Donne visibili e invisibili: l’immigrazione in Italia, dal punto di vista femminile

Grazia Ippedico

“Aidha – colei che parte, ma ritorna”: donne immigrate in Italia raccontano la loro esperienza.

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Incontro del 4 marzo con Antonella de Benedittis, Isoke Aikpitanyi e Laura Maragnani.

Dopo il 30 gennaio, quando quasi cento donne si sono incontrate per parlare di sé, tutte insieme, gli incontri organizzati dall’assessorato alle pari opportunità sono diventati sempre più importanti e coinvolgenti.
In seguito alla interessante mattinata al Liceo Scientifico Tedone dove è stato presentato, alle 5° classi, il libro “Le ragazze di Benin City’’,  l’incontro presso il convento dei domenicani, assume un aspetto che va al di là della tratta e si focalizza sulle donne immigrate, che hanno problemi sicuramente maggiori nel trovare lavoro, rispetto a qualsiasi donna italiana.

Curiose sono a questo punto le testimonianze riprese nel documentario “Aidha – colei che parte, ma ritorna”, girato dall’Oasi2 di Trani, dove alcune donne immigrate in Italia raccontano la loro esperienza.
La schiavitù delle etichette è sconcertante.
Molte persone racconta Ana, ballerina brasiliana sposata con un uomo italiano e insegnante di danza a Torre a Mare, mi incontravano alla fermata dell’autobus e mi chiedevano “quanto?”
E una signora conoscente di una mia amica Italiana pensava che io fossi una colf. Quando la mia amica imbarazzata, le ha spiegato che ero una sua amica la signora in questione mi ha comunque offerto un lavoro da colf presso di lei. Ma io ho già un lavoro. Non avevo chiesto altro lavoro.

Bintu una donna Senegalese lavora come venditrice ambulante e nonostante la nostalgia non può permettersi melanconia. Essere melanconici vuol dire essere deboli e donne come lei non posso permettersi la debolezza.

La medesima stessa nostalgia attanaglia Fatima e la stessa Ana. Fatima è un’albanese che ha un ristorante di kebab ed ha scelto l’Italia per dare un avvenire ai suoi figli.
Sono storie visibili, queste. Di donne che vivono tra di noi e che non si sentono appartenenti ad alcuna terra. Né di questa ostile Italia, né della loro per altri versi ostile, patria.
Il disagio maggiore è quello di non avere la massima capacità di esprimersi. Mancano le parole. Non le conoscono.

Ora la necessità di dover parlare di inclusione sociale ci porta a ragionare sull’esclusione. Esclusione che innanzi tutto viene dallo stereotipo che si ha delle immigrate e che è difficile da sradicare, nella nostra cultura. L’immigrazione è un fenomeno d’emergenza, ma è un’emergenza che vige da decenni, ormai..
L’immigrazione non è una questione privata, che si può risolvere con il buon cuore di pochi o con la pietà.

Antonella De Benedittis, coordinatrice area migrazioni Cooperativa Oasi 2 – S. Francesco, lavora con le donne dal 1996 e accusa il pregiudizio e la stigmatizzazione dei preconcetti che attanagliano la nostra società.
Accanto alle donne immigrate visibili a noi, ci sono poi le donne invisibili, vittime di tratta, che al massimo suscitano pietà. Nessuno considera che non solo sono persone con bisogni ( indotti spesso dagli stessi italiani), ma sono persone con dei sogni, per lo più infranti.

E quindi non si può fare a meno della testimonianza di Laura Maragnani che ha dato le parole ad Isoke Aikpitany, per esprimere i suoi sentimenti di rabbia, di dolore, di paura. Di sofferenza e di insofferenza. Ma soprattutto per chiedere giustizia.
IL racconto e la scoperta di come possa ridursi ad animale un uomo (e in questo caso l’uomo italiano), che è marito, padre, fidanzato, fratello è shoccante. Allo shock segue l’indignazione.
Indignazione per l’indifferenza, per i marchi che non vengono rimossi, per l’inutilità di ogni azione fatta per sensibilizzare le autorità a livello locale e nazionale.
Isoke, donna coraggiosa, dal grande carisma e piena di forza, modello per più di trecento donne che l’hanno seguita non è riuscita ad avere i documenti, ad avere dei diritti.
La lotta è uscire dall’invisibilità. Gridare al mondo Io esisto. Vittime di stupri e violenze, le persone vittime di tratta sono spesso clandestine e per questo non possono rivolgersi alle autorità.
Mentre in Italia si combatte per la legge 194, le donne vittime di tratta sono costrette ancora ad abortire clandestinamente, in casa. L’Italia ha due diritti e due velocità.
E le donne vittime di tratta vengono son trattate come persone di serie B.
L’Italia stato “civilizzato” dovrebbe avere alla base, principi fondamentali di fratellanza e uguaglianza tra gli uomini. A prescindere dal genere, dal colore della pelle, dalla nazionalità o dal lavoro svolto.

Discorsi antichi ma tristemente attuali che portano ad una sconcertante domanda: Fino a che punto allora viviamo in una società civile ed emancipata?

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