Don Vincenzo Sparapano, «fratello e padre di tutti»

Elena Albanese

​Nel giorno della sua ordinazione sacerdotale, il giovane ruvese ripercorre le tappe del cammino vocazionale. «Quelli in Seminario sono stati gli anni più belli della mia vita. Ho condiviso tutto»​​

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Vincenzo Sparapano sarà ordinato sacerdote questo pomeriggio in Cattedrale. Gli ho chiesto di raccontarmi le tappe che l’hanno portato su questo cammino e lui – gentilmente – ha accettato. Per tutta la durata dell’intervista sfoggia un sorriso radioso, che lascia immaginare sia una costante sul suo volto. E dimostra forse anche meno dei suoi pur pochi 26 anni.

«Non ho fatto una scelta – esordisce -, piuttosto mi sono sentito scelto». Sono stati per primi i catechisti della sua parrocchia, il Redentore, a vedere in lui qualcosa, e a suggerirgli il percorso che, dopo le prime comprensibili titubanze, lui ha abbracciato con gioia. «Ricordo ancora quando, un giorno d’estate dopo aver terminato la quinta elementare, gli educatori del Seminario minore sono venuti a casa mia» per chiedergli di frequentare lì la scuola media. Una decisione che lì per lì non si è sentito di prendere, preferendo invece solo incontri settimanali per i successivi tre anni.

«Poi ho deciso». A Molfetta ha dunque trascorso gli anni delle superiori, passando successivamente al Seminario maggiore regionale per gli studi di Teologia. Quelli all’interno della comunità, composta da circa 200 persone, «sono stati gli anni più belli della mia vita – dice -. Ho condiviso tutto con loro e ho sperimentato la bellezza di creare ponti». Un’esperienza che «mi ha cambiato la vita» perché è riuscita a tirare fuori la sua vera personalità. «Prima ero timido, ora sono il Vincenzo coraggioso che ha fatto delle scelte, che ha sempre detto la sua quando le cose non andavano.

In quella comunità mi sono sentito amato per quello che sono», che poi è quello che ognuno di noi cerca dalla vita: l’amore.

I suoi punti di riferimento sono meravigliosi e altrettanto ingombranti: don Tonino Bello e don Pino Puglisi, due sacerdoti al servizio degli altri, «perché voglio essere un segno di contraddizione. La nostra sfida è quella di “rompere le scatole” per il cambiamento».

Certo, si rinuncia a comodità – specie quelle casalinghe – e certezze, andando verso il mondo esterno «incognito ma bello». Mischiandosi con esso, non rimanendo lontani o in disparte quasi si fosse intoccabili. «Io condivido le speranze di ogni giovane che incontro. Anzi, avendo trovato la mia, posso aiutare gli altri a cercare la loro strada, quella che li porti alla gioia autentica».

Ci tiene a sfatare il mito degli uomini di chiesa chiusi nella loro turris eburnea. «Non esiste la categoria dei “seminaristi”. Siamo giovani che vivono la propria età esattamente come gli altri. Non siamo diversi né superiori. Siamo ragazzi in cammino lungo il percorso vocazionale, così come lo si può essere su quello della medicina, o dello sport…

La nostra peculiarità, che non dovrei mai dimenticare – ricorda a se stesso – è servire le persone. Il prete non è intoccabile – ribadisce -, ma si deve sporcare le mani più degli altri per guidare la sua comunità».

Quando gli chiedo se è emozionato per la giornata di oggi, mi risponde che sta soprattutto «continuando a sperimentare l’amore sovrabbondante delle persone che mi circondano». Questo lo convince ancor di più di dover essere «fratello e padre di tutti, perché la mia famiglia è ogni persona che incontro. E questo lo carica di responsabilità: «non posso permettermi di sbagliare», dice. Ma anche di grande gioia e della volontà di cambiare, nel suo piccolo, il mondo. Come? «Essendo contagiosi di comunione».

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