“Io non ho sbagliato”, Pagone racconta l’emozione che muove la letteratura

Il romanzo dello scrittore e giornalista della Gazzetta è stato presentato ieri pomeriggio a palazzo Caputi
«Una scrittura delicata e raffinata, che non cede alla tentazione di rovistare nelle storie». Queste le parole utilizzate dall’assessore Monica Filograno per presentare Onofrio Pagone, scrittore, giornalista e corrispondente di guerra che ha inaugurato la rassegna di “Evoluzioni libri” con il suo romanzo “Io non ho sbagliato”.
Poche parole per introdurre un lungo discorso, ricco di emozioni, riflessioni, realtà e coraggio. Il coraggio di prendere la penna in mano e raccontare la storia di una donna, una giovane donna che si ritrova a dover lottare in una realtà più grande di lei. In una situazione dove la solitudine la fa da maestra, deve fronteggiare un territorio che inizialmente le sembra una salvezza, ma che si rivela pieno di difficoltà.
Un cerchio che si apre e si chiude con l’aspirazione al volo. La maternità, la parola e il silenzio: queste le tematiche principali alle quali Pagone si è ispirato, narrando la cronaca di una storia accaduta realmente e che ha seguito da cronista.
«Ho intervistato la ragazza da protagonista di un caso giudiziario» – ha affermato lo scrittore. «Sono rimasto subito turbato da lei e ho capito che la sua storia mi era entrata dentro. Dovevo raccontarla». La scelta, non molto semplice, di farlo in prima persona nasce dalla volontà di eliminare ogni tipo di filtro che eventualmente viene a porsi tra la protagonista, il pubblico e lo scrittore, che in questo caso agisce da mediatore. «Ho compiuto una scelta inizialmente egoistica, perché scrivere in prima persona è più semplice dal punto di vista tecnico. Dal punto di vista umano invece mi sono reso conto che è davvero molto complesso soprattutto perché entrare nel personaggio è faticoso. Si tratta di narrare argomenti che possono accadere quotidianamente, ma che sono affrontati con estrema difficoltà».
Si tratta di un romanzo che quindi si basa su una storia vera, nonostante siano presenti elementi tratti dalla fantasia dell’autore. Il tutto perché, come spiega lui stesso, «alcuni temi erano così dolenti che per narrarli ho dovuto far fede alla mia esperienza da giornalista e ho ricostruito ciò che ho visto nel corso degli anni». Nessun obiettivo letterario, nessuna scaletta iniziale: nel libro vi è riproposta la sola fusione tra due anime, quella della protagonista e quella del cronista che l’ha ascoltata a fondo. Non vi è neanche una caratterizzazione estetica: ciò che ha contraddistinto la storia è l’interiorità. Non è importante la cronaca giudiziaria, il processo penale, ma solo ciò che una ragazza di 17 anni ha da raccontare. Le sue parole e i suoi silenzi.
Ma quanto è complesso trovare le parole? «Le parole rappresentano un motivo di divertimento, una passione. Io danzo con le parole, sono loro che ci rendono davvero liberi. Noi italiani abbiamo la fortuna di avere una ricchezza nel vocabolario: con soli tre aggettivi riusciamo ad esprimere al meglio ciò che vogliamo raccontare. Il mio scopo con questo romanzo è di legare letteratura e vita: si impara a vivere solo attraverso la prima».
Non è mancata poi la critica alla dura realtà che si registra oggi in Italia: «E’ vero, da noi si legge pochissimo. Ma il problema risiede essenzialmente nell’attualità: c’è una vasta gamma di scelta di letture, tutte però scadenti. Con i prezzi che ci sono poi, non ci si può permettere di sbagliare. Ecco perché si tende sempre a scegliere i classici, che rappresentano in realtà il nostro contemporaneo. La verità è che un libro, per essere valido, più che vendere, deve emozionare. Se un libro fa emozionare chi lo produce, automaticamente lo farà con chi lo legge. Viene a crearsi una sorta di altra vita. Solo l’emozione muove tutto. Investiamo in lei».
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