“I ruvesi nel 1869: avari, bigotti e ruminanti”

Una rarissima foto dell’Ottocento che ritrae gli studenti della “Sezione di Ginnastica” delle Scuole Tecniche di Ruvo di Puglia. Dalla scala sul fondo della foto si intuisce che la scolaresca è ritratta nel giardino dell’Istituto già parte del Convento degli Scolopi e ancora prima dei Domenicani (Archivio C. B. Bari).

Il cultore di storia locale Cleto Bucci (già ispettore onorario B.A.S. e per l’Archeologia del Territorio di Ruvo di Puglia) condivide con i nostri lettori un nuovo ritratto, quasi impietoso, dei ruvesi

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Dopo quello tagliente e acre dell’illustre concittadino Vincenzo Testini, il cultore di storia locale Cleto Bucci (già ispettore onorario B.A.S. e per l’Archeologia del Territorio di Ruvo di Puglia) condivide con i nostri lettori un nuovo ritratto, quasi impietoso, dei ruvesi.

“I ruvesi nel 1869: avari, bigotti e ruminanti”: così ci vedeva un altro letterato, proveniente dalla Liguria, e trasferitosi a Ruvo di Puglia per lavoro: il professore di italiano Roberto Massone.

I ruvesi nel 1869: avari, bigotti e ruminanti – di Cleto Bucci

Qualche tempo addietro ho presentato la realtà ruvestina vista nel 1876 dal nostro concittadino Vincenzo Testini.

Quest’oggi voglio proporvi il punto di vista di un forestiero, italiano del nord, che scrive di noi nella seconda metà dell’Ottocento.

Ho la fortuna di avere tra le mie carte un libretto, di non facile reperibilità, che ci fa conoscere le opinioni disinteressate, ma a volte sprezzanti, di un professore e giornalista genovese pubblicato nel lontano 1871. Il professore, proprio perché giornalista, lo scritto lo aveva già pubblicato su Il Commercio di Genova nel 1869.

Siamo più o meno negli stessi anni in cui ci “dipinse” il Testini .

Questo nuovo autore si chiama Roberto Massone e, benché genovese, in quegli anni soggiornava a Ruvo in quanto professore d’italiano nel Ginnasio Comunale della nostra città.

Ebbene sì, in quell’epoca così lontana, la nostra Ruvo pur non avendo le “Scuole Elementari superiori” (parole del Massone), si permetteva un “Ginnasio Tecnico Comunale”. Un Ginnasio con una vera particolarità: per  integrare meglio i ruvestini nella nuova realtà italiana realizzata da appena otto anni, i professori del detto Ginnasio, scelti dall’Amministrazione Comunale del tempo,  provenivano dalle diverse parti d’Italia.

Lo scritto, con il semplice titolo di Ruvo di Puglia, si divide in cinque parti e presenta la nostra città e i suoi abitanti a trecentosessanta gradi.

La prima parte dà indicazioni sulla città e sul suo territorio. L’Autore disquisisce sull’urbanistica cittadina e apprezza la bellissima pietra con la quale sono costruiti i suoi palazzi, decanta i magnifici e abbondanti prodotti dell’agricoltura, ma sottolinea che l’olio tanto decantato dai ruvesi è inferiore assai a quello ligure.

Nel secondo capitolo si sofferma sul nostro dialetto, inveisce contro coloro che vorrebbero toscanizzare tutta l’Italia e sottolinea come molti vocaboli vernacolari introdotti nei dizionari italiani arricchirebbero l’aureo patrimonio della lingua comune. Esamina con particolare attenzione la “nostra parlata” e nota che il nostro popolo ha tre gradazioni di dialetto a seconda della classe di appartenenza.

Quante volte a scuola e non solo ci hanno accusato di non saper usare in modo appropriato il  “congiuntivo”? Puntualmente il Massone fa notare che a Ruvo accanita è la guerra che si fa al modo soggiuntivo, il quale viene costantemente escluso dal discorso.

Con il terzo capitolo l’autore esamina il mondo Politico Amministrativo cittadino: il Circondario, il Mandamento, il Comune, la Pretura, l’Esattoria, i Partiti, il Demanio, il Sindaco, il Tesoriere Comunale. E da questo capitolo in poi l’Autore comincia pure a togliersi qualche sassolino dalle scarpe.

Per l’Autore i partiti di Ruvo sono solo due: I Municipali ossia la Destra, gli Antimunicipali, ossia la sinistra. La Destra rappresenta l’aristocrazia, la Sinistra la democrazia. Le lotte tra i due partiti vertono tutte sulla famosa questione del Demanio laddove gli aristocratici giorno per giorno allargano i confini dei loro poderi invadendo buona parte delle terre comunali. Benedetta verità!

La quarta parte del volumetto è dedicata all’Istruzione Pubblica. Esamina qui il modo d’insegnamento adottato nel nostro Ginnasio Tecnico. Sa riconoscere senza tema di smentite la bontà delle scelte ruvestine, come per esempio, quella di dividere l’insegnamento non già per classi, ma per materie e ne spiega il perché. Questo capitolo si chiude con l’elogio al fondatore dell’Istituto l’Avvocato D. Paolo Valenzano che l’autore definisce sagace amministratore, valente giureconsulto, oratore invincibile.

Veniamo infine alla quinta parte dello scritto dal titolo Usi e  Costumi. Viene qui elencata  una serie di costumi e abitudini che mandano in visibilio  l’autore e, anche se a distanza di un secolo e mezzo, in parte sorprende anche noi.

Per le feste patronali sostiene che indicibili sono le spese che le confraternite religiose, dette congreghe, sopportano per luminarie, spari, apparati, musiche, ecc. Quando in un dato paese è bandita una festa, si può dire che i paesi circostanti si versano letteralmente in esso  e vi si abbandonano ad ogni sorta di gozzoviglia.

Con un gustoso “quadretto” l’autore racconta della venerazione che i ruvesi hanno per san Rocco attraverso il prologo di una novena a dir poco esilarante: Se Napoli ha san Gennaro, divenuto ormai di fama europea, Ruvo ha un santo di non minore importanza, benché di fama minore, il quale è san Rocco. San Rocco, fra le altre cose, è incaricato di far cadere la pioggia quando Domineddio, irritato pei peccati dei Ruvesi, si mostra poco disposto a mandarla. Il popolo si affolla per un numero determinato di sere nella chiesa dove si venera il santo. Se appena terminata la funzione non comincia la pioggia, si chiudono le porte della chiesa e si smorzano i lumi. Allora un mugnaio rivolto alla moltitudine (composta per la maggior parte di donne) dà il segnale convenuto gridando: – “Chiagnite  fiémene!”  (piangete o donne!)-.  A tali parole, un generale ma multiforme piagnisteo si fa sentire nella chiesa. Chi supplica, chi piange, chi si lamenta, chi rimprovera, chi scende perfino ad ingiuriare il santo. Peccato ch’io non possa dirvi se tra quella devota gente di sesso diverso, chiusa ed agglomerata in una chiesa priva di luce, sia mai avvenuto qualche inconveniente![1]

L’Autore continua ad essere sorpreso quando passa in rassegna altre pratiche religiose e soprattutto i riti della settimana santa che a quell’epoca avevano come rito culminante la processione dei Misteri[2] .

La religione dei ruvesi consiste esclusivamente nel culto esterno, il quale vien reso colla maggior pompa possibile.  … Curiosa soprattutto è la processione della settimana santa. Un villano, vestito con una grande camicia bianca e incoronato di spine, rappresenta Gesù Cristo. Egli porta sulle spalle una enorme croce fatta apparentemente con due tronchi d’alberi massicci, ma in realtà di legno internamente vuoti. Egli sembra enormemente affaticato sotto l’enorme peso: sbuffa, urta, vacilla ad ogni istante e cade; senonché un villano suo collega, che funge da Cireneo, con amorevole cura lo sostiene.

Dalle processioni al Clero il passo è breve.

Scrive il Massone: è curioso osservare come in un paese, in cui le masse sono divote fino al più stupido bigottismo, il clero sia  così altamente spregiudicato (generalmente parlando) liberale nelle sue aspirazioni. Davanti al cafone che si rammarica per la caduta dei suoi cari Borboni, voi trovate il canonico che vi parla di repubblica e di libero pensiero. Talchè ora credete di essere in pieno medioevo ora all’epoca della rivoluzione francese. E prosegue asserendo che i preti ruvestini sono assai spregiudicati… hanno molti nipoti, vanno a caccia, e prendono parte alle feste carnevalesche. Un mio collega, nel carnevale scorso, intervenne ad una festa da ballo data da un frate nella propria casa.

Per l’autore il Vescovo, pur essendo anche vescovo di Ruvo,  risiede per la maggior parte dell’anno a Bitonto  perché ha contro l’intero Capitolo ruvese e la maggioranza del rimanente clero. E con un pizzico di malizia noi aggiungeremmo senza tema di smentite, “nulla di nuovo sotto il sole”[3].

Che le banche ruvesi scoppino di danaro si è sempre saputo, ma che fossimo anche avari  non lo abbiamo mai sentito dire o forse non lo abbiamo mai ammesso. Per il Massone l’avarizia dei ruvesi è cosa appena credibile. … a Ruvo non ci sono partiti in cui si divide il comune: il dio dei ruvesi è l’oro; cosa che affermata da un genovese lascia un po’ perplessi.

Per sottolineare l’assunto l’autore riporta una serie di episodi dove si intravede  più volte, pur senza citarlo,  la figura di Giovanni Jatta junior. Ora qual maraviglia  proverete voi s’io vi farò conoscere che quest’uomo non è già uno zotico proprietario di mandrie, ma signore dalle squisite maniere, che gode riputazione non immeritata di letteraria cultura, che si occupa d’archeologia e si diverte a scrivere epigrammi greci e latini?

Il sullodato signore è del resto molto elemosiniero. In due determinati giorni della settimana, i poveri del paese accorrono al suo palazzo, sicuri di ricevere ciascuno la cospicua elemosina di lire italiane 0 e centesimi 2.

E sottolinea: Davanti alla sordida avarizia del ricco, si accampa la venale avidità del povero.

Ma lasciamo palazzo Jatta che all’epoca era più o meno in periferia e addentriamoci nel centro storico per capire dove e come i ruvesi devolvevano le loro “sostanze liquide e meno liquide”. Scrive il nostro: Una volta gettarle dalle finestre … era cosa di diritto pubblico per quanto mi venne assicurato. Ora i regolamenti comunali hanno messo un freno a questi versamenti poco odorosi che però di fatto continuano. Non essendovi cessi, sulla sera diversi carri, tirati ognuno da un giumento e caricati di un’ampia botte, girano il paese per raccogliere il tributo che ogni singola famiglia si affretta a versarvi. Il cocchiere che siede sul carro, suona continuamente un campanello, sia per chiamare i contribuenti, sia per allontanare i passeggeri.

E se il Massone mette alla berlina i ruvesi per  questi versamenti poco odorosi, noi scommettiamo che lo stesso metodo di raccolta dell’epoca era prerogativa non solo dei paesi ex borbonici ma sicuramente anche negli stretti “caruggi di Genova” laddove ancora oggi alcuni quartieri del capoluogo ligure mancano di allacci fognari.

Molti lettori, trovandosi per lavoro in campagna, forse nei tempi andati avranno gustato la bontà e la freschezza di una foglia di lattuga pulendola alla meglio e non passandola sotto l’acqua del rubinetto. Ebbene questo modo di procedere scandalizza di molto il ligure e accusa il Ruvese di essere non già parco, ma frugale, talmentechè giunge a mangiare con evidente soddisfazione gli erbaggi crudi senza condimento alcuno, come farebbe un ruminante. Mi ricordo di un proprietario che, avendo invitato al suo casino una signora fiorentina, strappò dall’orto una lattuga e gliela offerse perché la mangiasse. La signora ne masticò qualche foglia soffocando a stento una forte voglia di ridere.

Questo e molto altro viene evidenziato in codesto curioso e per certi versi veritiero pamphlet. In uno spaccato reale della società locale del tempo, presentata con una sottile ironia che sconfina a volte in un lieve sarcasmo, l’autore mette in evidenza tutte le problematiche che angustiavano la nostra collettività di allora. Difetti, alcuni, che, anche se rilevati oltre un secolo fa, ricompaiono pedissequamente ai giorni nostri, ma dopotutto, come diceva Oscar Wilde “non importa che se ne parli bene o male, l’importante è che se ne parli”.

Cleto Bucci

Per chi vuole approfondire:

Massone R.A., Ruvo di Puglia – monografia, Genova 1871.

Bucci C., Un Caso di Damnatio Memoriae, Modugno 2008.

[1] Qui giova ricordare al lettore che la festa patronale di Ruvo, all’epoca, era esclusivamente quella di san Rocco. Solo verso la metà del Novecento  la festa dell’Ottavario del Corpus Domini ha soppiantato quella di san Rocco, facendola passare per patronale. E a data successiva  risale la processione di San Biagio che fino al 1982  rimaneva una festa prettamente liturgica e di devozione verso il santo protettore.

[2] Fino al 1891 la processione dei Misteri fu per Ruvo l’unica vera processione quaresimale se si esclude quella brevissima del Cristo Morto per le “Tre Ore dell’Agonia” e i cortei  notturni per l’adorazione ai Sepolcri  nel Giovedì Santo. La processione della Desolata risale al 1892, la Pietà al 1898, gli Ottosanti al 1920.

[3] Ecclesiaste (1,10).

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Commenti

  • FIlipponio (utente non verificato)

    Spettacolare. Grazie.