Il signor Sergio e i suoi cent’anni… di storia – 2a puntata

Il centenario ruvese spende buona parte del suo racconto nella minuziosa descrizione di particolari degli oggetti, rigorosamente costruiti da sé.
Lo abbiamo lasciato a 10 anni, col quaderno nei calzoni, intento più a giocare nel pantano che ad andare a scuola. Lo ritroviamo poco dopo, stessa età, già ometto al lavoro nella bottega paterna.
Un argomento, il suo mestiere, che appassiona davvero il signor Sergio, anche oggi mentre me ne parla. Spende buona parte del suo racconto nella minuziosa descrizione di particolari degli oggetti, rigorosamente costruiti da sé, che popolano la sua casa. Li va a cercare nelle dispense, li prende in mano e quasi li accarezza, con infinita delicatezza e, oserei dire, quasi con amore. Tipo una splendida moka: «Poi non ti voglio dire le macchinette per il caffé, queste le facevamo noi pure…questa è di alluminio, di acciaio. Mo’ non si fanno più. Sai quante ne facevamo di queste? Le grattugie […] e altre cose…più grandi, più piccole…». Poi aggiunge con un certo rammarico: «Ora è tutto di plastica e noi non facciamo più niente».
È questo il suo maggior cruccio: la morte di un mestiere indispensabile fino a qualche decennio fa: «Stavano a Ruvo cinque-sei stagnini, adesso ce n’è uno che sono io, l’ultimo, e non c’è lavoro. Perché adesso quando tutte quelle cose che si comprano si sfasciano, si rovinano, le buttano perché i soldi sono assai, la pensione che danno dal Governo!». Controcorrente, il nostro protagonista, in un’epoca in cui tutti si lamentano di non arrivare alla fine del mese. Forse a ricordarci che la vera povertà, per chi l’ha vissuta, è ben altro.
Del resto è consapevole che i mutamenti dello stile di vita hanno portato a una realizzazione industriale degli utensili che prima, invece, erano veri e propri pezzi d’artigianato, con tempi e modi di costruzione più lunghi e un’attenzione fondamentale al dettaglio. «Po’ nan t vogghi deisc mo’…questo qua anticamente quando c’eravamo noi serviva per versare l’olio» e mi mostra, infatti, dopo essersi alzato a prenderla, un’oliera che mi ricorda tanto quella che aveva in casa mia nonna. «Questa è d’acciaio. Mo’ con le macchine, con le attrezzature hanno fatto migliaia e migliaia di modifiche fatte bene che costano quello che costano… Adesso si vende quella di fabbrica, fatt bun, per esempio, a 10-12 euro…ci u avaia fo’ ei cuss a mano, ci vuole il tempo…e allora non conviene più farlo, costa». Teorie inoppugnabili di economia spicciola.
Eppure, nulla che appartenesse alla vita domestica e lavorativa di Ruvo era esente dal contributo suo e sei suoi colleghi: «Faciaim tutt niu faciaim, mo’ attrezzature di plastica enn vniut e niu nan facim chiù nudd!», sentenzia laconico, senza tema di smentita. Perché lui ha gli esempi tangibili di tutto ciò che dice: «Noi facevamo per esempio i cilindri dell’olio, i bidoni dell’olio ca preim s carsciain ind ar pidd di cuoio» e, aprendo un’anta dietro di lui, me ne mostra uno, seppur di dimensioni ridotte. «Questo imbuto, i mestoli che pigliano l’olio picc per uso di famiglia… Questo, vedi ci è bell cuss!!», ribadisce orgoglioso. «Ve’ ind au bdon, pigghi l’ugghi e cu’ ‘miut si mette nelle bottiglie. Persino al cimitero, quando non c’era la luce elettrica, facevamo dei fanali di vetro all’interno dei quali si metteva il bicchiere col cero da accendere sopra le tombe. Poi stabilmente lavoravamo anche nelle industrie dei contadini, realizzando dei tini grossi per portare l’olio a casa. Per arare le vigne…faciaim tutt niu faciaim. Adesso niente. Hanno voluto l’attrezzatura meccanica che lavora e non capiscim chiù nudd. Hanno abolito tutto, l stagnor che lavoravano specialmente tante attrezzature non lavorano più».
I suoi imbuti, per esempio, hanno una piccola rientranza su tutta la lunghezza del collo: un accorgimento utile per far uscire l’aria dalle bottiglie e consentire un flusso più scorrevole e rapido dei liquidi. Accortezza intelligente, di cui la sottoscritta, abituata a tenere sollevato l’imbuto pur di velocizzare i travasi, non aveva neanche capito la funzione, avvezzi come siamo solo alle comodità più tecnologiche e non a quelle tanto semplici quanto intuitive.
Ma non è finita…a descrivere il suo mestiere il signor Salvatore è un fiume in piena, sembra quasi ringiovanito e tornato nella sua bottega, dove tutto gli è familiare e sottomesso: «Ora veniamo alle bottiglie. Facevamo questi tappi automatici per la salsa. Sai quanti ne facevamo alla stagione di questi? Migliaia e migliaia. Mo’ con le macchine trovi quelli fatti a stampo». Non che abbia niente contro le attuali catene di montaggio, rimarca semplicemente quei piccoli difetti che tutti constatiamo nella vita domestica quotidiana: «Queste tiiall sono buone, però le maniche se ne vengono» ed in effetti, basta una sua lieve pressione perché la maniglia della pentola che mi mostra venga via.
«Ma Lei lavora ancora ogni tanto?», chiedo. «Che devi lavorare più…100 anni e più», mi risponde. Ma poi ammette di dedicarsi a «qualche lavoruccio di delicatezza». Con un entusiasmo così vivido e una mente così lucida non nutro alcun dubbio che sia vero.
2 – continua
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