Il piacere dell’ospitalità

Un viaggio nelle Italie degli ultimi trent’anni seguendo il nuovo libro di Francesco Costa
L’accogliente saletta della libreria Agorà ha permesso di seguire la presentazione de Il dovere dell’ospitalità, edito da Rizzoli, di Francesco Costa, al suo quinto romanzo.
Il nuovo libro di Costa si presenta come una riflessione storico-sociale nella cornice di un intreccio che prende forma a partire dalla manifestazione del 15 febbraio del 2003 contro i “deliri di onnipotenza di Bush”, quando, tra la folla del milione di persone accorsa in una Roma dall’aria primaverile, Danilo Amoroso ritrova Adriano Corona e, attraverso un lungo flashback di 21anni, si torna indietro alla primavera del 1982 quando Danilo, in vacanza in Umbria ospite di una coppia di sposi da poco conosciuti, si ritrova ad “ospitare” (sotto la minaccia di una pistola) per una notte il terrorista in fuga Adriano.
Ma la notte preventivata si trasformerà in 30notti all’insegna della paura di un’irruzione improvvisa delle forze dell’ordine e della diffidenza di Danilo verso Adriano, che rappresenta lo stereotipo del terrorista che il primo immaginava, “frugale nel mangiare, dimesso nel vestire, enigmatico nelle parole e sfuggente nello sguardo”.
Sono anni difficili per Roma e l’Italia, quelli degli anni di piombo, e il racconto si trasforma in un incontro/scontro tra due caratteri uguali e diversi: come Adriano in fuga verso la Francia (all’epoca non concedeva l’estradizione per reati politici e divenne porto franco dei terroristi in fuga), così Danilo è fuggito da Bagnoli (famigerato polo industriale di Napoli) per approdare a Roma alla ricerca di un futuro da sceneggiatore.
Protagonisti l’affinità elettiva presentata dal grande artista romantico Goethe, che è l’idolo di Danilo e la sua guida spirituale, entrambi fuggono dall’impopolarità e vogliono realizzare i propri sogni ma allo stesso tempo sono di visi da due differenti profili ed estrazioni sociali.
Danilo è figlio di un operaio mentre Adriano è figlio della borghesia agiata romana, e subito la memoria ci riporta alle affermazioni di Pisolini durante i tafferugli di Valle Giulia quando si schierò a favore dei poliziotti piuttosto che con i manifestanti perché i primi erano i veri proletari, mentre i secondi erano gente abbiente che “poteva permettersi” di fare la rivoluzione.
Attraverso il loro differente modo di guardare al mondo e alla strategia per cambiarlo, si delinea il destino del Paese negli anni di piombo fino ad arrivare alla fotografia dell’Italia 30 anni dopo quell’estate, 30 anni dopo quel desiderio di uguaglianza sociale e del fallito tentativo operato dalle BR e dalla lotta armata, di cui Danilo ne è la lucida coscienza critica.
Costui, infatti, alla fine del libro individua le pecche dei “militanti rivoluzionari”, caratterizzati dallo snobbismo dei borghesi che giocavano a fare i rivoluzionari (si veda ad esempio il ritratto che ne fa Virzì in Caterina va in città), che hanno il privilegio della cultura dell’agiatezza e delle vacanze e che non hanno la visione storica di un Gramsci (“sono con te ma contro di te”) o lo spessore di Pasolini.
Adriano appare a Danilo come uno dei tanti vanesi del mondo del cinema che sfondano in quel mondo da cui lui si sente tagliato fuori nonostante gli sforzi perché ricchi di famiglia e che possono rischiare poco, per cui si rifugia in Goethe e nei personaggi cinematografici stranieri.
Tanti i bersagli polemici verso cui questo romanzo, col sottile gioco del comico e dell’ironia, si scaglia, tutti di stampo autobiografico: Roma, paese che inghiottisce le persone in una mancanza di compassione, diversa dalla Napoli dalla quale Danilo (e Costa) provengono, così come i romani, “gens” chiusa nel proprio orgoglio, fatto di cinismo e freddezza; allo stesso tempo la critica allo starsystem cinematografico, visto come una “piccola gang” di 6/7attori, all’insegna di film intimisti e mosci.
Di contorno ad una strana coppia degna del duo Mattau-Lemmon, ci sono tanti altri personaggi secondari che creano l’universo attorno e dentro cui si svolge la storia, e gli stessi oggetti partecipano alla tragedia che entrambi vivono (emblematica è la figura della portinaia Bettina) e che trova nelle ultime pagine, il senso di questa vicenda personale e collettiva: conservare la dignità con la forza dell’immaginazione e della tensione verso la bellezza, una risposta ad un corto circuito mentale che è stata la lotta armata degli anni di piombo attraverso anche un espediente originale quale quello della comicità intrapreso da Costa.
“Volevo essere comico eppure dare un omaggio a tutti quegli Italiani che hanno avuto il coraggio di rischiare di ospitare per una notte un terrorista” (in anni terribili come quelli di cui si parla neanche la stretta parentela poteva salvare da una condanna nel caso si fosse ospitato un terrorista in fuga), così presenta le ragioni di un libro che parte dalla sua stessa esperienza di ragazzo napoletano, spaesato a Roma, in un clima come quello della mattina del sequestro Moro, dopo che i terroristi, non contenti di aver sequestrato il segretario DC, avevano giustiziato i membri della scorta al seguito, “ricordo lo sgomento e il panico, la sensazione di essere assediati da forze ingovernabili”, in un viaggio attento fino ad approdare allo scenario della politica moderna, ancora vittima di quegli anni (video).
La strategia umorista, tenendo presente comunque uno scenario rispettoso verso le vittime, è funzionale al concetto di saper ridere di sé, critica verso la convinzione di essere nel giusto da parte dei terroristi, in una militanza del tipo SS tedesche; mentre costoro agivano prima di pensare, Danilo è l’unico che pensa prima di agire.
Questo scontro di caratteri e di modelli vede perciò in scena Danilo l’artista, con Goethe come modello, che come lui era approdato a Roma in un’epoca delicata come quella della rivoluzione francese e dei governi reazionari, per ricercare armonia e bellezza come modello etico, contrapposto ad Adriano, lo spirito guerriero, un Achille con l’arma come prolungamento fallico, un modello transeunte opposto al modello in divenire, che sembra scegliere la lotta armata e l’opposizione al sistema per motivi edipici, vittima di una madre matrona para-incestuosa verso il figlio unico.
Entrambi in lotta contro il sistema, li lega un rispetto reciproco come il silenzio di Adriano nel momento in cui viene arrestato, salvando la vita a Danilo ripagandolo di quella disponibilità “estorta” descritta da un pensiero di Nietzsche: “il dovere dell’ospitalità viene osservato dalla collettività verso il forestiero con un alone di pericolosità per eludere il pericolo che sembra portare con sé.”
Il libro “è un libro sulla sete di verità opposta ad una storia della letteratura italiana gravata dalle forme di censura come quella vaticana e dall’omertà che ti impedisce di toccare un gruppo di potere senza suscitare scandalo che gli scrittori hanno subito nel corso degli anni. Il mio modello è quello della letteratura inglese, con una presentazione dell’eroe/eroina con un suo progetto, il conflitto con il contesto e lo scioglimento finale. L’artista deve essere pungente altrimenti diventa un lacchè del potere.”
Un libro spiritoso e che fa riflettere, che lancia la freccia e non guarda in faccia a nessuno seguendo la scia di un Danilo-Costa, una figura romantica come quella dell’idiota di Dostoevskji, che si trova catapultato in un contesto, che proprio la sua morale e la sua innocente reazione e paura di fronte agli eventi gli permette di salvarsi e realizzare il suo sogno: diventare un piccolo Goethe.
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