Il funerale nella Ruvo di un tempo: usi e costumi

Funerale dei primi anni Cinquanta a Ruvo © Diego Jurilli
Genesi del contributo di Cleto Bucci, cultore di storia locale, è stata lo sfogliare un «album fotografico che documenta un funerale dei primissimi Anni Cinquanta del secolo scorso a Ruvo di Puglia»
Il contributo che questa volta Cleto Bucci, cultore di storia locale già ispettore onorario B.A.S. e per l’Archeologia del Territorio di Ruvo di Puglia, condivide con i nostri lettori riguarda le ritualità e le usanze un tempo osservate dai ruvesi in occasione dei funerali.
Genesi della nota storica è stata lo sfogliare un «album fotografico che documenta un funerale dei primissimi Anni Cinquanta del secolo scorso a Ruvo di Puglia» spiega Bucci. «La curiosità mi ha portato a fare qualche ricerca non solo su quante e quali informazioni trasmettessero quelle immagini, ma anche sugli usi e i costumi che caratterizzavano i funerali ruvestini tra la fine dell’Ottocento e buona parte del Novecento».
Un funerale d'altri tempi – di Cleto Bucci
«Era appena suonato il Mattutino del 4 Gennaio 1952 che passò a miglior vita Rocco Minafra, ottantenne, “conduttore in proprio”. Era un coltivatore diretto tra i più conosciuti e apprezzati di Ruvo nonché stimatissimo concittadino.
Moglie, figlio, figlie, nuora e generi si strinsero tutt’intorno al defunto, recitarono le preci di rito e diedero inizio alla “vestizione” dell’estinto.
La signora Filomena, moglie del signor Rocco, cercava di tenere il bandolo della matassa per tutte le incombenze che man mano andavano sbrigate.
Andava innanzitutto avvisato il prete di competenza per far suonare “il Credo” e dar mandato alla parrocchia di informare il Comune. La missiva fu affidata a Rocco il nipote quattordicenne e il prediletto del defunto. Senza batter ciglio il ragazzo si mosse a spron battuto verso la chiesa per comunicare al parroco dell’avvenuta morte del nonno.
Fu suonato il “Credo”. Tre rintocchi a distanza di sette secondi circa, poi ancora tre, e nuovamente tre rintocchi, battuti con la campana grande e intervallati dalla giusta pausa, informarono i ruvesi che qualcuno aveva lasciato questo mondo.
Nove i rintocchi gravi … il morto doveva essere di certo un uomo. Se fosse stata una donna di ritocchi se ne sarebbero uditi sei.
Non erano ancora le dieci che salì le scale del Municipio il signor Silvestro Catalano, sagrestano della chiesa del Redentore, a cui fu delegata l’incombenza di far registrare civilmente la morte del Minafra. L’atto fu compilato e sottoscritto dall’Ufficiale dello Stato Civile signor Innamorato.
Andava organizzato un funerale degno di una persona che aveva dedicato tutta la sua vita, con esemplare dedizione, alla casa, alla famiglia, al lavoro, alla cura maniacale della sua azienda agricola e che mai si era risparmiato per assicurare un certo benessere alla moglie e ai figli. Andava assicurato un funerale degno della propria classe di appartenenza, un funerale che tutti avrebbero dovuto ricordare.
Ma quali erano i desiderata del defunto? A chi aveva dato le istruzioni per come avrebbe voluto fare l’ultimo “giro per Ruvo”? Da persona schiva, dignitosa e concreta qual era stato il signor Rocco, mai aveva pensato a simili scempiaggini e quindi per il funerale tutto fu una scelta dei parenti più stretti.
Nella confusione generale e nell’agitazione del momento fu la signora Filomena, la più lucida in quel frangente e che amorevolmente aveva assistito il marito nelle ultime settimane di vita, a suggerire le più minute disposizioni per le onoranze funebri al marito. Con l’assenso di figlio, figlie, generi e nuora si decise per un funerale di prima classe con “giro lungo” con tutti gli annessi e connessi.
Queste le disposizioni date dalla famiglia alle pompe funebri per il funerale del signor Rocco Minafra.
La carrozza nera con finiture in oro e tiro a due cavalli bardati a lutto;
Partecipazione del Collegio dei Parroci di Ruvo e precisamente di quelli di S. Angelo, Redentore, Cattedrale, San Domenico, San Giacomo, S. Lucia (Cappuccini).
Partecipazione del Capitolo dei Canonici della Cattedrale con le quattro Dignità capitolari in cappa e sottana paonazza;
Partecipazione delle Orfanelle dell’Asilo-Ospizio di sant’Angelo accompagnate dalle Suore della Carità;
Una messa cantata in cattedrale;
Disposizioni che furono rigorosamente rispettate assecondando anche gli usi e i costumi del paese.
L’indomani si tenne il funerale e nonostante il tempo fosse uggioso fu confermato “il giro lungo”.
Una giornata grigia, fredda, umida e senza sole, con cielo coperto da nuvoloni che minacciavano pioggia da un momento all’altro, convinsero molti dei partecipanti al corteo a munirsi di cappello e ombrello.
Il corteo, nelle ore antimeridiane di quel cinque di Gennaio, partì da Via Palestro, casa del defunto, e sfilò per Corso G. Jatta, Piazza Cavallotti, Piazza Matteotti, Via A. De Gasperi, Piazza M. Garibaldi, Via Vittorio Veneto e per Via Cattedrale arrivò alla “chiesa grande”. I rintocchi lenti e gravi della campana grande delle chiese poste nelle vicinanze del percorso sottolineavano il dolore e la commozione dei parenti del morto.
Scortavano il Carro funebre sei guardie in uniforme del Consorzio Guardie Campestri unitamente agli amici del defunto Giuseppe Carlucci (viticultore), Felice Francese (rappresentante prodotti Puglia), Giuseppe De Tommaso (Negoziante di Lanerie), Pasquale Costantino (droghiere per coloniali).
I preti portavano un cero nuovo, usato per la prima volta a questo funerale mentre la Croce capitolare era portata dal sagrestano della cattedrale.
Dietro al feretro sfilavano nell’ordine, prima i nipoti ragazzini, poi le signore di famiglia e le amiche seguite dai parenti maschi, quindi gli amici e conoscenti.
Una volta in chiesa il feretro fu collocato sul catafalco e gli furono accostate ben sei lunghe candele nuove invece delle solite quattro già usate.
Il portale maggiore della chiesa era adornato da un drappo nero, similmente il paliotto dell’altare. Le tre navate del Duomo erano strapiene di parenti, amici e conoscenti del defunto.
Fu celebrata una messa cantata alla spagnola. L’aspersione e l’incensazione della salma seguita dai tre Requiescat in pace di rito chiusero la funzione religiosa.
All’uscita del feretro dalla chiesa si ricompose la processione. Il giro si indirizzò verso Largo S. Cleto, proseguì per corso G. Jatta e piazza Dante e finalmente arrivò a Corso Antonio Jatta per fermarsi nei pressi dell’Istituto delle Suore Salesiane. Questo era per Ruvo, e questo fu in quel giorno, il luogo deputato per dare l’ultima benedizione alla salma e dare e ricevere le condoglianze di rito.
Era quasi mezzogiorno di un freddissimo sabato di gennaio.
Cleto Bucci
P.s. Tutto fu documentato in un rispettabile album di immagini ad iniziativa e opera del signor Diego Jurilli, indimenticato maestro ruvese dell’arte fotografica.
RUVO – I FUNERALI NEI TEMPI ANDATI – NOTA STORICA
Il corteo funebre, a seconda delle eventuali disposizioni del defunto o della volontà dei famigliari, e soprattutto a seconda della disponibilità economica della famiglia, poteva prevedere il cosiddetto “giro corto” o il cosiddetto “giro lungo”.
Il corteo in “giro corto” consisteva nel portare il defunto dalla casa alla chiesa e successivamente dalla chiesa all’inizio di Corso A. Jatta (per l’ultima benedizione alla salma e dare e ricevere le condoglianze), per la via più breve.
Il corteo in “giro lungo” consisteva nel portare il defunto dalla casa alla chiesa e successivamente dalla chiesa all’inizio di Corso A. Jatta (per l’ultima benedizione alla salma e dare e ricevere le condoglianze), attraverso una sequenza di strade e piazze del paese affinché “il morto salutasse per l’ultima volta la città ” e contemporaneamente un gran numero di cittadini venisse a conoscenza dell’evento.
Al corteo funebre solitamente partecipava il sacerdote della parrocchia di appartenenza del defunto. Diversamente, una famiglia benestante o con buone disponibilità economiche poteva richiedere l’intervento del Capitolo della Cattedrale secondo modalità diverse che qui di seguito elenchiamo (tabella in uso fino agli anni Quaranta/Cinquanta del secolo scorso):
Diritti spettanti al Rev.mo Capitolo negli accompagnamenti funebri
Morti grandi
1)Uscita in Cappa L. 1000; 2) Uscita in Cappa con Messa cantata e officiatura L. 1200; 3) Uscita in Cappa e sottana paonazza L. 1500; 4) Uscita in Cappa con sottana paonazza con Messa cantata e officiatura L. 1800;
Morti piccoli
1) Uscita in Cappa L. 800; 2) Uscita in Cappa e sottana paonazza L. 1000; Se si desidera la messa cantata L. 100 in più.
Fino al 1888 esisteva una forma di funerale detta “mezza campana” che in dodici punti regolava in modo molto preciso la partecipazione del Capitolo, la distribuzione dei proventi del funerale, la ripartizione degli utili ricavati dalla vendita della cera proveniente dalle candele dei funerali, il compenso ai sagrestani, la quota di spettanza del Vescovo e altre sottigliezze che qui ci esimiamo dal descrivere».
Dal 31gennaio del 1982 è stato abolito sia il giro corto che il giro lungo e di conseguenza è stata abolita l’uscita del Capitolo. Abolito anche l’uso dei drappeggi neri sia alla casa del defunto che alla chiesa. Un tempo il parato funebre più grandioso e appariscente era quello della chiesa di S. Domenico che copriva quasi tutta la macchina dell’altare maggiore e le lesene laterali del tempio.
Fino agli anni Cinquanta/Sessanta del secolo scorso ad alcuni funerali (soprattutto di ragazzi/e o giovanissimi/e) sfilava la Banda cittadina che lungo il corteo eseguiva alcune marce funebri.
C.B.
Commenti
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nalla foto si nota il cartello con l’elegante freccia che indica la via per Corato.
sono lieto che a distanza di tanti anni sia ancora lì, piccola, quasi nascosta da altre insegne ma con una forma aggraziata ed un colore ancora brillante








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