Il fascino decadente degli interni murgiani

Cartoline ormai sbiadite, istantanee di usi e abitudini della civiltà e della semplicità contadina che fu

Felice Miscioscia per Murgia a Pedali
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Abbandonati, trascurati, depredati e vilipesi, quasi violentati e deflorati nella loro intimità.

Sono gli interni murgiani, di ville e masserie ormai lasciate inesorabilmente al loro destino di fatiscenza, simbolo di un tempo che non esiste più, di un’epoca che sta rapidamente scomparendo con l’avanzare della modernità avara di ricordi e di omaggi al passato.

Li si vuol lasciare volontariamente e rispettosamente senza nome, senza coordinate, senza posizione. Anonimi sì, ma ossimoricamente ricchi di un’identità rurale ormai lontana.

È un racconto dalle venature introspettive ed inquiete quello che conclude l’anno della presente rubrica, così come tristemente dolce e malinconica è la sensazione che ci pervade quando ci insinuiamo in questi ambienti e li osserviamo, in silenzio, il più discretamente possibile.

Cartoline ormai sbiadite, istantanee di usi e abitudini della civiltà e della semplicità contadina che fu, di audaci ed ingegnose soluzioni architettoniche, di orpelli voluti e desiderati per esaltare la nobiltà padronale e latifondista, di oggetti desueti ormai dispersi nel loro remoto significato agreste.

Perdonerete l’abuso dell’avverbio “ormai”, che tuttavia è particolarmente pregnante per descrivere questa inquietudine in immagini dal fascino decadente e crepuscolare che magari a qualcuno può sembrare un mero ammasso di ruderi privo di utilità, ma che trasmette a chi scrive un’intensa emozione di profondo rispetto, avvolto di mestizia.

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