Furore di John Steinbeck

Una famiglia deve emigrare per sopravvivere, lottando furiosamente contro gli eventi e contro la disperazione
La polvere, cruda, compatta, feroce, insistente, si innalza con una folata di vento e fin dalla prima pagina del romanzo sembra non posarsi più se non prima dell’ultima parola del romanzo. Come la polvere che si insinua ovunque anche la sensazione viscerale di una lotta impari, di una battaglia eroica, di una continua tensione si infila sotto la nostra pelle, legandoci ad uno sconcerto senza fine, ad una pietà sovrumana, ad un senso di umana partecipazione.
La sopravvivenza è la spinta primitiva e vorace che rende, in quest’opera, ogni altra prospettiva vacua e superflua; la vita è la sostanza in sé per cui si deve vivere. Nel romanzo ci sono strade sempre polverose, l’aria è scossa incessantemente da un vento furioso che non concede tregua, il cielo è un turbine di nuvole che non lesina all’anima gli stessi sconquassi che fanno tremare la terra. L’autore ci racconta della famiglia Joad che è costretta ad emigrare, dopo aver abbandonato la fattoria nell’Oklaoma.
La meta finale è la California, miraggio di vita migliore, di sole, di luce, di cieli limpidi e di aria pura. La famiglia Joad non è l’unica ad essere affondata nel tragico destino dell’emigrazione forzata; migliaia di altre famiglie, nelle stesse condizioni, hanno dovuto lasciare ogni cosa indietro, case, affetti, memorie, per tentare disperatamente di afferrare il sogno, il mito, per non morire. Gli sguardi degli uomini, delle donne e dei bambini, mentre i carri, mesti e appesantiti, si avviano verso ovest, si fermano a contemplare con penosa rabbia le terre che per anni li hanno accolti, nutriti, accarezzati.
Le ‘trattrici’, inviate dalle banche che non hanno potuto riprendere il denaro prestato ai contadini, abbattono impietosamente quelle case, quei recinti, quelle stalle che per intere generazioni sono state tramandate di padre in figlio. Il protagonista della storia è Tom che, rilasciato sulla parola, ottiene un permesso speciale dal carcere dove ha già scontato quattro dei sette anni; tornando a casa, si immerge in un paesaggio desolato, brullo, dove ogni cosa sembra l’ombra di ciò che era.
Tutto appare più orribile perfino della solitudine carceraria in cui ha vissuto negli ultimi anni; non ci sono speranze che possano essere più nutrite, non ci sono orizzonti di luce che possano squarciare il buio denso che circonda l’esistenza. Perciò, dopo aver letto un volantino, Tom decide di partire con tutta la famiglia, un gruppo numeroso di uomini giovani e vecchi, di donne e di bambini. La Route 66, la strada che porta verso la California, è un scia bianca e rumorosa che accoglie i passi stanchi degli emigranti, il vocio delle loro anime accartocciate, lo stridore delle ruote dei carri, i sogni agitati e turbolenti che si scatenano nelle loro teste durante le notti che, sovrastandoli con atroce indifferenza, li inghiottono come il buio fa con la luce del giorno.
Il viaggio è lungo ed estenuante, le illusioni devono fare i conti con gli inganni, con le paure, con le lusinghe della felicità; accadono eventi tristi, la morte viaggia insieme alle carovane. Poi, finalmente la California: appare, svelata come una visione che si incarna in una terra diversa, più ricca, più profumata, più dolce, pronta per essere coltivata e dare i suoi frutti. Presto però la realtà si mostra ancora più dura di quella lasciata alle spalle, non c’è sogno che superi la soglia dell’allucinazione, non c’è speranza di felicità che duri più di un battito di ciglia. Ancora una volta la miseria, la collera, l’umiliazione attendono quelli che credevano di averle fuggite.
Per una tragica fatalità Tom uccide un poliziotto durante uno sciopero ed è costretto a darsi alla macchia; un’inondazione travolge ogni cosa proprio quando gli altri avevano trovato un lavoro; la giovane sposa che si era accodata alla famiglia Joad è abbandonata dal marito e partorisce un bambino morto. In questo scenario crudele l’unica figura che si erge maestosa nella sua strenua ed indomita lotta è la madre di Tom, donna tenace e ostinatamente attaccata alla vita.
Questa donna spicca come la mano di un naufrago, immerso fino al collo tra le onde, che ancora si agita all’indirizzo di chiunque, sull’orizzonte, possa apparire e trarlo in salvo. Nella polvere, nelle lacrime, nella disperazione che si infilano tra le pagine, come un sottilissimo filo grigio tra i tessuti, resiste comunque un alito di vita, una chimera flebile, un leggerissimo alito di utopica speranza.
E non importa quanto ingrato sia lo sforzo di continuare a resistere, non importa quanto sia alto il prezzo che l’anima deve pagare per trovare il coraggio di sperare ancora una volta che il nuovo giorno sia migliore, sia diverso: il senso della vita è la vita stessa, non esiste un significato esterno da affibbiare ai giorni e alle notti che si susseguono con incredibile sofferenza. Se non c’è più la propria terra, se il proprio mondo è stato rovesciato, distrutto, polverizzato, esiste la possibilità di crearne un altro, uno diverso, uno nuovo, in un altrove che non si identifica con un luogo preciso e definito, ma con uno stato della coscienza in cui spicca e si eleva la consapevolezza che, se si inspira polvere, si espira un furore più intenso, più vitale, più disperatamente audace.
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