono più calessi e cavalli (se non per diletto) a percorrere queste strade, ma automobili e biciclette. Noi cicloturisti certo non ci stracciamo più il cappello, o meglio, il casco, di fronte a questi due chilometri di ascesa, lungo la cosiddetta via San Magno, in agro di Corato, che in tempi di transumanza era parte integrante del Tratturello Corato – Fontanadogna. Le pendenze, tuttavia, qualche apprensione la creano ancora e quando, tra i rami di roverelle, comincia a scorgersi la torretta d’avvistamento posta in cima, vuol dire che la fatica sta finalmente per terminare ed il panorama sta per spalancarsi, in tutta la sua rude magnificenza.
Lasciamo però l’attualità a due ruote per tornare ad immergerci in quel passato quasi leggendario. È probabile che, magari, possiate conoscere versioni e sfumature leggermente diverse del racconto pocanzi descritto, ma non ne abbiate a male, ognuno l’ha recepito e trasmesso a modo suo, non c’è verità assoluta, è anche questo il fascino della tradizione orale. Quello che non cambia è, però, la sostanza della narrazione, una sostanza pregna di rusticità e di identità locale, per un acclivio che prima era l’incubo di cavalli e contadini ed ora è un’impegnativa quanto paesaggisticamente gradevole palestra di confronto per ciclisti in erba, il cui nome continua a riecheggiare, come torvo monito, quasi uno spauracchio, di generazione in generazione.
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