Dolce e amena Ruvo che d’estate in letargo vai…

Salvatore Bernocco
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Qualche nota a piè di pagina di quest’estate ruvese marginale rispetto a quanto sta accadendo nei paesi limitrofi. Questi vanno alla grande, noi da tempo abbiamo innestato la seconda, che dico, la retromarcia.

Ruvo caput mundi del nord-barese, all’avanguardia per molti aspetti e procedimenti amministrativi, leader dei comuni medio-piccoli, atavicamente in stato di soggezione rispetto ai comuni di grandi dimensioni.

Non sto qui ad elencare gli aspetti di eccellenza di un tempo cancellati d’un colpo da cinque, sei anni di straordinaria follia politica, dall’agitarsi convulso di partiti, frazioni di partiti, fazioni, famiglie e singole individualità.

E poi basta andare un po’ in giro per il paese e scambiare due chiacchiere con qualche ruvese, per rendersi conto che serpeggia la nostalgia del tempo che fu e che c’è amarezza e purtroppo disillusione, che è il peggior nemico della speranza e della voglia d’agire.

Questo è senz’altro vero. Ruvo ha conosciuto tempi decisamente migliori, forse perché erano di una classe migliore gli uomini e le donne, chi lo sa. Di dura tempra, amanti del proprio paese, volitivi, tenaci, con uno spessore morale, culturale e spirituale che è svanito come quegli effluvi di buono che serpeggiavano per le viuzze del paese, oggi quasi delegati alle varie sagre eno-gastronomiche, sorta di enclavi degli aromi e dei sapori che furono.

E poi quando ci si stringeva la mano e si siglava un patto, non c’era il pericolo che il giorno dopo qualcuno si alzasse con la luna di traverso e ti sferrasse una coltellata alle spalle. Altri tempi, decisamente. Oggi trasformismo, calcolo ed irrequietezza sono all’ordine del giorno.

Ma intendiamoci bene. La memoria gioca tiri mancini e, per un provvidenziale artificio, tendiamo a dimenticare del tutto il nostro passato oppure ne esaltiamo gli aspetti mediocri o soltanto ordinari.

Forse perché, timorosi del futuro, arricchiamo di sensi il nostro passato, compiendo una straordinaria operazione di cosmesi spirituale. Non solo. Vincolati al nostro passato come al nostro patrimonio, esso diviene il solo nostro metro di misura o termine di paragone per una valutazione dell’oggi e del domani.

Quanto i ruvesi siano attaccati ai propri patrimoni è cosa risaputa, e questo storico trend conservatore e conservativo, apprezzabile per un verso, per altro verso non fa che accrescere il desiderio di tranquillità, di quiete, di cose stabili ed ancorate saldamente al porto delle cose inamovibili, paleolitiche, come quei volti squadrati ed adusti consegnatici dalla mano versatile del nostro egregio concittadino Domenico Cantatore.

Possiamo quindi allo stato dell’arte definire Ruvo come un ameno paese collinare che riposa in pace, in attesa di ricevere qualche salutare scossone. No, non mi si fraintenda.

La mia non è l’esaltazione del casino, del rumore, delle sgassate o smarmittate delle moto truccate, pallidi e maldestri esorcismi per svegliare l’amata che dorme nelle desertiche controre delle nostre estati, punteggiate di frinii e fichi neri.

Non è neppure l’elogio delle kermesse canore che, se non mi convincono del tutto, sono comunque meglio di niente. Né è una chiamata alla rivoluzione culturale, tanto tutte le rivoluzioni annunciate si convertono prima o dopo nelle più banali ed impudiche delle stagnazioni (non a caso in inglese banale si scrive trivial).

È la semplice richiesta di una scossa. Sto facendo riferimento alla Giovanna di Amadeus che sculetta su richiesta? Ma certo che no. La scossa a cui penso è un semplice programma di manifestazioni estive, di un ventaglio di manifestazioni canore, teatrali, musicali, culturali tali da intercettare i molteplici gusti dei ruvesi, di quelli che restano in paese e che dovranno accontentarsi della solita passeggiata sullo stradone e della granita di limone.

Qualcuno sostiene che Ruvo sia deserta d’estate e che non valga la pena di organizzare niente. Non mi risulta, e comunque non è una tesi condivisibile. I ruvesi devono poter assistere ad uno spettacolo teatrale o canoro di qualità, mentre oggi sono obbligati alla transumanza estiva verso Trani, Bisceglie, Molfetta, Corato.

Il Talos Festival? Sì, mi sta bene, anche se francamente quel genere di musica non gode della mia simpatia. Ho visto poco del Talos Festival e tutte le volte, per un malaugurato caso, mi sono imbattuto in personaggi strani o paradossali, da quello che mangiava caschi di banane con cachet da favola a quell’altro che sembrava provenire da un altro sistema solare.

Il trionfo dell’improvvisazione? Può essere. Ma io piuttosto penso al trionfo dell’anticonformismo forzato o radical-chic. Sotto il vestito, niente, per dirla in altre parole.

Così, il Talos Festival non può esaurire il ventaglio delle manifestazioni ruvesi. Non è tutto. È poco, anzi, perché la cultura è uno spettro amplissimo. Per cui, cari amministratori, d’accordo, propinateci pure il Talos Festival, a cui partecipano molti foresti e pochi residenti, ma fate qualcosa perché le nostre orecchie possano udire d’estate qualcos’altro, anche musica napoletana, perché no, e un po’ di teatro leggero. 
        
Mi si accuserà di essere più tradizionalista e passatista di tanti altri? Ebbene sì, lo sono, lo ammetto, ma almeno, ve lo assicuro, non soffro di emicrania.  

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