La rivolta del pane a Ruvo e nel Nord Barese a fine Ottocento

Pane © Pexels
In occasione della Giornata mondiale dell’alimentazione e di quella del pane, Angelo Tedone condivide una delle pagine più tumultuose della storia locale
In occasione della Giornata mondiale dell’alimentazione e di quella del pane, Angelo Tedone, cultore di storia e lingua locali, condivide con i nostri lettori una nota storica riguardante la rivolta del pane che si svolse nei comuni del Nord Barese a fine Ottocento.
Una nota storica con cui Tedone vuole «ricordare l’importanza di un alimento oggi, purtroppo, non considerato nella sua importanza».
"La guerra del pane a Ruvo e nel Barese" di Angelo Tedone
Il 15 e 16 ottobre di ogni anno vengono celebrate le giornate nazionali dell’alimentazione e del pane, un alimento purtroppo dimenticato dalla nostra dieta quotidiana, pur essendo fondamentale in quanto costituito da complessi carboidrati. Un alimento che ci riporta al 1893 allorquando il compenso salariale di 3 lire, a causa della crisi del mercato vitivinicolo con la Francia, divenne ‘di fame’ e l’alimentazione dei contadini comprendeva legumi (fave in prevalenza), erbaggi e soprattutto pane.
Già nel 1898, il prezzo del pane era aumentato fino a 40 centesimi al chilo e questo rincaro fu la causa di una reazione popolare sfociata in tumulti, originando la cosiddetta ‘guerra del pane’. Le famiglie più indigenti furono costrette a confezionarlo con farina di orzo crudo arrostito e ridotto in polvere, condito poi con semi di finocchio. Intanto cresceva la miseria, aumentava il prezzo del grano con relativi aumenti del pane tanto che i consigli comunali di vari paesi, pur di assicurare alle famiglie un minimo ristoro, istituirono le ‘cucine economiche’ considerate solo un palliativo e ritenute una elemosina concessa ai mendicanti.
Il 23 gennaio 1898 circa 200 braccianti di Andria, Ruvo, Barletta, Canosa, Spinazzola, Bisceglie manifestarono occupando un fondo in agro di Corato, chiedendo lavoro soprattutto per l’acquisto di pane. A Ruvo il 5 febbraio i rappresentanti delle Società operaie si riunirono con i notabili del paese tra i quali Vincenzo Lojodice e Antonio Jatta per adottare misure tese ad allontanare lo spettro della fame e per l’atavica assegnazione del demanio.
A Bari l’insurrezione fu promossa dalle donne della città vecchia all’indomani di un consiglio comunale che aveva respinto la proposta di abolizione del dazio, chiedendo di ridurre il prezzo del pane di seconda qualità a 34 centesimi al chilo. A dare avvio ai tumulti fu la popolana Anna Quintavalle, nei pressi di un negozio di pane alle spalle del seminario. Parecchie donne furono arrestate mentre il Sindaco convocò la giunta per approvare l’abolizione del dazio sul pane e sulla farina.
Il 1° maggio la rivolta si spostò a Molfetta nonostante la giunta avesse provveduto ad acquistare nei mesi precedenti notevoli quantità di farina al prezzo di 35 centesimi al chilo. Manifestazioni si tennero anche a Minervino, sedate dall’intervento della Polizia mentre venivano assediate strutture come il municipio e le case dei più ricchi tra cui quella del mugnaio Barletta, ritenuto incettatore di grano, usuraio e speculatore.
In seguito a questi luttuosi avvenimenti avvenuti il 3 maggio, il Consiglio dei Ministri inviò a Bari il generale Luigi Pelloux che, vista la situazione che andava degenerando, proclamò lo stato di assedio accusando i responsabili dei tumulti e citandoli in giudizio.
Il 10 maggio 1899 il deputato Matteo Renato Imbriani paragonò il viaggio fatto in Puglia ad ‘un pellegrinaggio di dolore’ lasciando un popolo laborioso e dignitoso che chiedeva solo pane e lavoro affermando che era meglio morire sotto il peso del lavoro che di miseria.
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