Giovanni Porro, “ultimo” tra gli sventurati

Martedì si stava recando a Ruvo, presumibilmente sul posto di lavoro. Era un impiegato dell’Arif
Giovanni Porro, andriese classe 1956. Chi ha avuto modo di conoscerlo lo ricorda come una persona schiva, molto umile; viveva da solo, non aveva né moglie, né figli ad aspettarlo a casa. Un fratello e una sorella con i quali non si sentiva assiduamente.
Martedì si stava recando a Ruvo, presumibilmente sul posto di lavoro. Ex impiegato della Comunità Montana, dopo l’abolizione dell’ente era stato riassorbito, come altri colleghi, dall’Arif, l’Agenzia regionale per le attività irrigue forestali. «Ultimamente – ci racconta suo nipote Francesco – era ossessionato da un fantomatico trasferimento professionale a Bari. Aveva me come punto di riferimento, si era allontanato da tutti. Ha vissuto nell’ultimo periodo una fase difficile della sua esistenza, ma cercava di andare avanti nonostante tutto. Schivava l’aiuto degli altri; piuttosto, assisteva le persone in difficoltà. Un modo per reagire alla vita che è stata caratterizzata da innumerevoli delusioni, fino all’ultimo».
Martedì non ha detto a nessuno che stava uscendo di casa e nessuno avrebbe potuto immaginare che fosse su quel treno maledetto che alle 11 si è andato a schiantare.
È stato l’ultimo tra le vittime ad essere riconosciuto nell’istituto di medicina legale del Policlinico di Bari. A effettuare il riconoscimento della salma c’erano Francesco e sua moglie Ketty. Francesco ci racconta che dopo aver appreso della tragedia ha subito chiamato al cellulare suo zio, inviando anche innumerevoli messaggi, ma senza avere risposta. Questo è accaduto fino a martedì sera. Conseguentemente si è recato a casa sua, ma anche lì non c’era traccia della sua presenza e nemmeno i vicini sapevano dare notizie sul suo conto. Ha pensato di andare a dichiarare la sua scomparsa al palasport dov’era in corso il censimento dei dispersi, ma anche lì Giovanni Porro non compariva in nessuna lista né degli infortunati e né dei deceduti. Uno spiraglio di luce, che purtroppo svanisce quando viene esortato dalla Polizia a recarsi a Bari. Ci è voluto poco per capire che, forse, tra le 23 vittime c’era anche suo zio. Poi la corsa all’istituto di Medicina legale e la triste scoperta.
È morto a 60 anni Giovanni, ultimo tra gli sventurati. Problemi di socializzazione accelerati da qualche sfortunata circostanza di troppo. L’infinito, ora, potrà dargli tutto ciò che in vita non è riuscito a prendere. A guardare la sua foto, Giovanni aveva in sé una bellezza che solo i “vinti” sanno trasmettere. Una bellezza che ci invita a riflettere sull’importanza di non rimandare a domani le carezze, una pacca sulla spalla, una parola di conforto verso chi è più debole. Verso gli ultimi.
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