Brexit, come la vivono i ruvesi residenti in Gran Bretagna

Francesca Elicio

Abbiamo intervistato due ragazzi trasferitisi a Londra per studio e lavoro, che ci hanno raccontato i giorni del referendum

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Brexit, ovvero la Gran Bretagna che decide con un referendum di uscire dall’Unione europea. Una pagina importante nella storia delle relazioni internazionali e argomento caldo di questi giorni per quanto riguarda la politica monetaria nazionale e comunitaria.

Si tratta di un argomento delicato, da trattare con le pinze: alcuni sono contenti del risultato, molti che non vedono altro che conseguenze negative dopo questo slancio individualistico.

Anche noi di RuvoLive.it abbiamo voluto approfondire questo tema, chiedendo a due ruvesi residenti a Londra come stanno vivendo il clima post referendum. Lo abbiamo scoperto intervistando Enrico Barbangelo, studente, e Michele Di Vittorio, trasferitosi lì per lavoro.

«In tutti questi giorni – ha raccontato Michele – ho visto molte persone accanto alle fermate della metropolitana che distribuivano volantini con su scritto “Vote for remain”. La fascia d’età era di 25-35 anni, quindi tutti molto giovani. E’ difficile dire cosa suscitava tutto ciò nella gente: alcuni li buttavano, altri li conservavano, ma è una cosa abbastanza naturale: Londra è una città, ed è comprensibile questo atteggiamento perché molti corrono per andare a lavoro».

«Personalmente non ho partecipato a nessuna manifestazione – ha proseguito Enrico – e sinceramente non so neanche se sia stato fatto qualcosa del genere. Londra è una città talmente grande e vivo a contatto con studenti stranieri che come me non hanno vissuto in prima persona il clima Brexit. Non abbiamo avuto molto a che fare con i cittadini inglesi, quindi a prima vista posso dire che non ho notato quasi nulla di diverso».

«Ricordo che il giorno del referendum pioveva molto, quindi una giornata che non si prospettava al meglio per gli inglesi» -ha affermato Michele. «Non è successo nulla di particolare quel giorno, l’unica cosa che ho notato erano tanti ragazzi che giravano per la città con enormi cartelloni. Su uno di questi c’era scritto I’m not English, I’m European».

Alla domanda sui cambiamenti più visibili che si sono potuti notare, entrambi hanno risposto che la situazione per il momento è immutata, perché si tratta di un processo ancora molto lungo e che vedrà susseguirsi molte altre fasi. «L’unica cosa di diverso – ha scherzato Enrico – è che ora per tutti i miei amici sono un clandestino».

«Io invece – ha concluso Michele, sempre ironicamente -, a parte il fatto di essere a tutti gli effetti un extracomunitario, sono molto attento alla borsa e al cambio di valuta sterlina-euro. Non vorrei perdere soldi».

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