“I ruvesi nel 1876: brutti, sporchi e cattivi”

Cleto Bucci, attraverso una nota, ci restituisce un acre ritratto di come eravamo – o come ci vedevano – nella seconda metà dell’Ottocento

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Cleto Bucci, cultore di storia locale già ispettore onorario B.A.S. e per l’Archeologia del Territorio di Ruvo di Puglia, attraverso una nota, ci restituisce un acre ritratto di come eravamo – o come ci vedevano – nella seconda metà dell’Ottocento.

I ruvesi nel 1876: brutti, sporchi e cattivi – di Cleto Bucci

Tra il gennaio e il dicembre del 1876, un ruvese, giovanotto di belle speranze, attraverso una rivista a diffusione nazionale,  comunica ai milanesi e all’Italia tutta di quanto brutti, sporchi e cattivi fossero i ruvestini nella seconda metà dell’Ottocento. Li descrive in un modo così truce, avvilente e irriguardoso che costringe il direttore della rivista ad avvertire i lettori che l’autore forse “pennella”  la nostra comunità  con qualche tinta esagerata. Ma non solo: il direttore responsabile, preoccupato di eventuali conseguenze legali, aggiunge che mentre dà di buon grado ospitalità a questa corrispondenza lascia all’autore la responsabilità delle cose da lui asserite.

La “corrispondenza”, suddivisa e presentata in tre parti sulla rivista L’Italia Agricola, periodico nazionale edito nel capoluogo lombardo, appare nei numeri di gennaio, giugno e dicembre del 1876. Tre corrispondenze di un unico argomento che hanno per titolo “Sullo stato economico-morale intellettuale della Puglia-Barese” e nello specifico “Delle condizioni economiche di Ruvo” e “Delle condizioni morali-intellettuali di Ruvo”.

L’autore della corrispondenza, nel presentare i suoi concittadini, inizia il racconto dalla prima infanzia del ruvese e cioè da quando, fortunatamente o sfortunatamente, il pargolo viene a questo mondo.  Il neonato, generalmente accolto premurosamente dai genitori, a volte, molte volte, viene consegnato alla ruota degli esposti. Una realtà che ci hanno più volte raccontato, abbastanza diffusa in quell’epoca e non solo nel nostro Comune. L’autore dello scritto sottolinea:  …una ruota per i trovatelli, dicono, per scongiurare gli infanticidi – ma succede che  gli infanticidi non ne mancano di tanto in tanto e che Ruvo mantiene i proietti dei paesi vicini, i quali, o per nascondere le loro colpe o per alleggerire le loro spese, di notte, snaturatamente vengono a regalarceli.

Per l’autore, quindi, i terlizzesi, i coratini, i molfettesi e altri, di notte, ci portano i neonati figli delle loro scappatelle extraconiugali e li affidano alla ruota di Sant’Angelo. Con grave disappunto sottolinea: nel 1875  abbiamo 232 bambinelli mantenuti dalle rendite comunali. Tutto questo farebbe ipotizzare che il nostro  paese con una popolazione di sedicimila anime è alla testa della prostituzione provinciale, o che, se non lo è, poco gli manca.

Ma precisa: Nel fatto però non è così, … Qui accade che genitori pezzenti, legittimamente legati in matrimonio, procreano figli  che, se femmine, non raramente ripudiano consegnandole alla ruota …!

Ahi!, pure da noi c’era la fissa del figlio maschio.

Parlando dell’infanzia assicura che a Ruvo c’è un buon Asilo Infantile che forse sarebbe l’istituzione migliore se non fosse che  Oggi l’asilo infantile è nelle mani delle così dette suore di carità … puro prodotto del gesuitismo francese, insigni propagatrici di pensieri schiavi della bandiera papale.

Ma il pupo cresce e per il ragazzo ruvese si aprono delle alternative: potrebbe andare a scuola, potrebbe bighellonare, potrebbe essere costretto a lavorare sfruttato quasi fosse un servo della gleba. Cosa fanno allora i nostri ragazzi in quell’epoca?

L’autore ci assicura che le nostre scuole sono spopolatissime, e che quei pochi ragazzi che hanno la possibilità di frequentarle e le frequentano sono spesso avviliti, beffeggiati, scostati quali cani idrofobi, dagli altri loro coetanei.

… i nostri fanciulli fanno a gara a lapidare senza pietà ora i cani, ora i gatti, ora le utili lucertole. …Il fanciullo qui sta sulla via a menar pietre da mane a sera, sporco, in cenci o in lurida camicia, chiedendo ostinatamente l’elemosina nell’inverno … martorizzando i poveri uccelletti nell’estate.

Diversamente per il giovincello di tredici o quattordici anni che non vuol fare il vagabondo: per lui  c’è un’occupazione in qualche bottega o nel duro lavoro dei campi e può guadagnare in media trentacinque o quaranta centesimi per dieci ore giornaliere di lavoro.

La fanciulla invece, educata per il rosario, la calzetta e la cucina, divenuta donna, spesso è il vero prodotto dell’orgoglio e della tirannia dell’uomo del paese…

L’ignoranza dei genitori … coadiuvata dal paganesimo religioso del prete cattolico … stanno creando una generazione apata, schiava, facilmente selvaggia.

Un contadino mediamente guadagna trecento lire l’anno, solo il sei per cento delle donne ruvestine lavora e non sono retribuite come gli uomini, ma ricevono la stessa paga dei ragazzini.

E come possono allora questi poveri cristi  dimenticare i triboli in cui vive per dieci ore al giorno attaccata alla gleba?

L’autore dello scritto trova subito una risposta: Per teatro ha la chiesa, per scena la piazza, le strade nelle quali ora ebbra, ora fanatica, la vedete gettare per terra il cappello, quando passa il prete col sacramento e il ricco da cui dipendono.

Gli analfabeti che formano la maggioranza del paese hanno per meta, ideale e pratica, la sagrestia, il canto gregoriano, l’odore dell’incenso, della cera e il flebile suono dell’organo. Questi cittadini, operai e contadini, fanno a gara per portare sulle proprie spalle le statue dei santi che si menano in processione, e spesso mettono all’asta pubblica questo diritto cambiatosi di botto in penitenza

E prosegue imperterrito contro i preti: Le superstizioni pagane riversatesi nel cattolicesimo, le quali le centuplicò a fine di meglio regnare sulle coscienze e sugli averi, si rivelano più che mai nelle feste religiose, veri baccanali del secolo decimo nono.

Non la fanno franca nemmeno le confraternite e le associazioni religiose: Oggi fra le tante confraternite e società religiose son venuti a ficcarsi anche la società del Sacro cuore di Gesù e quattro  o cinque  monache della carità! Ma intanto finita la prece, si taglia e si ritaglia il prossimo, si bestemmia, si commettono infanticidi che restano impuniti, si ammazzano e negl’intermezzi si prega per poi ricorrere al penitenziere e alla penitenza…

Quali sono le condizioni socio-economiche della città nel 1876?

Siamo diciassette o diciotto mila abitanti, con cinquantadue preti cattolici e sette altri in formazione per i seminari, con quattro confraternite, due delle quali ben ricche, con novantasette per cento di nulla tenenti, con l’uno o forse meno per cento di agiati, con due per cento di borghesi  e con numerosi accattoni.

… Abbiamo vari Istituti di beneficenza … c’è un solo Monte Frumentario che presta ogni anno ai poveri il grano per la semina … il bovino è limitatissimo … il porcino si restringe ai soli capi che uccidono d’inverno … la veterinaria della specie cavallina … è nelle mani nientedimeno che dei maniscalchi … Quale sia la differenza fra l’agronomia, l’agricoltura e l’economia rurale, qui non si conosce.

E se l’economia locale non brilla, quanto si spende per sopravvivere nella nostra Ruvo 15 anni dopo l’Unità d’Italia?

Il pane bianco a trentasei centesimi al chilo e il bruno a trenta; il formaggio a tre lire e mezzo; il litro d’olio a una lira e trenta centesimi; l’ettolitro di fave secche a sedici lire.

Ma il sole tramonta, la giornata volge al termine e parimenti anche la vita dell’uomo finisce. Lo aspetta la fossa. A Ruvo la fossa non è un letto singolo e nemmeno doppio. È una fossa comune che fa rabbrividire il nostro “corrispondente”.

Il modo di seppellire, qui in uso, è davvero orribile. Vi rammentate come si fa il letame in certi paesi? Dove lo si mette nelle fosse per farlo fermentare? Ebbene, così si seppellisce qui. In un recinto che sembra un cortile seminato di croci, si costruiscono pozzi di cento a cento cinquanta metri cubici in muratura, e la dentro vi si gettano i cadaveri sopra cadaveri, fino al momento che si riempiono. Quali odori miasmatici escano da quei pozzi di letame umano, fa ribrezzo solo a pensare![1]

E dopo questa lunga litania di malanni che affliggevano la nostra Ruvo a metà dell’Ottocento (qui riportata in estrema sintesi per non stancare il lettore), avvilito e sconsolato l’autore conclude:  mi sento avvampare il viso scrivendo questa corrispondenza, e, lo giuro, vorrei essere davvero fantasticamente esagerato e quindi bugiarda Cassandra nel prevedere l’avvenire serbato a noi da siffatte condizioni di vita …!

Chi è l’autore di questa bella storia?

Si chiama Vincenzo Testini. Nella corrispondenza poc’anzi riassunta si firma Ingegnere Agricolo. Quando scrive queste note, nel 1876, ha 29 anni.

Rampollo di una delle più antiche e blasonate famiglie ruvestine, nato a Ruvo nel 1847, morì a Macerata nel 1914.

Bandito da tutte le scuole d’Italia per aver inveito contro Casa Savoia in una pubblica manifestazione, fu costretto a laurearsi all’Istituto Agronomico di Gembloux in Belgio.

Fervente mazziniano, a soli 19 anni si arruola con i garibaldini per partecipare alla battaglia di Bezzecca. A 24 anni indossa nuovamente la camicia rossa e corre con Garibaldi a Digione in soccorso dei francesi contro i Prussiani.

Persona apprezzata da Bakunin, amico di Carlo Cafiero, fu cofondatore, con Vincenzo Pezza e Theodor Cuno,  del “Circolo Operaio di emancipazione del proletariato di Milano” che divenne la sezione milanese dell’Internazionale.

Sempre teso a difendere le classi più umili e arrabbiatissimo contro l’indolenza delle popolazioni meridionali, passa il resto della sua vita dedicandosi all’insegnamento e alla promozione e miglioramento dell’agricoltura nelle Marche.

Vincenzo Testini  è stato un uomo che ebbe come stella polare l’emancipazione del proletariato, il miglioramento dell’agricoltura, il progresso dell’umanità.

Se oggi dovessimo erigergli un monumento, un cippo, un cenotafio, una targa o qualcosa che lo potesse ricordare ai posteri,  io scriverei questa epigrafe: VINCENZO TESTINI / TESTA CALDA IN GIOVENTÙ /  SCIENZIATO E FILANTROPO NELLA MATURITÀ.

Per chi vuole approfondire:

Testini V., “Delle condizioni economiche di Ruvo” e “Delle condizioni morali-intellettuali di Ruvo, in L’Italia Agricola, Milano 1876.

Positano de Rossi N., Un antico Garibaldino di Digione ed un maestro della scienza agraria: Vincenzo Testini,. Bari 1915.

Bucci C., Vincenzo Testini – Un foreign  fighter ruvese al seguito di Garibaldi, Terlizzi 2024.

Boccuzzi F., Profili Ruvesi, Ruvo di Puglia 1926.

Testini V. – Sansone A., Note sull’industria olearia col progetto di un piccolo oleificio razionale, L’Italia Agricola, Milano 1894.

Testini V., Il frumento: coltura, mietitura e trebbiatura nella Puglia barese, Milano: L’Italia Agricola, 1885.

Testini V., Parole pronunciate ai suoi alunni ed agli impiegati della r. Scuola agraria in Macerata dinanzi al feretro di Antonio Macellari, Macerata, 1899.

Testini V., Relazione del prof. Testini Vincenzo sulle coltivazioni speciali, in Annali di Agricoltura – 1888, serie 2^ Anno 1882, Roma 1888, pag 112 – 118..

Testini V., Relazione del prof. Testini Vincenzo sulle Aziende concorrenti al premio d’onore, in Annali di Agricoltura – 1888, serie 2^ Anno 1882, Roma 1888, pag. 43 e segg..

Moreschi B.,  La Scuola superiore di agricoltura in Milano – Ricordi dei primi anni di sua esistenza, L’Italia Agricola, Anno 59 Num. 3, 15 marzo 1922.

Bernardi F. A., Ruvo Nobile e Magnifica, Ruvo di P. 2008, voce Testini.

[1] L’Autore si riferisce al vecchio Cimitero che nella seconda metà dell’Ottocento era ubicato nella parte occidentale dell’attuale Pineta Comunale. Il sistema di inumazione descritto dall’autore per il cimitero di Ruvo, diffuso tra l’altro in molti paesi meridionali,  ha un illustre precedente in quel di Napoli. Ci riferiamo al cimitero delle 366 fosse commissionato da Ferdinando IV di Borbone e realizzato dall’architetto Ferdinando Fuga.

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Commenti

  • amenduni francesco (utente non verificato)

    vorrei vedere la faccia del Dr. Vincenzo Testini se potesse vedere la Ruvo di oggi …

  • Michele (utente non verificato)

    Grazie a Cleto Bucci per averci fatto conoscere V. Testini ed il suo racconto (temo realistico) dell’epoca. Ruvo o paesi limitrofi, poco importa: probabilmente la miseria, la fame e l’arretratezza non avevano indirizzo o carta di identità. Prima dell’unità o poco dopo, la situazione era quella. La prima g.m non ha fatto altro che peggiorare le cose, finché…

  • mirella.avella@hotmail.com (utente non verificato)

    Sono figlia di Ruvesi sono stata a Ruvo ultimamente sono persone veramente buone ospitali io li amo tutti e Ruvo è stupenda continuate così un abbraccio a tutti i Ruvesi.

  • Michele Campanale (utente non verificato)

    Alcune parti dello scritto del Testini sono verosimili, altre avrebbero bisogno di adeguato riscontro.

  • Michele (utente non verificato)

    Sempre molto interessante, grazie a Cleto Bucci