Kilometro vero, il buono che fa bene. Foto e video

Elena Albanese

L’esperienza dei ragazzi umbri di Altro cioccolato per spiegare che una filiera di qualità è indipendente dalla distanza

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Il tanto decantato chilometro zero è sempre garanzia di qualità della filiera? È l’interrogativo da cui è partito il progetto di sette botteghe del commercio equo e solidale pugliesi, tra cui Ruvo, dal titolo kilometro vero. Attraverso laboratori di cucina, cosmesi e cinema hanno cercato di superare tale concetto, spiegando che la trasparenza nella produzione è indipendente dalla distanza a cui essa avviene.

E ieri, nella giornata finale di un lungo percorso che – dicono gli organizzatori – “speriamo non finisca qui”, l’hanno ribadito attraverso una bella testimonianza. Quella dei ragazzi umbri di Altro cioccolato. Loro vengono da una terra che su questa delizia proveniente dall’Equatore hanno costruito enormi strategie di marketing. Basti pensare a un evento come Eurochocolate, che richiama a Perugia praticamente tutte le multinazionali del settore, unite da una prerogativa: mantenere bassi i prezzi. E non importa se ciò implica lo sfruttamento della manodopera – anche minorile – per far acquistare una barretta a meno di un euro. Il lavoro di bambini che sfama i desideri di altri bambini. C’è qualcosa che non torna, per Agostino e il suo gruppo. Si informano e capiscono che si possono realizzare “prodotti buoni rispettando il territorio e facendo guadagnare il giusto alla gente”. Un principio che in teoria “dovrebbe valere per tutti”, innescando un “circuito virtuoso”.

È così che “le cose diventano solidali, anche se vengono da lontano”, conclude.

Dopo la sua testimonianza, il resto della giornata nell’esposizione allestita in Pinacoteca, è tutto all’insegna della bontà. Ci sono i prodotti del commercio equo e solidale, le degustazioni di dolci e tisane, ma soprattutto il laboratorio di cioccolato.

Grandi e piccoli, riuniti in gruppi, hanno potuto vedere, toccare con mano e soprattutto assaggiare le materie prime di cui il prodotto finale si compone, fino alla sua completa realizzazione. Hanno visto – alcuni per la prima volta – le cabosse, che in Africa e in America Latina nascono sui tronchi delle piante di cacao protette dai banani e nascondono ognuna circa 44 semi. Li hanno sbucciati e ne hanno sentito l’amaro sapore in bocca, per poi imparare come vengono lavorati. Fermentati 48 nella loro stessa patina bianca, essiccati, tostati e poi spediti per la lavorazione vera e propria.

Ed è qui che inizia la differenza. La lavorazione industriale, infatti, quella inventata in Belgio per intenderci, centrifuga le fave a 56 gradi, dunque a caldo, separando il cosiddetto burro di cacao, la cui percentuale nel prodotto finito dipenderà dai gusti, dalla dolcezza desiderata e dalla varietà della gamma proposta.

Al contrario, la lavorazione artigianale, importata dal Sudamerica seguendo la ricetta di un’amara bevanda indios, è realizzata a freddo, mantenendo così integro l’ingrediente principale, che viene sminuzzato “alla

pedra” (su una pietra).

La massa di cacao così ottenuta viene poi sciolta a bagno maria con l’aggiunta di zucchero e altri elementi secchi, come ad esempio noci, sesamo o cannella. Il composto viene poi versato in apposite formine, che devono essere sbattute per far uscire bolle d’aria e non creare umidità all’interno. Venti minuti in frigorifero e il gioco è fatto. Il cioccolato è pronto. È squisito e fa solo bene. A noi stessi e agli altri.

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