Antonio Iurilli: «La pasionaria delle sette note»

Margherita Porfido con il suo virginale
Il professor Antonio Iurilli dedica alla Maestra Margherita Porfido, scomparsa ieri, un intenso ricordo legato a uno dei tanti tour all’estero con Pino Minafra e la Banda. Qui si ricorda la tappa di Donaueschingen, nel 1996
Il professor Antonio Iurilli dedica alla Maestra Margherita Porfido, scomparsa ieri, un intenso ricordo legato a uno dei tanti tour all’estero con Pino Minafra e la Banda. Qui si ricorda la tappa di Donaueschingen, nel 1996.
La pasionaria delle sette note – di Antonio Iurilli
All’alba di un giorno di ottobre di quasi trent’anni fa il ventre di un bus gran turismo si riempì, moderno Carro di Tespi, di fiati, ottoni, timpani deposti con molta cura da circa cinquanta musicisti che con incredulo fervore si accingevano, col piglio e la disciplina di una coorte romana, a compiere una spedizione, che aveva per loro il sapore e il fascino di una conquista, nella terra più musicale d’Europa: in quella Foresta Nera dai bordi sfrangiati che dividono Germania e Francia, densa di miti boscherecci, ma baciata dalla fortuna di vedere sgorgare fra le sue brume le prime acque del Danubio, il fiume più musicale del mondo.
A governare quel manipolo di audaci combattenti c’era un comandante, Pino Minafra, già onusto di trofei, ma reso famoso soprattutto dall’essere un visionario custode postmoderno di una cultura musicale euroafricana da lui stesso battezzata ‘Terronia’, e di suoni ancestrali, quelli della banda, che con le rudi, spesso approssimative, sonorità dei suoi fiati e delle percussioni amplificate dall’acustica naïf della cassa armonica, aveva regalato alle plebi, nelle stesse piazze in cui i contadini vendevano per sopravvivere le loro braccia, sanguigni momenti di emozioni e di passioni. E c’era accanto a lui, dolce e fiera come un’Amazzone, Margherita, la sua compagna di due vite parallele, quella affettiva, quella artistica, che dominava con la sola forza degli occhi il brioso, spesso esuberante dimenarsi di quella ‘virtuosa canaglia’, avvezza a muoversi secondo cadenze verdiane e rossiniane ormai di casa nei loro organi di senso.
Quello che vivemmo quella mattina, io e mia moglie, accanto ai due ‘condottieri’, non fu che il primum di una esaltante campagna di conquiste che la loro banda compì di numerosi, prestigiosi templi della musica europea. Non poteva essere migliore il reciproco integrarsi dei loro ruoli in quelle audaci imprese: quello di Pino, utopico missionario dell’ancestrale musicalità delle terre millenarie di un Mediterraneo grembo liquido di grandi civiltà; quello di Margherita, discreta, silente, quasi diafana, amministratrice di quel patrimonio.
Un ruolo ancillare da lei amorevolmente svolto che non ne sminuiva, anzi esaltava la sua personale identità di musicista, intrisa di altre sonorità, debitrice di altre storie musicali che si erano consumate nei luoghi antitetici a quelli della banda: sotto le volte affrescate delle sontuose dimore patrizie dei secoli d’oro dell’ancien régime, dove il clavicembalo era chiamato a celebrare le seducenti danze dell’aristocrazia, e ad accompagnare col suo suono lezioso i versi immortali dei grandi lirici della classicità che il cicisbeo sussurrava ispirato alla dama.
Quei delicati, penetranti suoni Margherita ha saputo traghettarli, artefice di un complesso, raffinato riuso, sul tormentato pentagramma del nostro tempo, imponendo la loro rinata vitalità a un mondo musicale che spesso assomiglia a un chiassoso caravanserraglio di improbabili sperimentalismi.
Ha saputo farlo con la levità del suo talento musicale, con la sobrietà dei suoi modi, ma anche con la fermezza di una manager, vestale di valori musicali che compenetrassero l’antico e il nuovo secondo la felice intuizione che fece dire ad André Chenier: “Sur des pensers nouveaux, faisons des vers antiques”.
In questo momento che vede la sterminata comunità di artisti che ti hanno circondata in vita stringersi e piangere la tua acerba dipartita, mi piace allora ricordarti (e immaginarti), cara Margherita, ancor più vicina ad Euterpe, alla Musa che ha ispirato la tua vita, mentre ti aggiri, sempre avida del bello e desiderosa di donarlo agli altri, nel Paradiso laico dell’arte. Oltre alla fede, la tua indomita vitalità di artista ci consola, orazianamente, che non sei morta del tutto.
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