Le coefore ruvesi che incuriosirono l’archeologo Giacomo Boni

Oggi ricorre il centenario della morte dell’archeologo Giacomo Boni che, giunto a Ruvo a fine ‘800 per ammirare la collezione Jatta, fu colpito da una strana – in fondo consueta – usanza che narrò agli amici. E Cleto Bucci condivide questo con noi

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Le coefore ruvesi è il titolo della nuova nota storica che Cleto Bucci, cultore di storia locale e già ispettore onorario per  B.A.S. e per l’Archeologia del Territorio di Ruvo di Puglia, dona alle lettrici e ai lettori di Ruvolive.

In questo contributo, Bucci ci presenta un curioso bozzetto di vita rubastina di fine Ottocento attraverso gli occhi e la penna di Giacomo Boni, archeologo giunto a Ruvo di Puglia per conoscere i suoi tesori millenari.

Le coefore ruvesi – di Cleto Bucci

Oggi, 10 luglio 2025, son cent’anni che passò a miglior vita Giacomo Boni.

«“ Carneade! Chi era costui?” ruminava tra sé don Abbondio seduto sul suo seggiolone».  Allo stesso modo di don Abbondio di manzoniana memoria (Incipit dell’ottavo capitolo dei Promessi Sposi), voi lettori vi starete chiedendo chi era Giacomo Boni e perché mai, quest’oggi, dovremmo  occupare un po’ di spazio del portale Ruvolive per ricordare il personaggio.

Presto detto e subito accontentati. Giacomo Boni (25 aprile 1849 – 10 luglio 1925) è stato architetto, scrittore, ispettore ai monumenti, direttore degli  scavi al Foro Romano, senatore del Regno, archeologo. E come il miele attira ogni mosca e moscone, così la nostra Ruvo e i suoi vasi antichi attiravano e attirano ogni archeologo che si rispetti.

Nell’ultima decade di novembre del 1890  ecco dunque il nostro Boni a Ruvo di Puglia.

Scrive Eva Tea[1], biografa del Boni: A Ruvo strinse amicizia con il Vescovo, Monsignor Luigi Bruno, uomo di alta mente e coltura, assai versato nelle Scritture, amante del latino, conoscitore profondo della filosofia scolastica, scrittore forbito nello stile del ‘300. Era anche persona di gran carità. Una volta, esaurito il tesoro delle elemosine, impegnò la croce di vescovo per soccorrere il popolo.[2]

E sempre su Mons. Bruno, in una lettera del Boni a Carlo Alberto Pisani Dossi[3],  leggiamo: Sono ospite del Vescovo, Luigi Bruno, ch’è venuto appositamente a Ruvo per prendermi. E’ un sant’uomo, che meritò la medaglia d’oro al valor civile durante il colera, che dà tutto il suo ai poveri, e che mette solo da parte qualche avanzo per togliere alle due antiche cattedrali della sua diocesi  le superfetazioni e le imbellettature del seicento.

Nelle giornate ruvesi il Boni sicuramente avrà gironzolato per la città, accompagnato da Mons. Bruno avrà visitato la cattedrale romanica e le sue “superfetazioni”, ma da buon archeologo  sarà entrato  anche nel museo Jatta all’epoca una collezione privata.

Nel museo Jatta avrà apprezzato molto i vasi attici e i vasi apuli, quelli a figure rosse e quelli a figure nere, quelli corinzi e quelli di Gnathia, quello di Talos e i cosiddetti rhytà , ma i vasi che lo impressionarono di più furono ben altri.

Di quelle ultime impressioni così forti, di quelle curiosità, di quello stupore quasi infantile, ritenne utile mettere a conoscenza il suo collega e carissimo amico Pisani Dossi.

Ecco qui di seguito il testo di una lettera che il primo inviò al secondo.

Ruvo di Puglia, 22.XI.90

         Caro Alberto,

         vicoli più torti della costola con cui fu fatta Eva, della stortissima fra le costole; case imbiancate sempiternamente e sempiternamente sporche; porticine che danno accesso ad antri sotterranei, donde esce un po’ di fumo e la sbattuta della novella da tessitura, ecco Ruvo di Puglia.

         Cioè sbaglio: Ruvo ha qualcosa di più intimo, di più caratteristico. Infatti da un vicolo laterale mi giunge all’orecchio un suono di trombetta, e vedo spuntare una cornetta di ottone sgangherata stretta da una mano  che appartiene ad uno sporco spazzino comunale, il quale guida coll’altra mano  pel morso un cavallo zoppo, e il cavallo si trascina dietro  una bara sulla quale sta adagiato un cilindro di ferro che finisce in una specie di coda ad  imbuto.

         Il suono della tromba ha prodotto un singolare effetto: le porte si popolano di donne e fanciulle, non coefore recanti tributi a Minerva, ma portatrici anch’esse della più svariate collezioni di vasi di terracotta verniciati di bianco o di giallo, che siano mai usciti dalle ruote del pentolaio sin dai tempi biblici ed omerici.           Una vergine pugliese, dalla carnagione color palissandro, capelli color inchiostro bluastro, occhi tremendi, portava anch’ella il suo tributo e ben grande. Nel versarlo nell’imbuto, accortasi ch’io la guardavo, le prese il bisogno d’una risata convulsa e versò male, e una parte del liquido le rigò, ahimè, quelle braccia, che un minuto prima si sarebbero giudicate le più baciabili dell’universo.

         E così avvenne ch’io invece di prender parte alla votazione a Venezia, assistetti al vuotamento a Ruvo.

         Il trombettiere si allontanava e dietro a lui il carro.

E Pisani Dossi, esterrefatto e divertito dalla missiva, così gli risponde:

Caro amico e fratello in arte, ho letto e riletto a me e agli amici la tua pittorica lettera da Ruvo. Pochi segni, ma magistrali.  

Che ve ne pare?

Quello che avete appena letto è un quadretto di vita paesana ruvestina di fine Ottocento presa dal vero e descritta senza infingimenti. Peccato però che il Boni dimentica che, all’epoca, quello che ha visto a Ruvo era un’operazione quotidiana in quasi tutte le città e i paesi dell’Italia meridionale, centrale e anche settentrionale.

Non racconta invece di palazzi, strade e corsi ruvesi che, sul finire dell’Ottocento, strabiliavano tanti altri visitatori che sostavano per qualche giorno o qualche ora nella nostra  cittadina.

Con questa piccola nota abbiamo voluto ricordare anche noi  l’illustre archeologo italiano nel centenario della morte e del suo passaggio da Ruvo.

Cleto Bucci

                                                                   

[1] Eva Tea (18 febbraio 1886 – 29 luglio 1971), storica dell’arte e archeologa.

[2] Sul vescovo Luigi Bruno vedi: Sparapano L., La diocesi di Ruvo e l’Episcopato di Mons. Luigi Bruno (1884-1893) Tesi di Laurea, Napoli 1999; Bucci C., Ne abbiamo passate tante … passerà anche questa in Peste, Colera e Coronavirus: storia di ieri , storie di oggi, Terlizzi 2020; Lauciello F., Il colera del 1886 in un cartone di Michele De Napoli, in Peste, Colera e Coronavirus: storia di ieri , storie di oggi, Terlizzi 2020.

[3] Carlo Alberto Pisani Dossi (27 marzo 1849 – 17 novembre 1910), scrittore, diplomatico e archeologo.

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Commenti

  • amenduni francesco (utente non verificato)

    non so cosa ci trovasse di così ridicolo il buon Boni se, nella stessa Firenze, il sistema fognario non fu che pensato e realizzato a partire dalla fine dell’800 … e fino ad alora, nella città storica, si poteva ancora assistere alle vuotazioni in strada e alle tavolette tese tra un palazzo e l’altro a strapiombo sui vicoli …