I “bilanci” di un lettore

Salvatore Bernocco
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Riceviamo e pubblichiamo la lettera inviata in redazione da un nostro lettore.

Ruvo di Puglia, un paese raggomitolato su se stesso. Riecheggerei lo sferzante giudizio di Leopardi su Recanati, confidato al Giordani, se lo dipingessi come “paese privo d’ogni possibile distrazione, separatissimo da ogni commercio letterario, morto affatto, digiuno d’ogni novità, vero sepolcro di vivi”.

Non versiamo in tale estrema condizione, ma è certo che Ruvo è in attesa di un riscatto, quasi di un ricominciamento. La nostra comunità civile pare essersi defilata dalla politica.

Diserta le sedi dei partiti, non partecipa massicciamente ai dibattiti pubblici ed evita di interrogarsi a fondo sul suo futuro, come affidato al libero gioco degli eventi, su cui nessuno pare possa influire. Le voci e le coscienze critiche sono poche ed assai flebili.

Si levano come voci esclamanti nel deserto. I loro echi si spengono quasi subito, soffocati dall’indifferenza, dalla tattica dello stand by e dalle mille comodità, omissioni e convenienze. 

Un vento di rassegnazione soffia sulle nostre case, sulle nostre istituzioni civili, con le nostre parrocchie che pare abbiano abdicato alla funzione di orientare le coscienze sulle questioni politiche.

Non si tratta di dare indicazioni di voto, ma di promuovere e percorrere un itinerario culturale diretto ad illuminare le coscienze, a fortificarle contro il rischio della deriva relativistica o del pluralismo etico, a motivarle all’impegno sociale e politico e a sostenerle nei momenti di difficoltà. 

La politica è laica, non c’è dubbio, e nell’ordine politico i fedeli laici sono autonomi ed agiscono liberamente. Ma laicità non può equivalere a nessuna verità. Su questo punto occorre essere chiari e non alimentare equivoci di sorta.

Il cristiano impegnato in politica ha il dovere di tutelare e promuovere quel corpus di ideali, valori, opzioni ed azioni che discende direttamente dal Vangelo e dalla dottrina sociale cattolica.

Il cristianesimo integrale, se non ha nulla a che vedere col  fondamentalismo, non ha neppure nulla a che spartire con quelle posizioni culturali, oggi molto aggressive, secondo cui tutto è lecito anche sotto il profilo naturale (il diritto naturale è avversato a vantaggio del diritto all’anarchia), la soggettività (rectius, la coscienza) è svincolata dalla morale tradizionale, la libertà consiste nella ricerca e nell’esercizio di quanto può dare piacere (e non gioia).

Il diritto alla felicità, contemplato dalla costituzione statunitense e che pure ha un suo fascino, nella temperie culturale odierna è percepito come diritto all’espressione assoluta della singolarità piuttosto che come diritto della comunità alla crescita collettiva attraverso le pratiche del servizio e la carità attiva.

Il bene è comune se e in quanto coincide con il benessere soggettivo. La sovrapposizione, o meglio la confusione, tra bene comune e benessere individuale è giunta a livelli tali che sono in pochi a credere che l’amore possa oltrepassare l’ambito privato per riverberarsi su quello pubblico, che attende proprio una iniezione di fiducia, di speranza, di carità.

Questa iniezione vitale può, anzi deve, essere praticata dai cristiani e da quanti, pur non essendolo, attingono significativamente a quel corpus di cui ho detto.

Difesa della vita, tutela della famiglia naturale, orientamento della vita amministrativa verso le emergenze sociali, sono obiettivi che possono unire uomini e donne anche molto distanti fra loro per formazione ed inclinazioni religiose.

Il Partito Popolare di Don Sturzo, del resto, non era confessionale, né mai lo fu la Democrazia cristiana, di cui oggi molti suoi oppositori di ieri tessono gli elogi (lo stesso Vendola rimpiange la D.c. di Aldo Moro, ad esempio).

Ruvo ha bisogno di ripartire da un progetto culturale di ampio respiro. Un progetto che veda saldarsi le istanze e le aspirazioni migliori, intendendo per tali le istanze e le aspirazioni dirette a superare gli egoismi privati e di gruppo in favore di un disegno di città in cui ogni ruvese si senta a casa sua, non emarginato, pienamente partecipe dei suoi destini, in cui il verde pubblico sia curato, l’economia sia correttamente sostenuta, evitando misure di favore o corsie preferenziali per i settori più forti, semmai scommettendo di più sul turismo,

beni culturali, patrimonio artistico e naturalistico (i cosiddetti beni inclusivi), l’apparato amministrativo sia sburocratizzato e modernizzato, ai meno fortunati siano assicurate, attraverso una rete efficiente di solidarietà sociale, opportunità di riscatto, di lavoro, di reinserimento sociale.

Molte famiglie ruvesi soffrono in silenzio, con dignità e decoro. È una emergenza di vaste proporzioni di cui pochi  sembrano accorgersi e che invece dovrebbe essere ai primi punti dell’agenda politica locale.

La rinascita civile e morale di Ruvo, se ci sarà come auspico, dovrà necessariamente prendere le mosse dagli ultimi, poggiando sull’impegno delle forze giovani e sane, entusiaste e concrete.

Vada per i titoli di città dell’olio, del vino, del miele, del Talos Festival, ma l’attenzione non finta e non occasionale a chi soffre ci consentirà di fregiarci del più ambito titolo di città a misura d’uomo.                                                              
             

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