Le passioni, le case, le radici. A colloquio con Giulio De Leo

Elena Albanese

Dopo aver dato notizia del prestigioso riconoscimento per il documentario “Vita da Ines”, abbiamo intervistato il giovane artista ruvese.

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Ha da poco compiuto 34 anni ed è ruvese. Recentemente, insieme al collega Sandro Carnino, ha vinto a Roma un prestigioso premio cinematografico per la regia di “Vita da Ines”, un documentario, recita la motivazione del riconoscimento, caratterizzato da una “grande capacità di scrittura ed espressione poetica che ci restituisce il racconto di un personaggio nella sua straordinaria umanità. Un film davvero distante dalla realtà spettacolarizzata che troppo spesso incontriamo”.

Lui, Giulio De Leo, adesso a Birmingham per lavoro, pur preferendo che si parli più della sua opera che di lui personalmente, ha però gentilmente accettato di rispondere a qualche mia domanda.

Dove vivi?
Questa è davvero una bella domanda. Dopo dieci anni di residenze artistiche all’estero e nel nord Italia, come Ulisse, sono tornato alla mia Itaca. Ho vissuto a Ruvo negli ultimi due anni, ma nessuno se n’è accorto… ci sono stato davvero poco a causa dei continui viaggi a Milano, la città dove risiede la casa di produzione di “Vita da Ines” e a cui sono molto legato per varie ragioni, professionali e personali. Al momento vivo negli alberghi delle città in cui lavoro. A metà settembre rientrerò in Puglia e avvierò un progetto per la fondazione della mia compagnia di teatro-danza. Non so dove vivrò esattamente, ma proverò a vivere ed operare davvero in Puglia. Se riuscirò a lavorare bene e se il territorio risponderà altrettanto bene, tornerò a vivere nella mia terra.

Fai il regista di professione?
Sì sono un professionista del palcoscenico. Sono approdato alla regia teatrale e cinematografica soltanto negli ultimi tre anni, dopo un lungo percorso come interprete. Ho lavorato come attore e danzatore per più di dieci anni. Tuttora continuo ad essere in scena in spettacoli di cui curo anche la coreografia o la regia. “Vita da Ines” è sicuramente il lavoro che incarna meglio la mia maturità artistica e il passaggio al lavoro di conduzione.

Com’è nata la tua passione?
La mia passione per il teatro è nata forse nella mia prima infanzia, quando con mia madre seguivamo le prove e gli spettacoli di teatro in vernacolo che mio padre interpretava, scriveva e dirigeva. Era un teatro amatoriale, ma il legame profondo con le origini, attraverso il dialetto e la conoscenza della cultura contadina, lo rendevano poetico, tragico e comico ad un tempo e sicuramente non volgare. La mia passione per la danza è nata nel ’95, quando frequentavo il secondo anno di studi teatrali presso l’atelier del Teatro Kismet OperA di Bari. In quella stagione ebbi l’occasione di vedere “Pasatua che va alla fontana” di Giorgio Rossi, un capolavoro del teatro-danza che mi emozionò e che fu in grado di svelare a me stesso i miei desideri più profondi. La passione per il cinema è nata grazie a Raffaella Giordano e Danio Manfredini che mi hanno avvicinato al cinema di Andrej Tarkowskji, il grande cineasta russo scomparso prematuramente nel 1986.

Quale sarà il tuo prossimo lavoro?
Sto per girare un documentario su una comunità molto particolare nell’Alta Langa, un progetto finanziato dalla Regione Piemonte che ancora una volta mi vedrà collaborare con Sandro Carnino.

Cosa c’è delle tue origini ruvesi nelle tue opere e nel tuo modo di “creare”?
Questa è un’altra bellissima domanda. Il rapporto con le proprie origini nella creazione non è mai univoco. Da un lato è necessario lasciar andare molto di se stessi per essere davvero liberi e pronti ad accogliere la realtà oggettiva e soggettiva che si presenterà, dall’altra non si può far a meno di portare nella creazione tutto il proprio essere e quindi anche le proprie origini. Sicuramente posso riconoscere però nel legame con la terra, che la nostra antica cultura porta in sé, un grande punto di forza.

Parole che rivelano amore e passione per il suo lavoro e un attaccamento alla sua terra, che fino ad ora non è stata generosa con lui , ma che il giovane artista ha deciso di mettere di nuovo alla prova. Perché alle volte, forse, ci vuole più coraggio a tornare che a partire.

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