“La cacciata degli Angeli ribelli”: un tripudio di bellezza al calar del sole

Vittoria Laura Leone

​La presentazione della tela restaurata, in antistanza al sagrato della chiesa di San Michele Arcangelo, è stata il primo evento culturale “in presenza”, nel tempo del Covid-19

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Lì dove Corso Piave abbraccia via Carlo Marx, si erge la maestosa chiesa di San Michele Arcangelo che, nella serata di giovedì 11 giugno, ha fatto da sfondo alla presentazione del restauro della tela “La cacciata degli Angeli ribelli”, opera della prima metà del XVIII secolo attribuita al pittore partenopeo Francesco Solimena (Canale di Serino, 4 ottobre 1657 – Napoli, 5 aprile 1747).

La raccolta dei fondi necessari al restauro della tela è partita nel giugno 2018, quando la Pro Loco di Ruvo di Puglia, in sinergia con il Consiglio regionale della Puglia, ha dato alle stampe il testo a cura di Francesco Di Palo, Mario Di Puppo, Angelo Tedone, Mi-Ka-El – Chi è come Dio? La chiesa di San Michele Arcangelo a Ruvo di Puglia, edito dai tipi di Adda Editore di Bari. Le oblazioni volontarie legate all’acquisizione del testo, unite alle elargizioni di privati e dei parrocchiani della chiesa di San Michele Arcangelo e, non da ultimo, ai proventi derivanti dalla destinazione del cinque per mille della dichiarazione dei redditi alle finalità della Pro Loco di Ruvo di Puglia, hanno consentito di raccogliere l’importante somma necessaria alla realizzazione del restauro della tela.

Tuttavia prima di parlare del contenuto dell’opera stessa, è utile fornire qualche cenno sul “contenitore” sacrale che la ospita, poiché esibisce una fitta rete di richiami simbolici alla vita del santo titolare dell’edificio. La facciata settecentesca si configura come la tramutazione in pietra delle indicazioni giovannee dell’Apocalisse: dagli angeli che suonano la tromba ubicati ai due lati dell’enorme finestrone, fino ai piedritti e l’architrave, decorati da scudi, elmi e armi che rievocano la battaglia che San Michele ha combattuto contro gli angeli ribelli.

Nel registro inferiore, il portale, molto semplice nella sua decorazione, reca al di sopra una grande iscrizione che è una testimonianza del potere temporale della chiesa dal 1744 al 1775. Perfettamente in asse al portale maggiore si trova un’edicola sontuosa all’interno della quale vi è la statua di San Michele Arcangelo, alla cui sinistra e a destra si notano delle conchiglie che non hanno una mera finalità decorativa ma sono lì a testimoniare il viaggio dei pellegrini a Monte Sant’Angelo. Se guardiamo più in alto ritroviamo un piccolo clipeo decorato, anch’esso facente parte della chiesa secentesca,all’interno del quale c’è scritto: “Sotto l’ombra delle tue ali proteggici”.

Passiamo ora alla descrizione dell’opera ivi custodita. Le notizie sul dipinto sono scarsissime, almeno quelle che possono conferirne una datazione o un ambito di provenienza certo. Sappiamo che nel 1748 l’altare fu decretato come “privilegiato”per volontà di papa Benedetto XIV, ma non possiamo fissare quest’anno come punto di partenza per una cronologia sicura, perché le tele furono collocate a posteriori quando vennero ultimati gli stucchi, in quanto furono sottoposte a un lavoro di ridimensionamento e a un riadattamento per la resa conforme agli stessi.

Il grande olio su tela – 180 x 260 cm – occupa una posizione di rilievo all’interno dell’aula liturgica essendo ubicato al centro dell’abside, in linea con l’altare maggiore settecentesco a portelle; infatti, gli sguardi e le linee di fuga architettoniche convergono tutte verso l’area presbiterale sottolineandone la preminenza. Il dipinto converte in colori ad olio il messaggio biblico dell’Apocalisse (12, 7-9), dove si legge che San Michele Arcangelo, rifulgente nella sua armatura e posto a capo delle milizie celesti, spodesta Lucifero dal suo trono e caccia gli angeli ribelli alla volontà di Dio.

L’Arcangelo è raffigurato nell’atto di spiccare il volo e, con una posa vittoriosa e regale, si rivolge a Dio padre che si annuncia nella parte superiore della tela, immaginando che proprio in quel punto trovasse spazio la gloria di Dio.Il santo evidenzia con l’indice sinistro la scritta posta nell’angolo “Quis ut Deus?”, lasciando l’osservatore con un interrogativo senza risposta. La forza con cui l’Arcangelo irrompe sulla scenaè ben manifesta dalle vivide tonalità che oscillano dal rosso del mantello al blu della veste, una mera esplicazione del lato femminile che affiora già nell’iconografia tradizionale che vuole il Santo come prefigurazione della Vergine Maria.

La mano destra del prode guerriero brandisce uno spadino dalla punta infuocata, simbolo della razionalità cosmica, con cui ha sconfitto i demoni che oraarretrano verso gli inferi contorcendosi: i loro occhi persi nel vuoto della disperazione; solo un grido dalle bocche spalancate; nessuna ferita inferta sui loro corpi. Non si tratta di una guerra fisica ma di una guerra dell’anima dal risultato sconvolgente, che porta ad una morte sia corporale sia spirituale. Il trono vacillante costituisce un altro elemento peculiare della tela, perché rimanda all’idea di una carovana di potere costruita sull’inganno che l’arcangelo non ha solo demistificato ma ha anche eroicamente rovesciato, suggellando così il trionfo del bene sul male.

La difficile ricerca di informazioni, a fronte di una documentazione pressoché perduta, non ha impedito di congetturare un ipotetico titolo allo splendido dipinto, che oggi chiamiamo “La cacciata degli angeli ribelli”. La speranza di riuscire a rintracciare la firma dell’autore con il restauroè rimasta velleitaria, dal momento che è possibile ipotizzare che la tela sia stata ritagliata per incastonarla nella nicchia in cui è stata posta successivamente. Sul retro del dipinto è stata rinvenuta una targhetta che menzionava il luogo di appartenenza e un tale Giuseppe Bonito, pittore settecentesco di Castellamare di Stabia molto attivo e a assiduo frequentatore della bottega di Francesco Solimena, massimo esponente della scuola barocca nell’Italia meridionale, al quale oggi è comunemente attribuito. Il respiro europeo delle sue opere e il peso considerevole delle committenze hanno permesso di ravvisare numerose analogie tra i suoi dipinti nella resa dei corpi, nelgioco di chiaroscuri e nelle ariose pennellate che colgono la drammaticità di un istante.

Tra le problematiche del restauro vi erano quelle relative alla deformazione superficiale della tela determinate da manomissioni risalenti agli anni ’60, l’aggiunta delle assi che servivano per tener salda la statua nei rilassamenti, nonché l’apprettatura discontinua, sintomo dell’invecchiamento naturale di un colore non uniforme che causava un movimento non omogeneo ma settoriale.

Dai test di solubilità (tamponi con miscele solventi a diverse concentrazioni e su diversi punti dell’opera) sono emerse pochissime manomissioni a testimonianza del fatto che la tela godesse di ottima considerazione. Dopo la rimozione di uno spessissimo strato di vernice dal dipinto, sonoseguite accurate indagini a infrarossi e infine delicate operazioni di ripulitura, foderatura, stuccatura, reintegro, montaggio su un nuovo telaio e riverniciatura, effettuate sotto l’alta sorveglianza della Soprintendenza, con cui l’opera ha riacquistato la profondità e le cromie originali, liberandosi dall’opacità creatasi nello scorrere del tempo.

Chiara dunque è la vocazione pedagogica di questa tela che osa instillare nell’osservatore la sicurezza dell’amore di Dio, dinanzi al quale alcuno può nulla. Chi, infatti, è come Lui?

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