L’appello del Gruppo speleologico ruvese ai candidati sindaco

La Redazione

«Non considerare le campagne come le periferie nelle quali esportare gli usi e i costumi della città, ma dare loro il valore di risorsa unica e identitaria»

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La lettera

Un’ideale stretta di mano a tutti i candidati alla carica di sindaco giunge da parte del Gruppo speleologico ruvese. Con una lettera aperta, l’associazione intende fornire elementi utili ad arricchire ulteriormente il dibattito elettorale di contenuti utili al territorio.

Il tema generale è “il suolo”, risorsa non rinnovabile alla cui pianificazione vengono dedicati studi e dibattiti. Una testimonianza viene dall’ultimo rapporto pubblicato dall’Istituto superiore per la Protezione e la Ricerca ambientale riguardante il suo consumo in Italia. I dati che riguardano Ruvo sono abbastanza incoraggianti. Si evince come il nostro agro sia in condizioni migliori rispetto a quelli limitrofi. «Su questo sappiamo quanto sacrificio “di consenso” abbia comportato e comporti ancora, per tutte le amministrazioni che si sono succedute nei decenni, il mantenere alto lo standard qualitativo», che ci pone «tra i Comuni culturalmente più avanzati in questa materia», scrivono i soci.

Il carsismo

Lo scopo della missiva è dunque «partire da questo dato per spronare a fare ancora meglio, tenendolo al riparo da facili demagogie e per rendere la protezione del suolo strutturale nelle politiche comunali di governo del territorio. Pur con riferimento ai temi generali, affronteremo una sfaccettatura della problematica più vicina all’attività svolta dalla nostra associazione.

Da poco più di trent’anni siamo impegnati nella ricerca dei punti di passaggio diretto dell’acqua meteorica, dove essa passa dalla circolazione superficiale ai percorsi sotterranei per raggiungere e arricchire, attraversando i reticoli di cavità del sottosuolo
carsico, la nostra riserva idrica strategica che è la falda freatica. Questa è la grande e vitale risorsa del nostro territorio, pubblica e ampiamente utilizzata dai pozzi artesiani, ma che non è affatto una risorsa infinita. La rinnovabilità delle risorse idriche sotterranee, oltre che dipendere dal regime delle precipitazioni, è direttamente collegata allo stato di quelle aree, in superficie, definite “bacini chiusi”: vere e proprie conche naturali, difficilmente percepibili allo sguardo, poiché molto più estese che profonde. Qui l’acqua meteorica convogliata dalle pendenze, invece di defluire lungo le valli e verso la costa, viene (o dovrebbe essere) convogliata nel sottosuolo attraverso inghiottitoi, voragini e gravi presenti sul fondo di tali depressioni, anche se spesso non direttamente visibili.

Tali “conche” sono gli elementi caratterizzanti del paesaggio carsico (quale il nostro) e dovrebbero essere i principali aspetti della sua
funzionalità idrogeologica! Il condizionale, tuttavia, è d’obbligo, poiché la straordinaria antropizzazione che questi territori hanno conosciuto fin dalle epoche più remote ha purtroppo prodotto anche squilibri e alterazioni di cui potremmo pagare le conseguenze. Le vicende degli ultime decenni sono quelle che hanno lasciato i segni peggiori, con l’ostruzione di moltissimi punti di assorbimento diretto delle acque e con il livellamento di molte doline e di rami del reticolo idrografico ad asse afferenti.

Effetti immediati e diretti delle ostruzioni diffuse sono il mancato deflusso di acque piovane negli inghiottitoi, i conseguenti allagamenti delle colture, ormai anche dopo piogge tutt’altro che “straordinarie”, e in definitiva una riduzione del ricarico della preziosa falda acquifera. Inoltre le ostruzioni, i riempimenti e i livellamenti rendono ancor meno evidente quella diversità e unicità paesaggistica che tali zone hanno: la “geodiversità”, basilare sostegno della “biodiversità”, preziosa per l’ecosistema e l’agricoltura oltre che bene in sé.

Vivere questi luoghi senza consapevolezza di tali peculiari caratteristiche comporta il rischio di non riconoscerne i valori, e quindi di cancellare definitivamente anche i caratteri identitari di natura fisica (ma non solo) più rilevanti del nostro territorio», è la preoccupazione del Gruppo speleologico ruvese.

Le possibili soluzioni

«Nonostante tutto, è possibile un’inversione di tendenza, sia per la cresciuta attenzione da parte della comunità internazionale per il concetto di suolo e di sottosuolo, sia per la parallela evoluzione dei princìpi della pianificazione che oggi devono tener conto di
tutte le componenti del territorio. Pertanto pensiamo che la prossima Amministrazione debba farsi carico di traghettare la pianificazione del territorio ruvese verso i moderni criteri, la cui applicazione, garantendo migliore efficienza (in termini economici) ed efficacia delle azioni pubbliche e private, ci avvicinerà alla rete di comunità nazionali e internazionali illuminate.

La natura carsica del nostro territorio non deve essere vista come un punizione che limita le attività; essa può e deve essere una risorsa, anche economica, se resa fruibile in un contesto di turismo sostenibile (ecologicamente, socialmente e culturalmente). Ci si dovrà pertanto impegnare per poter conciliare le legittime modalità di utilizzo del suolo con la conservazione del patrimonio naturale carsico nelle sue forme essenziali. Per esempio, non considerando le campagne come le periferie nelle quali esportare gli usi e i costumi della città, ma dando loro il valore di risorsa unica e identitaria caratterizzata da quelle forme di cultura, di cui tanto si richiedono la fruizione e il recupero, e che sono legate appunto all’adattamento dell’uomo ai caratteri fisici della sua terra.

L’unico abisso che va colmato è la distanza tra percezione dei cittadini e identità fisico-geografica del territorio che abitano. In questo intento, noi crediamo nella funzione di indirizzo che le Amministrazioni devono avere; tali funzioni non possono essere derogate alla sensibilità del singolo cittadino al quale, legittimamente, sfugge la dimensione sistemica del problema».

Il protocollo d’intesa

«Le associazioni, oggi più che mai collaborative anche tra loro, sono una delle risorse del territorio ai fini della diffusione della conoscenza e della creazione della consapevolezza indispensabile per la partecipazione della cittadinanza alla pianificazione, ormai richiesta dalle regole attuali», scrivono ancora gli aderenti al Gruppo speleologico ruvese. «Con questo intento la nostra associazione, con altre e con il Comune, ha ratificato nel 2012 un “Protocollo di intesa per la promozione della geocultura e la tutela della geodiversità” che, senza oneri, è divenuto il quadro unificatore delle azioni di divulgazione e partecipazione realizzate in questi anni, alla luce dei princìpi enunciati. Col rinnovo del protocollo si auspica di stimolare nuove idee e incrementare l’attecchimento di queste nella popolazione, perché la crescita in tal senso non sia solo un beneficio dei nostri soci ma sia condiviso dall’intera comunità».

La questione archeologia

Un argomento che i soci ritengono strettamente connesso al tema del suolo e del sottosuolo è la stratigrafia archeologica. «Abbiamo già accennato alla straordinaria frequentazione umana che ha interessato il nostro territorio sin dalla preistoria. Le popolazioni che si sono avvicendate hanno lasciato i segni della loro presenza che, se da una parte sono la prova di una trasformazione sostenibile della superficie carsica, dall’altra costituiscono una parte integrante di questa risorsa.

Ci preme quindi focalizzare l’attenzione sulla questione archeologia a Ruvo di Puglia. Vorremmo cioè che si superasse il concetto, ormai vetusto, di archeologia come mera ricerca del pezzo di valore che, in quanto tale, merita di essere esposto su un piedistallo.

È da tempo necessario riiniziare un percorso culturale di approccio all’archeologia non disgiunto, anche questo, dall’identità fisica del territorio. Una moderna concezione non può prescindere dall’analisi della successione stratigrafica, una risorsa in quanto conserva e descrive l’arte del vivere quotidiano su una terra così difficile.

A Ruvo sono stati molto pochi gli scavi archeologici condotti in maniera scientifica osservando tutta la stratigrafia, dall’alto in basso. I due soli osservabili sono sotto la cattedrale e la chiesa del Purgatorio. Gli altri sono andati distrutti o ricoperti», tranne «l’ampio saggio sull’insediamento del Neolitico rinvenuto dietro la scuola media Cotugno. Qui, a pochi metri dalla superficie, è visibile la base di una struttura macrolitica a pianta circolare. Lasciare questo sito al completo degrado o ricoprirlo con un’anonima struttura significherà recidere quel legame che le ragazze e i ragazzi che frequenteranno la scuola avrebbero potuto avere con la storia del loro territorio.

Riteniamo importante che un’Amministrazione illuminata si occupi della salvaguardia del patrimonio archeologico attraverso misure atte a salvaguardare la stratigrafia. A tal fine è opportuna e di facile applicazione una misura volta alla tutela e conservazione di ogni area non edificata perché ognuna di queste può avere un potenziale stratigraficoarcheologico. Progetti e interventi su tali superfici potrebbero realizzarsi con tecniche alternative allo scavo in profondità, per esempio mediante sopraelevazione. Bisognerebbe anche evitare qualsiasi alienazione di terreni di proprietà comunale che possano esser sede di vestigia o, comunque, effettuarne la verifica.

L’appello

Abbiamo sentito la necessità di scrivere questa lettera», concludono i soci «perché siamo sicuri che condividete il concetto
che non si può progettare il futuro di un paese se non si parte dalla sua identità. Ma, affinché questo concetto non sia solo uno slogan elettorale, riteniamo importante che i programmi abbiamo una puntuale e circostanziata attenzione ai temi del suolo e del sottosuolo.

Ci rendiamo conto che vi proponiamo una visione di lungo termine dello sviluppo del paese che potrebbe essere non immediatamente percepita. Siamo certi però dei benefici ottenibili già nel medio periodo, a partire dall’incentivazione delle forme di turismo non di massa e destagionalizzato, la riduzione di costi conseguenti la pericolosità idrogeologica, la creatività basata su risorse poco valorizzate, il valore aggiunto dell’identità culturale sul marketing dei prodotti locali, potenziale ancora tutto da sfruttare.

Se non lo facessimo, verremmo meno a uno dei compiti dell’associazionismo. Ai candidati chiediamo di condividere tali opinioni, ai cittadini chiediamo di votare solo chi mostra di abbracciare concretamente questa visione».

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