scorcio del tratturello Canosa-Ruvo nel Bosco

Il Bosco di Ruvo e le sue vicende storiche

In una nota, Angelo Tedone condivide con i nostri lettori la storia di una delle mete più apprezzate dagli escursionisti che, in bici o a piedi, percorrono gli spazi del Parco dell’Alta Murgia

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Angelo Tedone, cultore di storia e lingua locali, condivide una nota storica sul Bosco di Ruvo, una delle mete più apprezzate dagli escursionisti che, in bici o a piedi, amano percorrere gli spazi del Parco dell’Alta Murgia.

«Quanti (ciclisti e non), maggiormente nel periodo estivo, percorrono il tratturello Canosa- Ruvo, prima di giungere alla provinciale per Altamura laddove incontrava il regio tratturo, attraversano una folta macchia verde denominata “Bosco di Ruvo”. La cartellonistica esistente invita ad un rigoroso rispetto per le roverelle e i tanti arbusti che lo popolano anche perché questo bosco è una delle più importanti pagine storiche della transumanza in quanto ha accolto  sin dal 1400 pastori e greggi provenienti dall’Abruzzo.

Nel 1473 fu acquistato con l’erba vernotica da Ferdinando I d’Aragona per uso del Tavoliere, da settembre a maggio,  mentre la Regia Corte  stipulò nel 1510 con i Carafa l’acquisto di questa erba compresa la ghianda per 900 ducati vietando però il pascolo ai ruvesi.

Sfogliando l’Atlante delle locazioni del Tavoliere, realizzato dall’agrimensore Agatangelo Della Croce (1735-1760) e dedicato al giovane Ferdinando figlio di Carlo III, una delle 23 tavole rappresenta il Bosco di Ruvo inserito nel Demanio delle Murge. Confinava con le località Grottelle, Lama d’Api, Matine di sopra, Pescara del Capitolo ed era descritto come “custode di risorse integrative come erbaggi e legnami”, acquistato poi da Alfonso I per sopperire all’insufficienza di pascoli in alcuni territori della Murgia barese.

Il Bosco di Ruvo era, quindi, attraversato dal tratturello Canosa-Ruvo e l’agrimensore Nunzio Michele nel 1806 lo raffigura dominato da Castel del Monte, fiancheggiato dalle Torri di Antonio Ciano e Domenico Negro, con una cappella (san Magno) nella parte inferiore laddove sono anche evidenti due querce, una  intera e l’altra recisa, fatte riportare da casa Carafa, a voler significare che il bosco è proprietà privata e che può essere sottoposto a tagli e a diverse destinazioni di uso. Molto evidente la presenza di numerosi jazzi dati in locazione dalla Dogana di Foggia.

L’agrimensore Stefano de Stefano nella sua “Ragion pastorale” del 1731 scrive che il Bosco di Ruvo “dai locati (pastori) non solamente in nessun modo non si godè ma non si conosce ove egli sia…..tanto che in una relazione del 1681 il reggente Gastone riferiva che i locati non osavano porre piede nel bosco di Ruvo molto pericoloso per la sua folta vegetazione’. Era considerato quindi un intricato labirinto in cui anche i più pratici ed esperti locati non ‘ardiscono penetrarvi per dubbio di non poter più uscire”.

Durante la dinastia borbonica il Bosco fu tolto alla Casa di Andria e affidato ai locati che ripresero il taglio degli alberi la cui legna era venduta a prezzo alto, un taglio che fu considerato un disprezzo per la popolazione di Ruvo, aggravato dalla presenza delle gragnuole, insetti che divoravano le foglie. Bisognò aspettare il 1799 quando i Carafa furono costretti alla riedificazione delle mura (dopo gli eventi della Repubblica Partenopea) e al rimboschimento delle aree sottoposte a tagli abusivi al quale si provvide fino al 1805. Il duca Francesco Carafa fu obbligato per 12 anni a non far entrare nel bosco alcun forestiero né a legnare né a pascere l’erba estiva  con l’adozione di misure repressive contro i trasgressori.

Il bosco di Ruvo cominciò a riacquistare la sua originaria vegetazione e nella suddivisione del Demanio, come previsto dall’art. 58 della legge sul Tavoliere del gennaio 1817, la parte maggiore spettò al duca di Andria con la raccomandazione di ben custodirla. Al comune furono assegnate 33 carra (ogni carra equivaleva a 247 mq circa) per lo più popolate da tronchi recisi che apportarono un esiguo profitto.

Oggi, con quelli confinanti di Fenicia e Selva Reale siti a oltre 500 metri slm cerca di preservare le originali caratteristiche ambientali della nostra Murgia offrendo ospitalità ma temendo nel contempo atti di vandalismo».

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