Giardini senza Tempo, opera prima di Luana Lamparelli

Diana Malcangi

Dietro il velo di apparente semplicità di linguaggio della Lamparelli si nasconde un’analisi profonda e minuziosa delle emozioni dei protagonisti.

0 commenta

Tra la poesia e il racconto, tra l’epigramma e il diario, si snoda la prima opera edita di Luana Lamparelli.

Racconto in primis, a dare il senso a una storia che, per la sua natura di profondità emozionale, tenderà subito a uscire dai confini del narrato e sfocerà spesso in Poesia, forse la forma più libera, e dunque la più giusta, per descrivere quel viluppo intricato di fili di cui è intessuto l’animo umano; ma anche Diario, come si addice ad una storia personale, costellato qua e là da epigrammi, o per meglio dire haiku, a inframezzare il racconto silenziosamente, quasi senza farsi notare. Poiché, a volte, basta un pensiero breve per racchiudere una vita intera.

Una parola balza in mente, leggendo i suoi Giardini senza Tempo, ed è Sospensione, invisibile filo conduttore del romanzo.
Sospensione: una delle migliori tonalità che a volte assume il dolore, quando è troppo forte per essere sopportato e ci costringe a ricorrere appunto all’artificio del rimanere sospesi, in “stand-by”. Che poi è la scelta del non fare, o del “fare rimanendo sospesi”, privi di decisionalità in quanto bloccati.

Del tutto simile al volo aereo di un pilota che non riesce a decidere quando atterrare, perché le condizioni non sono favorevoli, e resta appunto sospeso, compiendo giri a vuoto, sorvolando circolarmente l’aeroporto per decine di minuti, in attesa che la situazione ambientale migliori.

Il senso del sospeso è presente in tutte le pagine di Giardini Senza Tempo, tracciabile nei diversi luoghi narrativi: nelle zone tranquille e ombreggiate del racconto, e negli squarci di sole di quegli epigrammi-haiku, vale a dire le bellissime frasi sintetiche sparse qua e là, al termine di un pensiero, che lo riassumono perfettamente e allo stesso tempo ne rimandano elegantemente la spiegazione. La cui caratteristica è di essere brevi, perfetti e luminosi. Frasi scolpite nella roccia, il cui essere sintetiche, con grazia, le rende d’un colpo universali.
Probabilmente la Lamparelli li inserisce per raccontare, nel loro guizzo di destrezza, proprio il Non Detto. Facendoci pregustare il mistero di ciò che accadrà dopo, senza dircelo: “Salì in camera. Vi rimase sei ore di seguito”. E noi, di quelle sei ore, non sappiamo il perché, né cosa sia accaduto.
Epigrammi che spesso assumono la forma di brevissime metonimie: “I loro occhi non si erano ancora incontrati, ma si guardavano”. Sentimenti raccontati attraverso un movimento non eseguito degli occhi, più e meglio di quanto non possa fare il mero svolgersi del racconto.
O la splendente perfezione de: “Il tempo diventava concreto”. Sufficiente, da solo, a raccontare il quotidiano svolgersi di una storia d’amore senza ricorrere a superflue descrizioni di fatti quotidiani.

Dietro il velo di apparente semplicità di linguaggio della Lamparelli si nasconde un’analisi profonda e minuziosa delle emozioni dei protagonisti. La cui minuziosità però non sfocia mai nel descrittivismo, bensì nella limpida e vasta molteplicità dei pensieri, Vissuti nel loro susseguirsi, in un vortice senza sosta.
Vissuti, certo, poiché essi si sviluppano uno dopo l’altro sotto gli occhi del lettore, coinvolgendolo interamente, risucchiandolo nella forma elicoidea dell’anima della protagonista.
Ma il racconto-diario-poesia-epigramma della Lamparelli è una storia a due voci, le anime sono due. Si tratterà dunque di una doppia elica, proprio come il DNA, in cui la seconda viene costruita sulla base della prima, e solo grazie ad essa, e l’una è legata univocamente all’altra.
Due voci diverse, costruite l’una a partire dall’altra, che procedono insieme in un DNA comune, che è il racconto stesso.
Una delle due Eliche, quella della protagonista, che in passato sembra aver smarrito l’orientamento, nei ventosi momenti di passaggio da una stagione all’altra, metafora dei cambiamenti di vita: “Sai che confondo sempre l’autunno con la primavera? […] Significa che in questo periodo dell’anno sono sempre disorientata”. Da una stagione all’altra, da una fase della vita alla successiva: passaggio repentino che sempre disorienta.
Disorientamento, Dolore sospeso (ancora una volta, la sospensione), lasciato lì, a galleggiare serenamente nell’etere, in quella felice levità, densa di significato, che ricorda un po’ Baricco.

Dolore da cui la protagonista, temendo di annientarvisi, ne esce con coraggio attraverso l’atto liberatorio di “ potare rami. Per non far morire qualcosa”.
Ma nel frattempo il più caro amico, seconda voce ed elica dello stesso DNA, sceglie di non toccare quel “corpo sospeso di dolore”, di rispettarlo, in attesa che si allontani: “I gabbiani si sollevavano lievi e poi tumultuosi, come il suo pianto (…) Non ebbi il coraggio di raggiungerla (…) Non potevo entrare in quel suo dolore”.
Dolore per l’Assenza, per entrambe le Eliche, descritta sempre come una Presenza, nella zona-racconto, ma che poi, in poesia, si trasforma nell’assenza completa, quella di parole.
E allora, quando tutto sembra essere caduto, il racconto di un amore rotto evolve in modo sommesso nel racconto di un amore diverso, molto più grande, ma allo stesso tempo più delicato, sussurrato, che si spiega a poco a poco, insinuandosi nella vita per ricordarci la sua straordinaria caratteristica di bellezza: l’Amicizia, una delle grandi declinazioni dell’ amore, la cui sostanza assomiglia, molto di più, all’amore per se stessi e a un sentimento intimo di gioia piena, e molto meno alla tristezza disperata di una passione maledetta e non corrisposta, dove, al contrario, è il vuoto a far da padrone.

Il potare rami secchi, quelli privi di anima, è allora l’unica soluzione al marcire di un dolore trattenuto per troppo tempo.
Allora la sospensione iniziale finalmente ritrova il suo nome più pieno: attesa. Semplicemente, il nodo si slega, e il Senza-Tempo dei giardini di un’anima innamorata e ferita evolve in un Tempo concreto, un Tempo d’Attesa, in cui la sospensione ora consiste nell’aspettare solo con pazienza che il dolore passi.
E per fortuna arriva sempre, la Bellezza della vita, a prendersi cura di noi, nelle sembianze di un “sorriso pacifico”, aperto e buono, che ci consola, e nella spiegazione di un’anima intelligente, che ci risolleva “la testa bassa, e il sorriso finto, fisso a mezz’aria”.
Bellezza della vita che ci circonda in altri giardini, anch’essi senza tempo, dove a regnare però non è l’abbandono, ma il ricordo di momenti intensi e vissuti pieni, condivisi, con chiunque abbiamo davvero nel cuore.

Il lungo istante di dolore/attesa/sospensione si conclude, e a una Alice che si chiede: “Quanto dura per sempre?”, il Bianconiglio risponde: “Alle volte, un secondo solo”.
Non solo a racchiudere, di nuovo, un’intera storia in un secondo, ma anche a sancirne la fine.

Quando l’istante di dolore, passione, devastazione, è finalmente accettato, compreso e superato, allora, solo allora “Qualcosa di bello, a noi tutti, giungerà”.
Probabilmente, sarà il prossimo romanzo della Lamparelli.

avatar

Commenti

  • Luana Lamparelli (utente non verificato)

    In copertina, “Il sogno in cambio del sogno”, foto di Francesco Pinto, che ha curato l’intero progetto grafico.

  • passato presente futuro (utente non verificato)

    Dove possiamo trovarlo?

  • Luana Lamparelli (utente non verificato)

    Potete trovare il libro e l’eBook su http://www.lulu.com/spotlight/luanalamparelli, ma tra qualche giorno sarà disponibile in varie librerie. A Ruvo presso “L’Agorà”, molto probabilmente già da venerdì.

  • nonhocapito troppoermetico (utente non verificato)

    Una recensione troppo lunga ed ermetica. Non si capisce granchè ma mi auguro che la Lamparelli sia la nuova Baricca di Ruvo. Ma alla prossima presentazione vogliamo le frittelle.