Ferragosto a “Prova d’orchestra” con MinAfrìc e Faraualla. Video e foto

Livio Minafra: «È impossibile per un vero jazzista fare le prove. Sta suonando! Anzi, la presenza del pubblico, anche se ridotta, ci dà una spinta, una motivazione in più»
Ventiquattr’ore prima del concerto dell’orchestra jazz di Pino Minafra, nell’ambito del celebre festival “Bande a sud” nella terra leccese di Trepuzzi, MinAfrìc e Faraualla aprono le porte ruvesi della Pinacoteca comunale di Arte contemporanea per prove musicali insolite, vive, nude e crude. Un portento musicale facile da toccare e vedere, assaporare nel caldo e silenzioso pomeriggio ferragostano.
Un tam-tam musicale tutto da guardare, suoni che incarnano il dialogo, divenendo comunicazione emotiva attraverso le parole, la mimica e le pause di ascolto. Tutto si trasforma in spartiti dialettici e musicalmente prorompenti. Ritmi e melodie impastati dai comandi magistrali di Pino Minafra, fulcro oscillante nel gioco dei ruoli di maestro e discente, palesando quel feeling perfetto, oramai radicato, con la sua orchestra storica. Tutti ben visibili i volti dei musicisti del calibro di Carlo Actis Dato, Nicola Pisani, Beppe Caruso, Vincenzo Mazzone, solo per citarne alcuni, e degli affascinanti timbri delle Faraualla. Tutti in cerchio ed equidistanti l’uno dall’altro, in una simbiosi di sguardi concentrati a eseguire spaccati orchestrali di quel jazz contaminato che Pino Minafra ci ha insegnato a conoscere e riconoscere.
Una vera “Prova d’orchestra” felliniana in casa nostra, al limite di un cortometraggio animato dall’improvvisazione verbale tecnica e amichevole, dalla scala metrica musicale, in cui si manifestano «il serio e il grottesco, il buffo e la musica senza tempo, quel contrasto che c’era nel film di Fellini, sia nel viaggio attraverso i volti, che nella fisiologia degli strumentisti e negli stessi strumenti», come sottolinea lo stesso Livio Minafra.
Una pregustazione di “Bande a sud”, il contenitore musicale salentino che ingloba e fa volare «la musica che respira di mondo mediterraneo e jazz, la vita al sud che ha radici profonde e proiettate in avanti» tutta concentrata in questa anteprima ruvese targata MinAfrìc, in una sequenza miscelata tra fiati, percussioni e tastiera.
Si percepisce il gusto delicatamente voyeuristico del pubblico incuriosito, segnato dalla didascalia emotiva dei volti, rapiti dalla lezione improvvisata di Pino Minafra e della sua band. La platea informale che man mano si unisce all’ascolto è magicamente libera dallo stereotipo della valutazione con plauso annesso, ma concentrata sull’improvvisazione certa degli orchestranti.
Livio, questa performance di stasera, la si può considerare prova o concerto?
«Non si riesce mai a fare delle prove che non siano concerto, come fai a trattenerti? È impossibile per un vero jazzista fare le prove. Sta suonando! Anzi, la presenza del pubblico, anche se ridotta, ci dà una spinta, una motivazione in più. Perché il jazzista odia fare le prove. Così ha una dimensione molto più “performance” e le prove “cantano”».
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