La Milano dolce che parla ruvese

Storia della famiglia Gattullo, che da' il nome alla pasticceria più famosa del capoluogo lombardo. Storia di emigrati con un successo che continua da tre generazioni.
Anche Ruvo di Puglia può stampare il suo marchio su una storia di emigrazione e successo. La più significativa, la più emblematica, quella autentica che rimanda a ricordi lontani o a immagini fuori dal tempo e senza tempo, è la storia della famiglia Gattullo, che da’ il nome alla pasticceria più famosa di Milano. L’anno scorso fu raggiunto il 50esimo anniversario dell’attività. Ma Domenico Gattullo, 73 anni, figlio di Michele, quest’ultimo fondatore della pasticceria insieme al fratello Peppino, è sempre lì a Porta Lodovica, pochi metri dalla Bocconi, ad attraversare il passaggio di testimone alla terza generazione di un’impresa scintillante.
«La famiglia di mio padre e mio zio –racconta Gattullo in una intervista telefonica per Ruvolive- conduceva un vecchio molino giù a Ruvo. Ma nel 1926, Peppino fu costretto all’età di 18 anni ad abbandonare l’attività e a emigrare verso Milano».
Che lavoro o, come è tratto comune per tanti emigrati, quanti lavori facevano i Gattullo prima di aprire la pasticceria?
Mio padre e zio Peppino a Milano hanno sempre fatto i pasticceri. Hanno avuto l’occasione di lavorare per le pasticcerie più rinomate come San Babila, Sant’Ambroeus, Besana, Bai. Poi nel 1961 si sono messi in proprio ed io e mio fratello Umberto ci siamo dedicati sin da ragazzini ad aiutare l’impresa di famiglia.
A parte la qualità elevata dei prodotti, cosa ha determinato il successo della pasticceria in consumatori così esigenti come si presume siano i milanesi?
Il fatto che amiamo il nostro lavoro. Questo i clienti lo hanno sempre percepito. Lavoro 18 ore al giorno e stacco solo alle 2 di notte.
Immagino che una bella pubblicità sia stata fatta dai numerosi personaggi importanti di Milano che hanno frequentato e continuano a frequentare la pasticceria.
Di qui ne sono passati tanti: Beppe Viola, Enzo Jannacci, Bruno Lauzi, Enzo Biagi, Lino Toffolo. E avvicinandoci ai giorni nostri, Diego Abatantuono, Massimo Boldi, Gerry Scotti, Gabriele Salvatores.
Ci racconta qualche episodio legato a qualcuno di questi personaggi?
Ce ne sono un’infinità. Ma credo sia sufficiente dire che buona parte degli sketch e dei personaggi dei comici che poi si esibivano al “Derby”, sono nati proprio qui. Cochi e Renato ad esempio, passavano ore ad osservare la clientela e a prendere ispirazione per le loro battute. Le espressioni tipiche del cabaret milanese nascevano dalle chiacchierate e dai siparietti che si facevano qui. I testi di alcune canzoni di Jannacci io le ho sentite, diciamo, in anteprima.
Sarebbero potute nascere anche delle storie ambientate da Gattullo…
Se è per quello, tanti di questi artisti mi dicono che sono un attore mancato. Tutti gli attori e i registi mi invitano sempre a fare una piccola parte nei loro film. Ma ho sempre rifiutato. Mi diverto ad ascoltarli e tanto mi basta.
Gattullo è così importante a Milano che ha ricevuto anche l’ambìto Ambrogino d’Oro.
Non solo. Mi hanno fatto Cavaliere del Lavoro e alla Bocconi mi hanno dato la laurea honoris causa in “paninologia e pasticceria”. Quella della paninoteca fu un’intuizione vincente, quando negli anni ’70 si percepiva il cambiamento delle abitudini alimentari, legate ai tempi ristretti della vita moderna. Il pranzo fuori casa non era ancora così consueto.
Da quanto tempo manca a Ruvo?
L’ultima volta sono venuto 6 anni fa. Ci abitano mio cognato e la mamma di mia moglie. Quando sono a Ruvo, non manco mai di fare una visita al mio amico Giuseppe Berardi.
Ha mai pensato di aprire una pasticceria a Ruvo?
Guardi, ho ricevuto proposte per aprire in numerosi luoghi nel mondo. Ma questa impresa ha il suo senso qui. Pensi che alla pasticceria hanno attribuito lo status di “locale storico” della città di Milano e in quanto tale non posso toccare nulla. Dunque tutto resta com’è ed è il segno che cambiare qualcosa, anche per me, non è possibile.
È ancora legato a Ruvo?
Certo. Vorrei che però cambiasse lo spirito dei ruvesi. Una volta l’avv. Paolo Chieco mi disse: “Mimmo, per far tornare a crescere la città c’è bisogno che ritornino tutti gli emigrati”. Non lo so, forse ha ragione lui.
Commenti
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Uno dei Gattullo fondatori, prima d’emigrare, lavorava gomito a gomito con un certo Giacomo Petrarota (Gran bar). Cioè, matrice qualitativamente analoga, se non identica.
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Sig. Gattullo, lei è uno dei pochissimi esempi di ’imprenditoria’ ruvese di successo. Più che lo spirito che deve cambiare per salvare questo paese, deve cambiare il DNA. Intendo che la specie ’homo rubastinus’ deve imparare ad investire più che depositare il capitale in banca. Deve aver voglia di rischiare per avere successo, come credo abbiano rischiato ed investito i suoi nonni/genitori. Ma la vedo dura….temo che la soluzione sia ancora ’emigrare’ per poter fare business. La prossima volta che sono a Milano, città che amo, verrò nella sua pasticceria. Cordiali saluti








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