Briganti, omicidi e vendette a Masseria Rivera

Fatte le dovute presentazioni topografiche ed estetiche, meno esaltanti di altre ma comunque degne di nota, l’interesse viene qui soprattutto dalla storia, o meglio, dalla cronaca nera rurale

Felice Miscioscia per Murgia a Pedali
3 commenta

Reperire storie collegate alla quotidianità rurale delle campagne nei secoli scorsi non è, ormai, impresa semplice. Quella narrata oggi è una vicenda non inedita (potete trovarla cercando su internet, senza prendersi meriti di scoperta ed anzi ringraziando vivamente chi ha rinvenuto le fonti documentali), che però merita di essere rinfrescata: è la storia di  Masseria Rivera.

Sita in agro di Andria, appena oltre il confine coratino, tra le contrade Posta di Mezzo e San Giuseppe, a ridosso del Regio Tratturello Canosa-Ruvo, la struttura si presenta in modo abbastanza semplice, senza le caratteristiche di imponenza e senza il corpo centrale tipici di tante altre masserie già viste, ma più che altro come “accumulo” diroccato di piccole lamie, trulli, stalle e depositi in pietra, disposti linearmente in continuità, con vista privilegiata verso Castel del Monte. Il tutto è ingentilito dalla deliziosa chiesetta viciniore, sicuramente più affascinante, piccolo centro di aggregazione della religiosità rurale che fu, oggi sbiadita dal tempo (ma probabilmente prossima al restauro).

Per completezza di informazioni, c’è anche un’altra Masseria Rivera, indicata sulla topografia storica, un paio di chilometri più su, a ridosso del canale principale dell’Acquedotto Pugliese, anch’essa piuttosto essenziale.

Ad ogni modo, fatte le dovute presentazioni topografiche ed estetiche, meno esaltanti di altre ma comunque degne di nota, l’interesse viene qui soprattutto dalla storia, o meglio, dalla cronaca nera rurale. Una cronaca legata al brigantaggio, che imperversava nell’ottocento italiano post-unitario. La famiglia coratina Tarantini, detentrice della masseria in gestione dalla nobile casata dei Rivera, di origini abruzzesi, il 5 agosto 1863 ricevette la “visita”, non certo di cortesia, della banda del noto brigante Luigi Terrone, ma seppe accoglierla a dovere, uccidendone il capo con le sue stesse armi ed esponendone il cadavere, in segno di scherno, al pubblico ludibrio, davanti al Municipio cittadino. Eccesso di legittima difesa si direbbe, opinabilmente, oggi?

Senza voler entrare in tematiche piuttosto d’attualità, i Tarantini, fiutando la certa rappresaglia degli uomini di Terrone, si guardarono bene dal far ritorno alla masseria e la vendetta dei briganti si consumò così su uno dei contadini e sul suo povero figlioletto, barbaramente trucidati, nonché sulla struttura, cui fu dato fuoco.

Una vicenda particolare, giunta sino ai giorni nostri a testimoniare che, oltre che di bellezza identitaria, il nostro territorio è custode anche di chissà quante storie simili o magari anche più allegre, ormai inesorabilmente perse nell’oblio.

 

avatar

Nessun commento ancora. Scrivi il primo!