Chiude “Ecopolis”, Mimmo e Maria Letizia: «Colpa dei disservizi»

Dura e sofferta decisione presa per non aver più potuto garantire un’ottimale gestione dell’attività di raccolta del differenziato. Per molti ruvesi punto di riferimento green e di socializzazione
Il 31 dicembre prossimo, Ecopolis abbasserà per sempre le saracinesche.
Lo hanno deciso gli avviliti Domenico Cantatore e sua moglie, Maria Letizia Sparapano, le due anime del piccolo centro di raccolta in via Leonardo da Vinci dove i ruvesi conferivano materiali da riciclare in cambio di un compenso. Un’attività che incarnava lo spirito dell’ “economia circolare”, fondata sulla rigenerazione di tutto ciò che è “scartato”. Perché il rifiuto non esiste e tutto può trasformarsi in preziosa risorsa.
Incontro Mimmo all’ecopunto, il loro centro economico e del cuore, le cui insegne illuminano la via. Sugli scaffali taniche di detersivi “alla spina”, in ossequio alla buona pratica della riduzione degli imballaggi; e poi ci sono cornici, libretti d’opera, videocassette di commedie vernacolari, ferri da stiro e altri oggetti, anche bric-à-brac che strappano un sorriso e suscitano ricordi.
Domenico, o “Mimmo di Ecopolis”, è triste. Mi racconta che la loro decisione è maturata a seguito dell’indifferenza da parte di coloro che sono preposti a gestire la raccolta dei materiali riciclabili.
«Io e Letizia non ce la sentiamo più di affrontare un altro anno fiscalmente gravoso, con nulle prospettive di guadagno a fronte di spese fisse», racconta.
Ma come funzionava Ecopolis? La procedura era questa: il cliente portava il differenziato che veniva suddiviso per materiale e pesato. Il peso, poi, era annotato su una scheda personale. Dopo un certo periodo di tempo, al cliente era consegnato un compenso, rapportato alla quantità e tipologia di materiali da riciclo conferiti. Gli stessi erano, poi, raccolti, quasi quotidianamente, dagli operatori dell’Asipu che li smistavano nel centro raccolta. A Ecopolis veniva corrisposta una somma,così come stabilito nel contratto con l’azienda di servizi.
Ma qualcosa si è interrotto.
«Per evitare che si formassero cumuli di materiale, visto che nessuno lo raccoglieva, ho dovuto anche mandare via i clienti, privandomi, alla fine, dei guadagni e, quindi, di una fonte di reddito» prosegue Mimmo.
Mimmo e Letizia tengono a precisare che le uniche responsabilità sono da attribuirsi ai referenti di zona preposti alla gestione del personale dell’azienda incaricata alla raccolta del materiale di Ecopolis, un progetto nato quattro anni fa, con il plauso dell’allora sindaco Vito Ottombrini e vicesindaca Caterina Montaruli.
«Per un’attività come la nostra – continua Cantatore – è fondamentale il ritiro quotidiano del differenziato. Quando abbiamo notato che questo non avveniva, ci siamo messi in contatto con chi gestisce il servizio, ma ci veniva risposto che non c’era personale sufficiente oppure mancava il mezzo di trasporto. Ora non sappiamo se questo sia vero o meno. Era nostro desiderio incontrare i referenti di zona e i dirigenti, proprio per confrontarci e individuare le soluzioni più soddisfacenti per tutti. Ma non è stato possibile».
Entra una cliente con una scheda, chiede il motivo della chiusura; la risposta affranta; un sorriso mesto di consolazione e l’augurio di ritornare in carreggiata.
«Come vedi, la gente è affezionata a noi. E quasi tutti stanno vivendo la chiusura come un lutto. Anche i piccoli – nel frattempo sopraggiunge una ragazzina che si rabbuia quando Mimmo è costretto a non accettare la plastica raccolta in due capaci buste- venivano qui a conferire. Alla fine ricevevano un compenso, sia pure irrisorio, che consentiva loro di riempire il salvadanaio o di acquistare, da sé, un sacchetto di patatine. Con i bambini abbiamo sempre avuto un rapporto privilegiato: andavamo nelle scuole e spiegavamo loro l’importanza del riutilizzare gli oggetti, la possibilità di ridare loro vita».
Intorno a Ecopolis si era creato un tessuto di buone pratiche e di relazioni. «Un signore anziano ci ha confidato che conferire qui si era trasformato in un’occasione di svago. Non solo si concedeva una passeggiata, ma poteva scambiare quattro chiacchiere con noi. Un piccolo mondo a cui devo dire “addio”!».
Domenico, poi, confida che sin da piccolo ha sempre riutilizzato tutto quello che poteva, apparentemente, non servire più per restituirgli nuova vita. Lo scorso anno, fu tra i vincitori del bando “Apriti, Ruvo!”. In un locale su Piazzetta Fiume, presentò impianti di acquaponica, dimostrando che anche con mobili d’antan si possono realizzare impianti con cui coltivare piante e ortaggi: un vecchio televisore era stato trasformato in acquario che, tramite sistemi di filtraggio, alimentava le piante.
«Mi piace far rivivere gli oggetti tanto che una volta, senza esagerare, ho reso felici due persone. Una non sapeva cosa fare dei mobili appartenuti ai suoi genitori che non c’erano più; l’altra voleva arredare la sua villetta in campagna. Li ho messi in contatto e, in questo modo, ho contribuito a ridare vita a oggetti cari. Tanto è vero che chi ha ceduto i mobili ci ha confidato che era contento che non si fossero dispersi.
E come non ricordare quella volta che ho salvato dal macero “La relazione del 1908 sui demani comunali” di Michele Calvosa, l’agente demaniale ? Se penso che non avrò più questa opportunità, che rischiamo di perdere qualche altro prezioso documento della nostra storia…».
Mi conduce nella stanza del retro, molto vasta, con vecchi mobili, altri complementi d’arredo, macchine di compressione delle lattine . «Un tempo era quasi ingombra. – racconta Mimmo – Ora è quasi vuota. In questo cartone sono conservati i ritagli di vecchi giornali che ho salvato. Questo risale al 1955 e parla dell’inaugurazione del primo ufficio telefonico a Ruvo di Puglia. Ho contribuito a salvare la storia, nel mio piccolo» e scuote la testa, sconsolato.
«Perché non è stata compresa l’utilità del nostro lavoro? – si chiede – Perché non è stato fatto alcuno sforzo per comprenderne i meccanismi? Perché non si considera che dietro c’è una famiglia che ora si priva di una fonte di guadagno? Dopo tante chiusure, dopo l’annuncio di quella definitiva ci saremmo aspettati una chiamata. Invece niente. Sono stato sempre serio e corretto. Non capisco perché nessuna preoccupazione nei miei confronti».
Domenico e Maria Letizia, ora, vogliono dedicarsi alla famiglia. Dal primo gennaio penseranno al “dopo Ecopolis”. Intanto, si augurano di non incontrare mai più indifferenza sul loro cammino. Molti sperano che cambino idea. E forse, in fondo, lo sperano anche loro.
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