Giuliano Iurilli finalista agli Issnaf awards

La Redazione

​Ruvese classe ’79, si è laureato in Biologia a Pisa e nel 2012 è approdato alla Harvard medical school di Boston. Oggetto dei suoi studi è l’olfatto, “il più sfuggente e misterioso tra i cinque sensi”

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Sono quattromila i ricercatori e docenti affiliati alla fondazione Issnaf (Italian scientists and scholars of North America foundation). L’organizzazione no profit è stata fondata nel 2008 sotto gli auspici dell’Ambasciata Italiana negli Stati Uniti su iniziativa di 36 noti scienziati e accademici, tra cui ben quattro Premi Nobel. La sua missione è promuovere la cooperazione in ambito scientifico, accademico e tecnologico tra ricercatori italiani che operano in Nord America e il mondo della ricerca in Italia. Il 7 e 8 novembre prossimi, Issnaf celebra il suo evento annuale all’Ambasciata italiana di Washington, sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Al centro dell’evento ci saranno le premiazioni dei cinque vincitori degli Issnaf awards. I 16 finalisti sono ricercatori italiani under 40 selezionati tramite un bando, che presenteranno a una giuria i loro progetti di ricerca in cinque campi: leucemie; scienze ambientali, astrofisica e chimica; medicina, bioscienze e scienze cognitive; ingegneria; matematica e fisica.

Fra di loro c’è anche il ruvese Giuliano Iurilli, classe 1979, “medico folgorato sulla via della biologia a metà del percorso di studi”, che ha reso l’olfatto, “il più sfuggente e più misterioso tra i cinque sensi”, l’oggetto dei suoi studi.

Giuliano Iurilli si è laureato all’Università di Pisa e poi ha iniziato a fare ricerca con il professor Lamberto Maffei nei laboratori di Neurobiologia della Scuola Normale, ottenendo il dottorato in Neuroscienze e Robotica all’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova e approdando infine nel 2012 alla prestigiosa Harvard medical school di Boston dove ancora oggi prosegue la sua attività con un contratto post doc.

«Durante la mia ricerca sul sistema visivo, coordinata da Paolo Medini, si è scoperto – racconta Iurilli – che le aree visive del cervello sono in grado di elaborare anche segnali acustici e tattili. Si pongono così le basi per comprendere l’integrazione multisensoriale, ovvero la nostra capacità di avere una percezione olistica del mondo al di fuori di noi stessi, che cioè fonde informazioni provenienti da diversi sensi».

Da questa consapevolezza, maturata nel periodo di lavoro a Genova, è scaturita la decisione di spostare l’attenzione dalla vista all’udito. «Mi è stato proposto un post doc ad Harvard – prosegue –. Grazie a un grant dello Human frontier science program, che consiste in 55mila dollari all’anno per tre anni, ho potuto cominciare la mia ricerca qui a Boston con maggiore autonomia. Sono passato a studiare l’olfatto, un senso più misterioso della vista. Quest’ultima è in qualche modo misurabile, perché per distinguere un colore dall’altro possiamo misurare le lunghezze d’onda con cui la luce si riflette su un dato oggetto, e la nostra retina ha dei recettori che misurano questa lunghezza d’onda.

Se invece pensiamo all’olfatto, ci troviamo di fronte a una molecola chimica che viene percepita dal nostro naso in modi diversi, non oggettivamente misurabili: non esiste un’unica percezione degli odori. Eppure questo senso è importantissimo perché ci guida in molti comportamenti istintivi: se una mattina passiamo di fronte a un bagno pubblico e a una panetteria, è immediato rispondere in quale delle due abbiamo voglia di entrare. Eppure come funzionino questi meccanismi è ancora misterioso. Sto cercando di capire come il cervello dà un significato alle molecole chimiche che sono alla base dell’olfatto».

Giuliano Iurilli ha intenzione di trattenersi a Boston ancora per un anno e mezzo, poi probabilmente proverà ad aprire un laboratorio indipendente grazie a uno starting grant. «È possibile che io torni in Europa almeno per qualche anno – dice –, per lavorare in un laboratorio tutto mio. La differenza tra Italia e Usa nella ricerca è enorme. Eppure in Italia ho lavorato sempre in ottimi laboratori, con un livello di ricerca molto alto rispetto alla media delle risorse disponibili nel sistema universitario del nostro Paese».

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