“In nomine sancti”, la collettiva d’arte contemporanea a cura del ruvese Carmelo Cipriani

La Redazione

La mostra verrà inaugurata il prossimo 4 aprile e la si potrà visitare, presso l'Art and Ars Gallery di Galatina, fino al 24 aprile

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Una rievocazione, in chiave contemporanea con luminarie, cibo e musica folk, delle feste patronali tipiche del meridione d’Italia, dove la “santità”, e quindi la vera ragione della festa, passa in secondo piano di fronte alla baraonda costituita da centinaia di mercanti e dove l’interesse principale è rivolto alle offerte commerciali, al luna park o all’ospite musicale di turno, molto spesso “osannato” con molto più fervore del Santo Patrono.

«In una parafrasi –racconta Carmelo Cipriani– della cerimonia collettiva le opere in mostra enfatizzano l’aspetto profano, rivelando nella santità un mero pretesto, mentre ogni tradizione è ridotta ad ennesimo stereotipo vacanziero, degno di dépliant turistici ed esportabile al pari dei prodotti enogastronomici».

«Un’operazione che –racconta l’altra curatrice della mostra Katia Olivieri– seppur concepita per uno spazio fieristico ed espositivo, mira ad evocare atmosfere e cerimoniali che, di fatto, intridono ogni spazio fisico e mentale dei luoghi al Sud».

“La Puglia è un meraviglioso, austero, paese arcaico” ha scritto Cesare Brandi. Un estremo lembo di terra in cui la modernità sembra avanzare lentamente, salvaguardando tradizioni e testimonianze. Ogni anno schiere di turisti si dirigono a sud calamitate da un’aura di autenticità sempre più minata da logiche consumistiche. Affascinate dall’incorrotta atmosfera delle sagre e delle feste patronali, si assiepano in affollate piazze alla ricerca di quell’arcaismo che per molti ancora connota la religiosità meridionale. Diversa, ma con esiti non dissimili, la condotta degli autoctoni che, nella generale euforia, partecipano inconsapevoli alla scenica rappresentazione, camminando eccitati tra strade agghindate e odorose, dimenticando origine e fine della celebrazione. A poco servono i richiami degli infastiditi parroci, che, invano, cercano di richiamare all’ordine gli indisciplinati fedeli, nell’estremo tentativo di salvaguardare il misticismo residuo. Ed è così che il sacro, suo malgrado, si trasforma nel primum movens di una complessa macchina economica. Ingurgitato dal diffuso laicismo contemporaneo, esso si dilava, fino a disperdersi, tra venditori ambulanti, luculliani banchetti, rappresentazioni vernacolari e quanto di più caratteristico ogni singola città ha da offrire.
Innesco per l’eccitazione collettiva sono le luminarie, montate giorni prima, autentico incipit di ogni pubblica ricorrenza, icone deputate a rappresentare la festa nell’immaginario collettivo. Una visione a cui non si è sottratto neanche Brandi che ad introduzione del suo appassionato racconto dei riti in onore di san Nicola, ha annotato “C’erano, per i festosi viali di Bari, archi di lampadine a non finire, che rientravano l’uno nell’altro, come cerchi concentrici di un tiro a segno”.

Una pregnanza iconica da cui parte anche il progetto “In nomine sancti” presentato a Milano da Art and Ars Gallery. Una collettiva di giovani artisti meridionali, in maggioranza pugliesi, impegnati a riflettere sugli atavici concetti di tradizione e santità; una sardonica ponderazione attuata mediante una rilettura della festa patronale e dei suoi simboli. Innanzitutto il sacro, alla cui sfera, benché trasposta in ambiente profano, si ricollega il lavoro di Paolo Ferrante, che meditando su frammenti esistenziali, confonde personale e collettivo. In piccole teche in resina, circolari o ovali, l’artista racchiude oggetti disparati (parti d’insetti, pezzi scolpiti, ciondoli, piccoli animali o generici frammenti), riconsiderando il concetto di reliquia, non più testimonianza eccezionale e astratta, ma residuo della quotidiana esistenza, generatore di sussulti alla memoria e all’immaginazione: anonimi feticci di cui è esaltata la consunzione, disposti per essere colti nella loro portata estetica e sociale. Sospese tra sacro e profano, tra la chiesa dei simulacri e la strada degli ambulanti, sono invece le ironiche figure di Antonio Straffella in cui santi e supereroi si contaminano, rivelando interessanti parallelismi tra i poteri taumaturgici dei primi e i superpoteri dei secondi. Nel suo modus cogitandi la religiosità è intesa come un terreno elastico, prodotto e animato da un nomadismo culturale in cui suggestioni antipodali si sommano e si compendiano. Una rivisitazione mitografica, nata dall’accostamento di santi passati e futuri, ma anche una riflessione antropologica sulla capacità dell’uomo di rapportarsi al soprannaturale.

Improntate alla tradizione della ceramica pugliese, da cui desumono materiali e decorazioni, le terrecotte smaltate di Michele Giangrande oltrepassano la pura artigianalità per elevarsi ad una dimensione concettuale, in cui la riflessione sulle antinomie (nascita e morte, arcaismo e modernità, essere e apparire) è attuata con caustica ironia e raffinatezza esecutiva. Mentre il gallo, simbolo per eccellenza della coroplastica pugliese, riconduce i manufatti ad una precisa area geografica, l’oggetto riprodotto afferisce ad una condizione universale, attuando una remise en question dei concetti di originalità e autorialità.

La medesima ironia è ravviabile nel lavoro di Dario Agrimi, poliedrico artefice e instancabile sperimentatore. Per l’occasione l’acribia dell’artista si è concentrata sull’immancabile complemento di qualunque festa paesana: il cibo. Attraverso un lavoro d’impostazione postconcettuale, il centro del fare artistico è spostato dall’esperienza dell’artista alla multiforme reazione dello spettatore. Gli oggetti scelti, simulati o ricreati, si fanno allegorie, simboli di aspetti o comportamenti sociali negati con veemenza eppure tacitamente condivisi. Mediante una stratificazione di smalti l’artista simula un deliziosa pietanza, in parte consumata, rendendo tangibile la contrapposizione tra penitenziale santità e blasfema abbondanza. Ad accrescere l’effetto mimetico contribuiscono il piatto e il cucchiaino, autentici object trouveè desunti dal mondo reale, simili a quelli con cui concretamente si servono i dolci nei momenti di festa.

In una parafrasi della cerimonia collettiva le opere in mostra enfatizzano l’aspetto profano, rivelando nella santità un mero pretesto, mentre ogni tradizione è ridotta ad ennesimo stereotipo vacanziero, degno di dépliant turistici ed esportabile al pari dei prodotti enogastronomici. Una festa in cui nulla è come appare ad eccezione dell’atmosfera ricostruita ad hoc per l’occasione. Il tutto con buona pace dei santi titolari, sempre più soli sui loro dorati piedistalli.

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