Antonio Pagano. Lettera aperta al mio paese: “non estirpate le radici della nostra storia”

Piazza Dante, i Tigli e la politica ambientale della città: parla Antonio Pagano, storico floricoltore tra le “eccellenze” italiane e internazionali.
Si firma semplicemente “floricoltore” che la dice lunga sull’impostazione umana e professionale che lo connota.
L’ultimo numero del settimanale “Sette” del Corriere della Sera nella rubrica i “Viaggi tra le eccellenze d’Italia” ( http://www.corriere.it/14_settembre_05/ruvo-pugliail-ragazzo-che-sfidando-padre-vicini-fiori-ha-costruito-impero-2ac24aa4-32a7-11e4-8a37-758af3cd4875.shtml ) lo ha scelto come rappresentante di una classe imprenditoriale del Sud e della Puglia che ha fatto e continua a fare la storia della nostra “terra”.
E di terra, di mani che la lavorano e di natura che da questa si sprigiona lui la conosce molto bene. A tavola c’è da giurarci mangia pane, fiori e cultura ambientale. Ecco perché, in punta di piedi, si è fermato un attimo per imbastire una approfondita riflessione su Ruvo, piazza Dante, i Tigli e tutto quanto riguarda la politica ambientale ruvese. Con una speranza…
Ecco la sua riflessione:
Lettera aperta al mio paese: “non estirpate le radici della nostra storia”.
Servono più cultura del verde e meno pollici verdi lastminute.
Nonostante per molti l’ambiente resti ancora un argomento “estraneo”, anche a Ruvo di Puglia, negli ultimi mesi, si è riaperto un interessante dibattito: quello sui Tigli e su Piazza Dante. Tuttavia, non si può essere “pollici verdi” a giorni alterni. Se davvero vogliamo che il nostro ambiente sia salvaguardato, allora occorrono costanza e soprattutto strategia.
La prima regola da imparare è che il mondo non ci è stato lasciato in eredità dai nostri padri, ma ci è stato dato in prestito dai nostri figli. Ciò vuol dire che non dobbiamo considerare la Terra come una proprietà dove sfogare le nostre azioni. Bensì come un qualcosa di cui siamo responsabili nei confronti delle future generazioni. Che inevitabilmente subiranno tutti i nostri errori e le nostre incurie.
Prima di entrare nel merito del dibattito cittadino mi piacerebbe passare in rassegna alcuni principi fondamentali del verde pubblico.
E’ del tutto sbagliato guardare al verde solo da un punto di vista estetico ed ornamentale. Oltre ad essere fonte di perfetto equilibrio tra bellezza e vivibilità sociale, fiori, piante e alberi sono un patrimonio storico e culturale. Negli alberi si riconoscono abitudini e ricordi di tante generazioni. Storie raccontate dai genitori ai figli e dai nonni ai nipoti. Molto spesso parliamo di specie che hanno addirittura assistito a trasformazioni generazionali ed urbanistiche, testimoni della grande storia. Ricorderete in tanti le maestose querce di Piazza Bovio. Quanti eventi saranno passati sotto i loro occhi indiscreti.
Ma l’ambiente è anche patrimonio culturale, perché la cultura dell’ambiente è una cultura dell’agire comune. Per questo è così importante il suo aspetto educativo: educare la società a percepire l’ambiente come un bene di tutti, un patrimonio condiviso di salute, di valori e di bellezza.
Dispiace ammetterlo, ma in Italia purtroppo manca una vera e propria “coscienza ambientale”. Negli anni 60, ad esempio, nel Mezzogiorno, il livello di attenzione per il verde pubblico era molto più alto: ve lo ricordate il capo giardiniere comunale di Ruvo, il signor Caldarola? Una dedizione che all’epoca era resa possibile anche grazie all’aiuto della periferia: in quegli anni grazie alle cinture verdi di ortaggi le periferie aiutavano molto a spostare aria fresca verso il centro urbano. Discorso diverso rispetto all’habitat da deserto di oggi: le periferie sono spesso abbandonate nell’attesa di nuovi piani regolatori.
Parliamo di una tendenza negativa che non riguarda molti Paesi europei così come gli Stati Uniti. A New York ad esempio si contano circa 100 metri quadri di verde per abitante (vedi la superficie di 341 ettari del Central Park). A Monaco ce ne sono 50. Mentre la media italiana è di circa 9 mq per abitante. Con Como che risulta essere la città più verde d’Italia (40 mq per abitante), Roma con 18, Bologna 11, Milano 8,5, e, infine, Bari con 2,9.
Le funzioni di un sano ambiente sono infinite, anche se molto spesso sono sottovalutate dai proprietari del verde pubblico: in primis i Comuni. L’ambiente, ad esempio, grazie alla fotosintesi è uno straordinario depuratore naturale, migliora il bilancio energetico, funge da cintura di raffreddamento che durante i mesi estivi consente il ricambio dell’aria tra la periferia (aria umida) e il centro (aria secca). Inoltre filtra e purifica l’aria dalle polveri e dall’inquinamento, attenua i rumori, regima le acque e impermeabilizza i suoli (pensate alle grandi piogge che abbiamo avuto quest’anno). Ricostruisce il paesaggio e la ruralità: la vegetazione è una componente caratteristica di qualunque tipologia di paesaggio, tramite specie e varietà è facile indentificare i territori dei diversi luoghi, dall’ambiente alpino a quello mediterraneo. Infine incentiva la socialità: le famiglie nei parchi fanno da contrasto con i solitari dell’automobile. Le aree verdi sono meta di relax, di ricreazione e, soprattutto, di relazione.
Ambiente, se ben pensato e curato, vuol dire anche “business”: il verde urbano può tradursi in una vera e propria attrazione turistica dalla quale possono trarre beneficio tutte le attività commerciali e di ristoro della citta. Prendiamo, ad esempio, la Spagna la Francia o la piccola Svizzera: sono Paesi visitati tutto l’anno da turisti provenienti da ogni parte del mondo.
E che dire poi dei benefici tratti dalla copertura naturale delle piante: l’ombreggiamento e l’irraggiamento. Per fare un esempio a noi tutti riconoscibile: vi ricordate quando il mercato comunale ruvese si teneva lungo il Corso? Per le donne, bambini e più anziani passeggiare tra le bancarelle durante i mesi estivi assicurati dalla protezione dei magnifici tigli di Ruvo era un momento di piacere e serenità. Con il trasloco sull’estramurale ciò che prima era un momento di benessere ha cominciato a suscitare disagio: caldo, afa, asfalto bollente e raggi a picco sulla testa. In più, il sito che ospita oggi il mercato non offre riparo dal vento e dalla pioggia durante i mesi più gelidi. Mi chiedo: non sarebbe stato più sensato individuare un’area per così dire più “attrezzata” e alla portata di tutte le fasce d’età? Immagino di si, eppure si è optato per la chiusura di una delle principali arterie del paese, con tanto di disagio arrecato alle fasce più sensibili, inquinamento ambientale dovuto ai mezzi che girano alla ricerca di percorsi alternativi e pericolo per la sicurezza dei pedoni e di altri utenti della strada che devono destreggiarsi in una “viabilità da far west”.
Strateghi dell’ambiente non ci si improvvisa. Né tantomeno sull’ambiente vale la regola del “copia e incolla”: ogni area, ogni perimetro, ogni parco, ogni albero, pianta o fiore che siano necessitano di un piano e trattamento ad hoc.
E da qui mi riallaccio alla questione dei tigli di Ruvo: un argomento che mi è sempre stato a cuore, ma che con gli anni, purtroppo, ha subito spiacevoli conseguenze a causa di imprudenze e facilonerie di gente poco esperta. Innanzitutto dovete sapere che i tigli sono alberi molto longevi (possono arrivare ad avere anche 1000 anni di età) e possono raggiungere anche altezze di 30 metri. In più sono specie che rinfrescano il clima e proteggono dai raggi diretti del sole. Chiunque abbia un tiglio, insomma, non penserebbe mai di privarsene.
Pensate che a Berlino era molto famoso un viale di un chilometro di lunghezza chiamato Unter den Linden (sotto i tigli), voluto da Federico Guglielmo I di Prussia che andava dal suo castello fino al parco di caccia di Tiegarten. Nel 1700, Federico I lo ampliò facendolo diventare una delle più importanti vie della città. Nel 1935 furono completamente rasi al suolo dai nazisti perché ostacolavano lo svolgimento delle parate militari. Dopo la guerra fredda, tuttavia, furono ripiantati. Così che Berlino ha potuto godere nuovamente dei suoi tigli. Sono aneddoti che hanno fatto la storia e anche la civiltà di una Paese.
A Ruvo, invece, abbiamo voltato le spalle ai nostri tigli: quel che è stato considerato qualche anno fa un “non-problema” è diventato oggi una piaga difficile da curare. Si sono prese, cioè, decisioni, pur nella piena consapevolezza di non essere esperti di quel settore. Un imbarazzo che nel 2000 finì addirittura sulle pagine della Gazzetta del Mezzogiorno, che così titolava: “Ruvo, allarme per i 200 tigli”.
In teoria doveva essere facile imboccare la strada più saggia: tutti di voi sanno che il nostro paese pullula di operatori del settore – da vivaisti a bravi agricoltori – che con gli anni sono diventati anche un’eccellenza cittadina riconosciuta ovunque. E invece, anche qui Ruvo ha scaricato i suoi ruvesi: la “politica delle gare d’appalto” ha assegnato la gestione del nostro suolo e della nostra storia ai cosiddetti “forestieri”, per dirla con le parole dei ruvesi.
Passeggiando per il corso si intuisce subito che c’è qualcosa che non va: il paesaggio di primavera non è poi così dissimile dall’autunno. La raccolta delle foglie dei tigli non avviene più secondo natura, ma due volte l’anno, a primavera e in autunno (e quindi raddoppiano anche le spese da sostenere per la pulitura dei marciapiedi). Gli alberi hanno perso il loro smalto e lucentezza poiché non gli è stato garantito il miglior habitat naturale: trattandosi di una specie non appartenente alle varietà mediterranee, i tigli hanno dovuto affrontare le calure d’estate ed il clima secco mediterraneo in condizione di stress. Ecco spiegata la causa della comparsa del ragnetto rosso.
Come se non bastasse, un’altra mannaia sull’albero è arrivata da una pessima strategia di potatura: viene effettuata solo in caso di risorse disponibili. In più, essendo stati piantati a poca distanza gli uni dagli altri, man mano che gli alberi si sviluppano in altezza è partita la lotta con i rami dei tronchi vicini. Saggezza avrebbe voluto che si ricorresse ad una potatura annuale, oltre che alla pulizia dei rami intermedi nella chioma in modo tale da evitare l’intreccio dei rami e dare una giusta altezza alla pianta. Se questo esercizio fosse stato ripetuto tutti gli anni, si sarebbe portata più energia all’albero, e le stesse foglie sarebbero state più protette da infestazioni.
Un altro problema risiede nella piccola forma quadrata adottata per come recinzione per ogni singolo albero: controproducente per lo sviluppo delle stesse radici e per la pavimentazione circostante, che – come visibile a tutti – tende a sollevarsi a causa della spinta delle radici dal terreno. Forse delle piccole aiuole rettangolari che avrebbero collegato i tigli di ogni isolato avrebbero risolto il problema dando anche la possibilità di irrigare dette aiuole nei periodi di gran caldo, frenando cosi la scarsa umidità che non fa altro che accelerare la caduta delle foglie.
Anche per l’approvvigionamento idrico mai nessuno ha mai pensato alla perforazione di un pozzo artesiano o al recupero delle acque piovane cittadine: operazioni che renderebbero i nostri giardini comunali e le strade del paese molto più floride e verdi.
Eppure di solleciti, suggerimenti e disponibilità ne sono arrivati tanti al Comune. Io stesso quando a fine anni ‘80 fui incaricato dall’amministrazione di seguire il verde pubblico definii una strategia e non un tentativo casuale. Per prima cosa fu proposta la “fioritura a costo zero” dei giardini di piazza Dante: diverse aziende di Ruvo potevano sponsorizzare l’allestimento di un’aiuola in cambio dell’esposizione della propria pubblicità su quell’area. Al Comune spettava solo la manutenzione. L’entusiasmo fu grande. Il successo dell’operazione pure.
Un’altra idea, ricordo, fu quella di unire le tre ville di piazza Dante per trasformare l’area in un “mini parco”: pini, prato, aiuole fiorite, viali pedonali, illuminazione più adeguata, ampliamento dei posti a sedere, giochi per i bambini, sistemazione dei bagni e recupero delle acque piovane. Il plastico del progetto per una settimana venne messo a disposizione dei consiglieri comunali, così come dei cittadini e dei giornalisti. Anche questa era un’operazione a costo zero per l’amministrazione: io misi a disposizione la mia passione botanica, il mio amico olandese Leo Koolen, architetto internazionale, si occupò della realizzazione del plastico. Anche questo progetto riscosse successo. Dopo interessanti dibattiti in seno al Consiglio comunale si decise di procedere e dare l’incarico per la realizzazione ad un architetto. Ma di lì a poco l’entusiasmo svanì. In pochi mesi il progetto venne dimenticato.
“Sbagliare è umano, perseverare è diabolico”, recita un vecchio detto. Così che dopo tanti disastri mi sarei aspettato un’inversione di rotta, e, invece, quel che si intravede all’orizzonte è un ennesimo spreco: la nuova piazza Dante sembra già nascere su sabbie mobili. Da ambientalista e cultore del verde mi permetto di fare qualche considerazione così come ho avuto modo di mettere a fuoco guardando il progetto dalla strada.
La prima criticità mi sembra risiedere innanzitutto nel modello di “appalto all’italiana”. Non sarà stato un caso se Bruxelles, proprio qualche mese fa, ha denunciato il modello di appalti del nostro Paese.
Abbiamo tolto ai ruvesi il diritto di godere della propria città. Scadenze rapidissime per la presentazione dei progetti, secoli per la realizzazione delle opere: i lavori a piazza Dante si sarebbero potuti svolgere in pochi mesi. E invece hanno visto lungaggini e tempi biblici ingiustificati. Che fine ha fatto la buona regola delle amministrazioni comunali che vuole che si dia priorità alle opere da realizzare nel centro cittadino?
Ancora, è stato disatteso l’obiettivo primario dell’opera: quello di garantire un miglior microclima ed una maggiore ombra d’estate. Forse non si crede più al detto che “l’aria fresca” fa bene alla salute. Sono stati abbattuti gli storici pini della piazza (sarebbe stata sufficiente una potatura a regola d’arte per salvarli pressoché tutti), i viali resi precari, realizzate pavimentazioni sproporzionate rispetto alla poca superficie del parco, e infine non è stato previsto un sistema di recupero delle acque piovane. In pratica un lavoro fatto con pochissima attenzione. Inoltre, ovunque andiate nel mondo noterete che nei parchi i servizi igienici pubblici sono accuratamente nascosti da siepi, barriere o muri. A Ruvo no. Vengono esposti al centro della piazza quasi come un trofeo.
Mi rammarica vedere come la cultura dell’ambiente non sia ancora capillarmente diffusa nella nostra terra. La cultura ambientale non è quella del “pianto un fiorellino qui, ed un alberello lì”. Non è la cultura dell’approssimazione o di chi vede nell’ambiente un campo da conquistare. Ma è quella di chi vede nel verde una risorsa da tutelare. Soprattutto la cultura ambientale non può prescindere dal legame dei cittadini con il loro territorio.
Un paese attento non può permettersi di snobbare le politiche ambientali. Non servono soluzioni tampone. C’è bisogno di decisioni serie e concrete che considerino non solo i costi di intervento, ma anche i vantaggi in termini di salute, di benessere e di risparmio che ne derivano. In altre parole, il primo fattore da considerare per il rispetto dell’ambiente è la felicità umana.
Spero che queste pagine possano toccare i nostri cittadini e che si possa davvero, tutti insieme, iniziare un nuovo percorso educativo e di rispetto verso gli spazi verdi. L’importante è agire con coscienza e strategia e non con quella furia dell’improvvisazione che rovina il paesaggio, perché, come diceva tempo fa il grande artista americano Andy Warhol, “avere la terra e non rovinarla è la più bella forma d’arte che si possa desiderare”.
Antonio Pagano, floricoltore di Ruvo di Puglia
Commenti
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Condivido le osservazioni di un professionista del settore oltre che un imprenditore,però il cittadino non può far altro che affidarsi ai politici che lo dovrebbero rappresentare,con la responsabilità di un buon padre di famiglia.Ma se si continua a sbagliare che cosa lasceremo ai nostri figli?Saluti.








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